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OMBRE CINESI •
"Meglio un accordo imperfetto che niente". Il Vaticano e la complicata relazione con la Cina
L'accordo sottoscritto nel 2018 e più volte rinnovato è squilibrato per una ragione semplice che per ovvie ragioni oltretevere non si può apertamente riconoscere: a Xi Jinping di un’intesa con la Chiesa cattolica non importa nulla. Nel breve periodo non sarà aperto alcun ufficio della Santa Sede a Pechino
31 OTT 26

Roma. L’accordo tra la Santa Sede e la Cina ha “imperfezioni evidenti” ma comunque è meglio un’intesa “imperfetta” che il nulla. A dirlo è stato mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli stati, incontrando nei giorni scorsi la stampa estera. Una conversazione di cui il Catholic Herald ha fornito un ampio resoconto. L’accordo cui si riferiva il diplomatico inglese è quello stipulato nel 2018 fra la Santa Sede e la Repubblica popolare di Cina che regola la nomina dei vescovi nel paese orientale. I termini dell’accordo, rinnovato nel 2020, 2022 e 2024 per un quadriennio, restano tuttora segreti. La linea della Segreteria di stato vaticana è chiara, almeno pubblicamente: molte cose non vanno, si spera che tenga ma grazie a quella firma oggi tutti i vescovi della Cina sono in comunione con il Papa, il che “rappresenta certamente un miglioramento rispetto alla situazione precedente”, ha sottolineato mons. Gallagher, che tre anni fa sottolineò che “questo accordo non è il migliore possibile a causa della controparte”.
Un bicchierino mezzo pieno, insomma, considerando che lo scenario complessivo è tutt’altro che roseo: chi nomina formalmente i vescovi in Cina – e provvede all’individuazione dei candidati all’episcopato – è l’Associazione patriottica, che è un’emanazione diretta del Partito comunista e non riconosce l’autorità del Pontefice in relazione alla scelta di vescovi. I vescovi individuati e nominati sono dunque uomini di comprovata fedeltà al regime, che per ribadire quanto gli interessi dei pareri vaticani non si è fatto troppi problemi a nominare due vescovi durante la Sede vacante del 2025. A Papa morto. Due anni prima, il clamoroso caso del vescovo di Shanghai, la principale diocesi cinese. A luglio, la Sala stampa vaticana comunicò che il Pontefice aveva destinato a quella sede mons. Giuseppe Shen Bin, trasferendolo dalla sede di Haimen. Peccato che il presule fosse già installato a Shanghai da tre mesi, da quando cioè le autorità avevano unilateralmente deciso di mandarlo lì. Il portavoce Matteo Bruni spiegò che il Vaticano era stato informato solo pochi giorni prima. Insomma: Pechino dispose e Roma ratificò la nomina di un vescovo di primo piano, il presidente del Collegio dei vescovi cattolici cinesi, che la Santa Sede non riconosce: perché “è governato da statuti che contengono elementi incompatibili con la dottrina cattolica”, recita la Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI, scritta diciannove anni fa. Che il Papa abbia poi deciso di sanare la situazione per il “maggior bene” della Chiesa che è in Shanghai, poco cambia. Era la certificazione evidente del senso dell’Accordo: il Papa ha l’ultima parola sulle scelte del Partito e se non è d’accordo o non risponde, il Partito va avanti lo stesso. Shen Bin arrivò a dire in un’intervista alla rivista diocesana che il principio della sinizzazione “è una linea rossa che non dobbiamo oltrepassare”.
Anche da questo si comprende come l’accordo sia totalmente squilibrato per una ragione semplice che per ovvie ragioni oltretevere non si può apertamente riconoscere: a Xi Jinping di un’intesa con la Chiesa cattolica non importa nulla. E’ sufficiente ricordare come la notizia della morte di Papa Francesco, che spese sempre grandi parole verso il popolo cinese e di rispetto per i suoi organi istituzionali, fu trattata a Pechino: qualche riga a scoppio molto ritardato. Mons. Gallagher ha riconosciuto che le critiche all’Accordo erano scontate “fin dal primo giorno”, considerata “la visione della storia della Cina e dell’attuale governo della Cina continentale” da parte di alcune persone. Se il riferimento era al cardinale Joseph Zen – che è cinese e i comunisti cinesi li conosce bene – o all’allora segretario di stato americano Mike Pompeo – che invitò Roma a desistere dall’intesa, non è dato sapere. Andrebbe rilevato, però, che anche diverse organizzazioni per i diritti umani hanno lamentato come l’intesa non migliori in nulla la vita quotidiana dei cattolici locali. Come dimostrava nei mesi scorsi un’ampia inchiesta del periodico francese la Croix, in diverse regioni cinesi è vietato ai minorenni entrare in chiesa durante le celebrazioni liturgiche che, quando permesse, si svolgono all’alba in modo da scongiurare un’alta partecipazione. Meglio se con le finestre oscurate (sia mai che qualcuno possa buttare un occhio e restare colpito da quel che vede) e senza canti.
E’ uno dei tasti su cui preme più intensamente Taiwan (la cui unica ambasciata in Europa è proprio quella presso la Santa Sede): “Guardate Hong Kong, guardate il Tibet, guardate gli uiguri nello Xinjiang. In Cina non c’è libertà religiosa”, diceva un alto funzionario governativo al Foglio un paio di settimane fa. Il timore che Roma possa optare per Pechino abbandonando Taipei, però, è al momento un’opzione remota. Lo stesso Gallagher ha differenziato fra relazioni pastorali e diplomatiche, chiarendo che il tema delle relazioni ufficiali con la Cina comunista non è all’ordine del giorno. “L’idea è quella di avere una sorta di presenza culturale a Pechino, ma ci sarebbe un prezzo da pagare che, al momento, non siamo disposti a pagare”. Quale sia tale prezzo, non si sa. Taiwan, forse?
In tutto questo discorso c’è un convitato di pietra: Leone XIV cosa pensa? Sul tema esiste un’unica dichiarazione, risalente ormai a più di un anno fa e contenuta nel libro-intervista di Elise Ann Allen. Il Papa disse allora di voler approfondire la questione, per il momento proseguendo sulla linea tracciata, ma dando ascolto a tutte le campane, compresa quella di chi ha sofferto, “il gruppo significativo di cattolici cinesi” limitato “nel vivere liberamente la propria fede” una situazione definita da Prevost “molto difficile”. Mons. Gallagher ha detto che “probabilmente” per il Papa la Cina non rappresenta ora una “priorità specifica”, volendo concentrarsi invece “sull’intera Chiesa universale” e non su “aree particolari”. E’ improbabile che Leone XIV riveda nel breve periodo la linea adottata dalla Santa Sede: nulla lo fa pensare e ragioni diplomatiche lo sconsigliano. Fino al negoziato per il rinnovo, tra due anni, sconfessare il percorso intrapreso significherebbe dare a Pechino l’occasione per denunciare l’Accordo e l’irresponsabilità della controparte, con conseguenze facilmente immaginabili per il popolo fedele. E’ altrettanto vero, però, che in questo primo scorcio di pontificato, il Pontefice agostiniano – oltre ad aver accosentito, per ora prudentemente, alla riconfigurazione delle diocesi locali, sopprimendone di antiche e creandone di nuove più aderenti ai confini amministrativi, come da perentoria richiesta cinese – ha nominato proporzionalmente molti più vescovi di quanto avesse fatto il predecessore, lui sì pubblicamente entusiasta dell’intesa con Pechino. Leone XIV ha infatti nominato sette vescovi dal giorno della sua elezione a oggi. Francesco, dal 2018 in poi, ne aveva nominati una decina. Sono tutti vescovi giovani, destinati a reggere le diocesi per decenni. L’ultimo caso, significativo, è quello del nuovo titolare della diocesi di Haimen, consacrato a metà ottobre: mons. Ignazio Ding Zuyao ha quarant’anni ed è il più giovane vescovo della Chiesa cattolica. Consacrato proprio dal suo predecessore su quella cattedra, mons. Giuseppe Shen Bin, vescovo di Shanghai. Asia News ha ricordato che “se si vanno a vedere le date di nascita dei vescovi nominati in Cina nel 2026, ben 4 su 5 sono nati dopo il 1980. Per fare un raffronto: leggendo questo dato con le nomine della Chiesa cattolica nel suo complesso, si constata che in tutto il mondo sono appena una ventina su oltre 5.400 i vescovi nati dopo il 1980”.
Giovedì prossimo, intanto, alla Pontificia università Urbaniana si terrà un convegno in occasione dei cento anni dalla consacrazione dei primi sei vescovi cinesi da parte di Pio XI. Vi parteciperanno anche due vescovi: quello di Pechino, mons. Giuseppe Li Shan, ordinato nel 2007 con il mandato apostolico di Benedetto XVI e presidente dell’Associazione patriottica eletto nel 2022, e il già citato vescovo di Haimen, il giovane Ignazio Ding Zuyao, di fresca nomina. Saranno presenti anche i cardinali Pietro Parolin, Luis Antonio Tagle e Stehen Chow Sau-Yan, vescovo di Hong Kong.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
