Perché vedere "Dieci minuti"

La recensione del film di Maria Sole Tognazzi, con Margherita Buy, Fotinì Peluso, Barbara Ronchi
27 GEN 24
Ultimo aggiornamento: 05:00
Il fidanzato dopo 18 anni se ne va con l’osteopata (della serie: ma un lavoro normale mai, nel cinema italiano?). “Una che hai visto due volte soltanto?” chiede lei con un’aria sfatta da musona inconsolabile. Anche lo spettatore vorrebbe fuggire – magari non con un’osteopata, e però chissà quale corrente di energia transita negli studi degli aggiusta-ossa. “Ma se le telefonavo davanti a te!” ribatte lui, interpellato per stappare la bottiglia di vino (lei non ha mai imparato, forse neppure a distinguere una richiesta di appuntamento da un amoroso chiacchiericcio). La tradita si reca dalla psicoanalista Margherita Buy, che ha un armadio pieno di kleenex – “li compro a cento scatole per volta”. Si dichiara “cognitivista comportamentale”, ha una sedia rotta nello studio, un’assistente viene licenziata in diretta, e continuano a sentirsi urla e strepiti poco rassicuranti – sarà un ospedale pubblico? Quando sentiamo “principio di realtà” e “psicodinamica” pensiamo seriamente di chiudere qui (son più di 18 anni che facciamo il mestiere, raramente i film migliorano, dopo un inizio tanto goffo). La paziente non è da meno, cita Calvino e la sua simbiosi con la moglie “siamo un unico animale bisessuale” – citazione non verificata, bisogna fidarsi della regista e di Chiara Gamberale che ha scritto il romanzo Dieci minuti. Ogni settimana, per guarire, fare per dieci minuti qualcosa una cosa mai fatta. E che fa paura. Guarisce la paziente, non certo il film.