•
Il Vinitaly farà finta di niente sul crollo dei consumi e sulle etichette straniere
Oggi le botti sono spesso drammaticamente piene, nelle aziende vinicole. E anche al ristorante sono molti a non bere più. Ecco perché non andrò alla fiera del vino di Verona
di
10 APR 26

CCIAA Irpinia Sannio al 57° Vinitaly, Verona 6 aprile 2025.ANSA/RICCARDO BORTOLOTTI NPK
“Ci vediamo al Vinitaly?” “No, non ci vediamo.” “Perché?” “Perché evito tutte le fiere, le fiere dell’arte, le fiere del libro e anche le fiere del vino.” “Ma il Vinitaly non è una fiera, è una festa!”. Lascio l’amica produttrice alla sua esaltazione probabilmente alcolica, non voglio convincere nessuno, del resto le fiere hanno ragioni commerciali che non mi permetto di discutere. Se hai bisogno di andare al Vinitaly per vendere, fai benissimo ad andarci. Però noi ci vediamo un’altra volta da un’altra parte.
Io ogni mattina mi sveglio e ringrazio il Cielo. Innanzitutto di essere vivo e poi di non essere un artista, di non essere un gallerista, di non essere un giornalista, di non essere un ristoratore e, per l’appunto, di non essere un produttore di vino. Sono un uomo fortunato e molto consapevole di esserlo. Faticherei a dormire la notte se avessi la cantina piena di botti piene. E oggi le botti sono spesso drammaticamente piene, nelle aziende vinicole. Lo so perché lo dicono i dati e perché me lo confermano le uscite al ristorante. “Le cantine italiane scoppiano per le giacenze di prodotto invenduto” scrive il Sole 24 Ore, e pure gli scaffali dei locali scricchiolano sotto il peso di bottiglie che nessuno ordina.
Pranzo numero uno, bellissimo ristorante. Nella sala sontuosa ci sono soltanto tre tavoli e solo al nostro si beve. Le altre coppie non hanno davanti nemmeno un calice, né di bianco né di rosso né di rosa, niente. Notare che sono giovani, impossibile che soffrano tutti di malattie consiglianti l’astinenza. Notare che sono ricchi o almeno benestanti: il menù degustazione è 130 euro, se sei povero qui non ci metti piede. Ciò smentisce l’idea corrente che il crollo dei consumi sia dovuto all’aumento dei prezzi: una bottiglia media questi signorini potrebbero permettersela tranquillamente. Notare che è pranzo, quindi non c’è nemmeno la scusa dell’etilometro (a parte che un bicchiere si può bere perfino con l’etilometro incombente). Per giunta il ristorante è famoso per la sua monumentale carta dei vini. Che resta lì a prendere polvere.
Pranzo numero due, buonissima trattoria. Vicino al mio tavolo rumoreggia una tavolata, situazione che aborro, da misantropo qual sono. Questi stappano, ma avrei preferito si fossero limitati all’acqua perché la visione delle etichette mi getta nello sconforto. Il titolare mi conosce bene e prova a consolarmi mostrandosi dalla mia parte: “Bevono vini stranieri, mi dispiace ma non posso farci nulla”. Come dire: al cliente bisogna dare sempre ragione anche se noi del settore sappiamo che ha quasi sempre torto.
Gli sono grato per la definizione “vini stranieri” e per il tono patriotticamente disgustato che rende l’aggettivo sinonimo di “estranei”, “alieni”, “invasori”. La tavolata è guidata da maschi di mezza età. Costoro, a differenza dei giovani, non sono nemici del vino: sono nemici della patria. Un’intera generazione di collaborazionisti proni, ossessionati dallo status, schiavi in perpetuo delle pozioni francesi. Come li disprezzo gli attempati obsoleti rimasti a Peppino Di Capri: “Cameriere, champagne!”.
Al Vinitaly che apre domenica tutto ciò sarà taciuto, si farà finta di niente, in 100 eventi ufficiali si autocelebrerà il vino italiano e capisco perfettamente, forse farei lo stesso, ci sono 4.000 espositori da non deprimere e 100.000 visitatori da trascinare. Solo restando lontani da Verona si può dire la verità sul vino.
Di più su questi argomenti:
Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).