Perché il critico cinematografico deve essere scortese

“Attaccare il lettore al fianco per convincerlo a ridere di personaggi, idee, metodi che in precedenza aveva dato per scontati”. La versione di Graham Greene sul mestieraccio
7 GIU 21
Ultimo aggiornamento: 10:50
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“Dobbiamo essere scortesi”, scrive Graham Greene in una descrizione del mestieraccio uscita sulla rivista “Sight & Sound”. Un mestieraccio che fu anche il suo, quando non scriveva romanzi di successo che sarebbero diventati film popolari, o non scriveva meravigliose sceneggiature che sarebbero diventate “Il terzo uomo”. Singolare caso in cui il regista Carol Reed e il protagonista Orson Welles, oltre naturalmente allo sceneggiatore, fanno a gara a dire che il merito spetta agli altri due.
Perfino Welles, per una vita intera legato, tra mille altre prodezze, alla celebre battuta sulla Svizzera – “secoli di pace e amore fraterno, e sono riusciti a inventare soltanto l’orologio a cucù” – sostiene di averla letta su un calendario ungherese. Non bastasse, l’orologio a cucù è austriaco, la battuta potrebbe risalire a un regolamento di conti risalente all’impero austroungarico. In ogni caso, rivedere “Il terzo uomo” è una gran consolazione in questi tempi grami.
Il critico cinematografico deve essere scortese perché agli spettatori le questioni tecniche interessano poco. E la risata è l’unico modo per sfidare il cinema a migliorarsi. Apriamo le virgolette: “Attaccare il lettore al fianco per convincerlo a ridere di personaggi, idee, metodi che in precedenza aveva dato per scontati”. La citazione sta nella bellissima biografia che Richard Greene – non sono parenti – ha dedicato allo scrittore: “Roulette russa. La vita e il tempo di Graham Greene” (da Sellerio, che sta rieditando una serie di romanzi, da “Una pistola in vendita” a “Il console onorario”, al cinema per sempre legato all’ubriacone Michael Caine).
La dichiarazione di intenti inciampò quasi subito nelle gambette e nel gonnellino di Shirley Temple. In una recensione uscita su “Night and Day”, che prendeva il nome dalla canzone di Cole Porter e durò appena sei mesi del 1937, Graham Greene scrisse che i produttori stavano sfruttando orribilmente “riccioli biondi”: non poteva credere che il suo tip tap in calzini corti piacesse ai bambini, gli spettatori di riferimento erano “ecclesiastici e uomini di mezza età”.
Non andò a finire bene, e del resto Graham Greene aveva avuto i suoi guai anche come critico letterario. L’accusa fu “diffamazione”. Editore rivista e stampatori – oltre all’autore – furono condannati a porgere le scuse ufficiali, e a pagare tremila e cinquecento sterline. Anni dopo – molti anni dopo – Graham Greene strinse amicizia con Shirley Temple, che ormai era diventata ambasciatrice degli Stati Uniti. Il biografo Greene, dopo aver letto le memorie dell’attrice, sostiene che davvero Hollywood sfruttava i bambini. Non solo Shirley. Come vediamo, con qualche esagerazione, nel musical “Judy”, a Judy Garland davano pillole dimagranti. Dorothy nel “Mago di Oz” doveva saltare i pasti, per rientrare nel costume che le avevano cucito addosso.