Il colore della libertà
La recensione del film di Barry Alexander Brown, con Lucas Till, Lucy Hale, Julia Ormond, Brian Dennehy
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6 DEC 21
"A Parigi c’erano bianchi di tanti colori. Ma erano soprattutto francesi. Mi hanno detto ‘sporca negra’ per la prima volta a Nashville, ho pensato che scherzassero”. Figlia di un professore universitario e professoressa a sua volta, la ragazza parla cinque lingue. Il giovanotto bianco del sud, non ancora laureato, non riesca a staccarle gli occhi di dosso (e viene subito richiamato all’ordine dalla fidanzatina ufficiale). Siamo a Montgomery, Alabama, nel 1961. Tre anni prima Rosa Parks si era rifiutata di cedere un posto a un bianco, altri neri avevano boicottato gli autobus. Lo studente Bob Zellner deve fare una tesina sulle relazioni tra bianchi e neri, finisce in una chiesa dove predica il reverendo Abernathy. Scandalo: il preside lo invita a lasciare la scuola, assieme ai suoi compagni di bravata. “Hai morso una mela avvelenata”, lo aveva avvertito il reverendo (l’attore è Cedric the Entertainer). Ancora non sapeva che il nonno del giovane Zellner era membro attivo del Ku Klux Klan. In una scena, si toglie il cappuccio e ammonisce il nipote, che intanto ha fatto conoscenza con i Freedom Riders: bianchi che viaggiano in pullman negli stati del sud partecipando alle lotte per i divitti civili. Con loro, un americano di quarta generazione: la mamma lo mandava a scuola con un cartello: “Sono cinese, non giapponese”. La rivista Time ha collocato Bob Zellner tra le “leggende viventi”. Spike Lee figura tra i produttori.
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