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A cena con il dittatore
La recensione del film di Manuel Gómez Pereira, Alberto San juan, Mario Casas, Xavi Francés
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10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:59 PM
Il dittatore è il defunto Francisco Franco. Ce n’è ancora tanti in giro, bisogna precisare. Non va confuso con l’altrettanto defunto Saddam Hussein, primo motore nel film iracheno “La torta del presidente” di Hasan Hadi. Ancora nelle sale e doppiamente premiato a Cannes 2025: Caméra d’Or per il regista esordiente e premio del pubblico alla Quinzaine. Qui siamo nella Spagna del 1939, la Guerra civile è finita da due settimane. Il generalissimo Franco vuole cenare al Palace Hotel di Madrid, diventato un ospedale da campo. Incarica un giovane tenente, e dopo aver sgombrato il salone d’onore bisogna trovare i cuochi. Sono tutti in carcere, davanti al plotone di esecuzione. Altrettanti Aureliano Buendía che paiono rubati a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, e davanti ai fucili puntati ricordano “quando erano bambini e il padre li aveva condotti a conoscere il ghiaccio”. Salvati prima del colpo fatale e debitamente rivestiti, in albergo trovano i camerieri che son tutti franchisti. E altri ostacoli: i frutti di mare bisogna comprarli al mercato nero, si trovano solo lì. I giardini sono stati bombardati, quindi i fiori bisogna rubarli nelle chiese. Nei saloni del Palace suonava un orchestra femminile, la cantante Maria ha un corteggiatore franchista e si è fatta mettere incinta da un repubblicano. Il maître ha i suoi segreti. La stretta di mano è vietata. I cuochi salano l’arrosto, e progettano la fuga.
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