Così la Brexit ha rovinato il cenone di Natale degli inglesi

Redazione

Quando nel giugno del 2016 gli inglesi votarono al referendum sulla Brexit avevano di certo in testa molte cose. Idee, desideri, speranze, paure. Difficilmente, però, stavano pensando ai possibili effetti della loro scelta sul Natale. Davanti avevano comunque mesi, magari anni, di trattative. Il problema, se esisteva, sarebbe stato affrontato a tempo debito.

 

Quello del 2017 è stato il secondo Natale dell'èra Brexit. E secondo Politico non ci sono dubbi: la decisione di uscire dall'Unione europea ha decisamente “rovinato” il cenone degli inglesi. Il quotidiano online ricorda che già Good Housekeeping Magazine aveva calcolato come quest'anno una cena per una famiglia di otto persone sarebbe costata il 16 per cento in più a causa del valore della sterlina e dell'inflazione.

 

Ma gli effetti non si sono esauriti qui. E hanno interessato soprattutto i cibi che gli inglesi tradizionalmente mangiano in questo periodo di festa. Anzitutto il tacchino. I britannici sono importatori di petto di tacchino e nel 2015, secondo l'International Meat Trade Association, su 409 mila tonnellate di pollame importato, 386 provenivano da paesi dell'Unione europea. A Natale acquistano normalmente tacchini interi. Che però, nel 95 per cento dei casi, vengono prodotti nel Regno Unito. Qual è quindi il problema? La maggior parte delle fattorie, proprio per affrontare la grande richiesta legata ad alcuni periodi dell'anno, si affidano a lavoratori stagionali. Si tratta soprattutto di lavoratori provenienti dall'Unione europea. La Brexit ha indubbiamente prodotto degli effetti facendo aumentare il numero dei cittadini dell'Ue in cerca di lavoro che hanno abbandonato il Regno Unito (ne avevamo parlato qui). Per quest'anno il “tacchino di Natale” si è salvato ma, come riferisce a Politico Michael Bailey, agricoltore di tacchini e membro del consiglio di pollame della National Farmers Union, il prossimo anno potrebbero esserci dei problemi. Infatti, davanti al rischio di ritrovarsi senza manodopera, le aziende, soprattutto quelle medio piccole, potrebbero decidere di tagliare la produzione.

 

 

Altro animale “a rischio” per le tavole inglesi è il maiale. In particolare un piatto che si chiama “pigs in blankets”, una salciccia avvolta nella pancetta, un specie di maiale “doppio”. Per Edward Barker, consulente politico senior presso la National Pig Association del Regno Unito, gli effetti della Brexit potrebbero essere diversi. Alcuni, per la verità, anche positivi come il fatto che le esportazioni di carne di maiale verso la Cina sono in aumento e potrebbero ottenere un'ulteriore spinta da un accordo post-Brexit.

Allo stesso tempo, però, ci sarebbe un effetto negativo sulle esportazioni verso i paesi europei che potrebbe portare ad un aumento considerevole dei pezzi. Senza dimenticare quello che Politico chiama “equilibrio della carcassa”. Gli inglesi sono grandi consumatori di pancetta e tagli di lonza ma mangiano molto poco dalla spalla o dal ventre del maiale. Queste parti venivano, fino ad oggi, inviate in Germania per essere trasformate in prodotti lavorati. La Brexit potrebbe cambiare, e non poco, questo equilibrio. Che ne sarà del “pigs in blankets”?

A Natale la verdura tradizionale degli inglesi sono i cavoletti di Bruxelles che già nel nome sembrerebbero contenere un destino nefasto. In realtà, secondo Politico, sono gli unici “a prova di Brexit”. La produzione domestica non dovrebbe infatti risentire del calo, possibile, della manodopera migrante.

   

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Anche sul fronte brandy, necessario per poter gustare il tradizionale pudding di Natale, gli effetti dovrebbero essere contenuti. L'associazione britannica Wine and Spirit Trade sta cercando di arrivare al riconoscimento post-Brexit delle indicazioni geografiche europee che identificano prodotti come il Cognac e l'Armagnac così da evitare l'importazione di prodotti di basso livello. Allo stesso tempo alcuni produttori stanno lavorando sul brandy inglese.

 

Ben più complicata, anche perché legata ad un punto centrale della trattativa sulla Brexit, la questione della crema di whisky Bailey's. Tutto dipende dalle decisioni che verranno prese sul confine che divide l'Irlanda del Nord e la Repubblica d'Irlanda. L'aziende che distribuisce la bevanda, Diageo, ha sede a Londra, ma tra i propri fornitori ha caseifici che si trovano sia da un lato che dall'altro del confine. Ogni anno acquista circa l'11 per cento di panna Irlandese per realizzare la crema di whisky con circa 18.000 camion che attraversano la frontiera. Dovessero essere introdotte delle tariffe “speciali” i costi della produzione ne risentirebbero notevolmente.

 

 

Ultimo prodotto a rischio Brexit sono i cosiddetti “cracker di Natale”. Qui ovviamente non stiamo parlando di cibo ma di un gadget che gli inglesi amano molto. E non solo loro. Purtroppo come spiega a Politico Tony Pressdeno, direttore dell'azienda familiare Simply Crackers con sede a Bottesford, i costi della produzione sono aumentati visto che le carte utilizzate, importate dall'Italia, hanno visto il loro prezzo crescere del 10 per cento. Non solo, anche le vendite in Europa sono scese e quest'anno, spiega Pressdeno, sono state “quasi inesistenti”.

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