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Come funziona la norma anti Netflix di Bonisoli

I film dovranno uscire in sala prima che sulle piattaforme streaming, dice il ministro della Cultura. Che vorrebbe tutti i problemi del cinema italiano risolti d’incanto con un decreto

16 Novembre 2018 alle 19:21

Come funziona la norma anti Netflix di Bonisoli

Alberto Bonisoli (foto LaPresse)

La parola chiave è “mi accingo”. Il resto è parafrasi, giacché consideriamo le virgolette una cosa seria. Mi accingo a firmare un decreto che regolamenterà le finestre di sfruttamento: i film dovranno uscire in sala prima che sulle piattaforme streaming. Questo in sintesi l’annuncio – in un videomessaggio, qualche giorno fa – del ministro per i Beni e le attività culturali Alberto Bonisoli. Entusiasmo tra gli esercenti, i registi, i distributori (e parecchi giornalisti): come se tutti i problemi del cinema italiano d’incanto fossero risolti.

  


  

Risolti per decreto ministeriale, appunto, che però al momento non può essere visionato (è ancora all’esame degli organi di controllo). Per commentarlo possiamo solo basarci su quel che i meglio informati – o più addentro nelle segrete cose – hanno scritto: Cinecittà News dovrebbe essere una fonte piuttosto attendibile in materia. Conferma la sottosegretaria Lucia Borgonzoni – se abbiamo decifrato bene le virgolette – che le finestre nel cinema italiano già esistono. Grazie a un’autoregolamentazione finora da tutti rispettata, che prevede un minimo di 105 giorni. Più di tre mesi attualmente devono passare prima che un film uscito in sala possa andare su una pay-per-view (vale a dire su un canale televisivo dove si pagano i singoli titoli). 180 giorni devono passare prima di poterlo trasmettere su una pay tv, un canale televisivo a pagamento. Siamo già a sei mesi: poi pian piano arrivano le tv in chiaro. Altro tempo che passa, e fermiamoci qui: la Francia per esempio ha messo Netflix in fondo alla catena dello sfruttamento. Così in fondo che un film uscito in sala può andare su Netflix dopo 36 mesi, insomma tre anni. Da qui le furibonde lotte tra il Festival di Cannes e gli esercenti francesi che hanno messo a rischio la carriera del direttore Thierry Frémaux. Risultato (provvisorio): uno straordinario film come “Roma” di Alfonso Cuarón è approdato al Lido, ripartendo con un meritato Leone d’oro.

 

Era alla Mostra di Venezia, sezione Orizzonti, anche “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini. Distribuito contemporaneamente nei cinema e su Netflix, ha incassato molto più di altri titoli italiani promettenti al botteghino (nelle previsioni, perlomeno). Un caso da studiare, prima di arroccarsi su posizioni che prevedono lunghe finestre di sfruttamento esclusivo in sala. Se invece l’esclusiva è breve, per esempio il paio di settimane programmato in America tra “Roma” nelle sale e “Roma” su Netflix, sarà un bel guadagno per gli spettatori. Ad esempio, per chi non vive in città con sale cinematografiche che oltre al cinepanettone di Natale proiettano un film in bianco e nero, con una cameriera per protagonista. Se invece per film di grande richiamo saranno previste finestre lunghe, e per i film di poco richiamo saranno previste finestre corte, gli spettatori avranno una ragione per essere scontenti.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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