Chiesa
REPORTAGE DALL'ORIENTE •
Viaggio a Taiwan, l'isola dove Dio è ancora straniero
Tra i chip e gli incensi, a Taiwan i pochi cattolici possono professare liberamente la propria fede. Le contraddizioni di un popolo che scommette sulla modernità e accorre ancora al tempio. La crisi nella trasmissione della fede, i successi nel campo della ricerca, lo spettro di Pechino
24 OTT 26

Foto Getty Images
Fa uno strano effetto, per un occidentale abituato alle messe romane, prendere parte a una celebrazione a Taipei, Taiwan. Intanto non è sempre facile trovare la chiesa, che a volte altro non è che un enorme stanzone dentro un palazzo che alle nostre latitudini potrebbe essere scambiato per la sede di qualche agenzia assicurativa. Per fortuna c’è Google Maps, che mostra anche gli ingressi dei luoghi cercati, e anche la cortesia estrema della custode-segretaria, pronta a indicare che lì davanti a lei, oltre le porte antincendio, entro pochi minuti sarebbe stata celebrata la messa domenicale. La chiesa è quella del Sacro Cuore di Gesù di Guting, a qualche fermata di metropolitana dalla grande stazione centrale di Taipei, che sopra ha i treni, a lato i bus e sotto l’infinito Mall, il mercato dove puoi trovare di tutto. Dai trolley d’ogni dimensione ai videogiochi, dal cibo all’oggettistica per la casa e ai prodotti per la cura del corpo. Tornando alla chiesa: appena si varcano le porte, la sacrestana individua i volti nuovi e li blocca, con cortesia estrema: da dove vieni? E’ la prima volta qui? Tieni il foglio con le riflessioni del parroco e siediti al primo banco, davanti all’altare. Si esegue, ché si è ospiti e anche perché da lì si può vedere meglio la celebrazione dei sacri misteri. La mensa è curatissima, candele e croce. Niente fiori, quelli stanno sul pavimento, come da norme liturgiche da noi sempre ignorate. Due minuti prima della messa, una speaker invita al raccoglimento e ad alzarsi in piedi. Su uno schermo si può seguire il canto introduttivo e, poi, ogni momento della messa. E’ una celebrazione didattica: la speaker al microfono dice quando bisogna sedersi, quando alzarsi e quando inginocchiarsi. Prima della comunione, si ricorda – su schermo e a voce – che “solo i cattolici possono comunicarsi”, ma gli altri possono ricevere una benedizione. Quindi, alla fine, prima della benedizione finale, i “nuovi” sono invitati a presentarsi: nome e provenienza. E così sfilano Stati Uniti, Nuova Zelanda, Italia, Indonesia, Filippine. Per ciascuno, un applauso dell’assemblea. Si ricorda loro che sono i benvenuti, al termine della messa, in caffetteria per un saluto, uno scambio di parole e per fare comunità. Ecco, la comunità. Che qui in occidente, anche se sempre meno, può apparire ovvia, ma che in oriente, in una società assai individualista, non è affatto scontata.
Sull’isola le diocesi sono sette, tante le parrocchie. Chi è cattolico è davvero convinto di esserlo, anche se non di rado fatica a capire che “è qualcosa di più che andare la domenica a messa, comunicarsi senza essersi confessati e stop. Arrivederci alla domenica successiva”, dice don Mirco Cichella, missionario della diocesi di Macerata che è parroco a Nuova Taipei, nella chiesa di St. Joseph. Ci accoglie davanti a un telone che ricostruisce la facciata della sua chiesa, “la più antica dell’isola”. E che resta oggi? “Niente. Un po’ di tempo fa erano venuti qui a cercare i resti, convinti che ci fossero. Ma non c’è più nulla”. Solo il telone, appunto. Che è un memento: ricorda l’origine di una Storia. Il cristianesimo qui fa fatica ad attecchire, i culti locali da sempre rappresentano una barriera culturale. C’è la superstizione, soprattutto nelle zone rurali: “I non cristiani hanno difficoltà a venire in chiesa, perché hanno paura, sono superstiziosi. Ma ci sono anche cattolici che nonostante la convinzione della loro fede continuano a presentare offerte, che chiamano ‘Bai Bai’. E’ la ricerca di prosperità. E’ difficile da spiegare in poche parole”, chiosa don Mirco. Nulla di nuovo, se si pensa alle contese sui riti cinesi e a quel che il marchigiano Matteo Ricci vide e capì prima di tutti, secoli fa. Per essere interessante laggiù, il cristianesimo deve adattarsi a un mondo diverso da quello europeo e più ancora occidentale. “Qualche anno fa ho partecipato a un incontro sul dialogo tra cristianesimo e confucianesimo. Poiché non avevo incontrato nessuno che rappresentasse ufficialmente il confucianesimo, ho chiesto con chi stessimo effettivamente dialogando. Mi è stato risposto che si tratta di un dialogo interiore presente in ogni cristiano taiwanese il quale, pur essendo per esempio cattolico, è al tempo stesso profondamente confuciano”, ci spiega il professor Piotr Adamek, sinologo ed esperto di cristianesimo orientale e di dialogo interreligioso alla Fu Jen University di Taipei. “Nel processo di inculturazione, così come insegnato da Matteo Ricci, l’obiettivo non è il sincretismo, bensì annunciare il Vangelo ed esprimere la propria devozione in forme culturalmente accettate a livello locale. In effetti, quando parlo o incontro i cattolici taiwanesi, mi capita spesso di osservare sia gesti specifici (come inchinarsi anziché inginocchiarsi, oppure utilizzare bastoncini d’incenso nella preghiera) sia un senso di incertezza tra i fedeli, che si sentono divisi tra la propria fede e la propria cultura, considerando che per secoli la Chiesa ha guardato con sospetto alla religiosità cinese”.
C’è poi l’azione proselitista dei protestanti, che ricordano a tutti che loro sono per Gesù, mentre i cattolici sono per la Madonna. Quasi si trattasse di due religioni diverse. “Le chiese protestanti vantano una lunga tradizione a Taiwan: due anni fa è stato celebrato il quattrocentesimo anniversario della loro presenza. In particolare, la Chiesa presbiteriana, la più grande tra le chiese protestanti, è molto apprezzata dai taiwanesi per il sostegno offerto alla comunità locale, alla cultura e alla lingua durante il cosiddetto ‘Terrore bianco’, dal 1949 al 1992”, nota il professor Adamek. “Al contrario – aggiunge – negli ultimi decenni il protestantesimo evangelico aconfessionale, caratterizzato dalla presenza di megachiese, ha conosciuto una rapida crescita, soprattutto nelle aree urbane, arrivando oggi a rappresentare la metà di tutti i credenti. Questa tendenza è osservata con preoccupazione da alcuni cattolici e protestanti tradizionali, che criticano tali realtà perché, a loro avviso, banalizzano il cristianesimo, oltre a essere poco impegnate sul piano sociale e scarsamente radicate nella cultura locale”. Ma esiste un conflitto aperto tra cattolici e protestanti? “Direi di no, anche perché i contatti ufficiali sono limitati e il cristianesimo rappresenta soltanto una piccola percentuale della società”. Don Mirco ci fa vedere la sede, nella sua parrocchia, della Legio Mariae, diffusissima a Taiwan: “E’ importante, qui”. Lo si vede.
Bisogna andare alla chiesa della Sacra famiglia, la più grande chiesa cattolica di Taipei, con la facciata a forma di tenda accogliente. Padre John Rao, gesuita, è nel suo studio. Una sciarpa con il volto di Papa Francesco appesa tra gli scaffali, pile di cartelline sulla scrivania, una montagna di Ferrero Rocher sul tavolino. Indossa una maglietta con la scritta “Taiwan 400” e spiega che sono i quattrocento anni di presenza della Chiesa cattolica a Taiwan. Più di cinquecento persone hanno partecipato a una lunga processione, un pellegrinaggio a piedi per celebrare l’avvenimento. Parla benissimo italiano, “ho studiato a Roma ma sono indonesiano d’origine”. Anche lui si sofferma sulla forza della religione locale, taoismo e buddismo. Eppure, nella sua parrocchia, il lavoro non manca: “Ogni domenica abbiamo sei messe per un totale di circa 1.200 partecipanti”. E il clero? “Quasi la metà dei preti è straniera. Vietnamiti, indonesiani e filippini. E tanti africani”. Padre Rao spiega che “la difficoltà della religione cristiana, qui, è dovuta anche al fatto che la Chiesa cattolica viene percepita come qualcosa di esterno. Il cattolico è uno straniero, un estraneo rispetto alla grande e plurimillenaria tradizione cinese. L’inculturazione non va così in profondità. Il cristianesimo va introdotto con modi propri di questi luoghi e di questa cultura, altrimenti è complicato. Prima di introdurre ragionamenti complessi, dobbiamo far ‘sentire’ cosa significhi essere cristiani… il cinese è intuitivo e molto – per così dire – sensoriale. Questa può essere una buona porta d’accesso. Poi noi cattolici non siamo come i protestanti, lasciamo molta libertà. Le nostre porte sono aperte ma non costringiamo nessuno a entrare e a restare”. Possono sembrare questioni di lana caprina, filosofiche, ma sull’isola sono invece determinanti. Basti pensare che in cinese mandarino la stessa parola può significare “crimine” e “peccato” e non è sempre facile far capire ai fedeli che un peccato cristianamente inteso non è un crimine perseguibile con la galera, ricordano i missionari della Fraternità San Carlo Borromeo guidati da don Paolo Costa, che a Taipei hanno una casa, insegnano all’università, organizzano serate di conversazione e approfondimento su temi che tra i mega centri commerciali che svettano nella capitale non sembrano così pressanti: vita e morte, desiderio e libertà. Quando li incontriamo stanno per partire alla volta di Xinzhu, sul mare. E’ il tempo della vacanza della comunità di Comunione e liberazione sull’isola: testimonianze, giochi, incontri, gite e canti. Oltre cinquanta i partecipanti. Di nuovo, la comunità. Si piantano semi e poi si vedrà quanto solide saranno le radici e alti gli alberi.
Come la chiamerebbe, padre Rao, questa particolare fase storica a Taiwan? “Direi una pre evangelizzazione, c’è tanto lavoro da fare”. La presenza cattolica sull’isola consiste in circa trecentomila fedeli e parecchie strutture: quattro università, quarantasei scuole medie, più di duecento asili, quasi uno per parrocchia. Certo, dice il gesuita, “non possiamo fare catechismo a scuola, ma possiamo fare il doposcuola”, luogo d’elezione per quel fare comunità che qui pare essere l’esigenza primaria. C’è l’impegno sociale, che va dagli ospedali cattolici alla lotta contro l’aborto. Però “manca la materia prima”, scherza ma non troppo padre Rao. La questione demografica a Taiwan è seria, il tasso di fertilità è allo 0,7, tra i più bassi al mondo. Ci sono più morti che nascite e più del venti per cento della popolazione ha abbondantemente superato i sessantacinque anni d’età. E infatti la Chiesa è attiva nel promuovere assistenza agli anziani, non meramente sanitaria. C’è anche altro, come ad esempio il Centro “Rerum Novarum”, aperto nel 1971 dalla Compagnia di Gesù per dare assistenza ai lavoratori sfruttati e col tempo divenuto un centro innanzitutto d’ascolto per chi è in difficoltà o ha bisogno di un lavoro. Si fa molto, eppure non basta. “La Chiesa cattolica a Taiwan gode effettivamente di una libertà religiosa che è completamente diversa da quella della Cina continentale, dove le religioni sono state mobilitate al servizio del Partito comunista. La libertà religiosa in Cina è, in realtà, uno strumento per controllare la religione. Tuttavia, l’attività pastorale delle sette diocesi di Taiwan, messe insieme, non è paragonabile a quella di una sola diocesi di Hong Kong. Questa osservazione fu fatta alcuni anni fa da un funzionario vaticano”, ci dice suor Beatrice Leung, religiosa appartenente alla congregazione del Preziosissimo sangue e docente onorario alla National Chengchi University di Taipei. “Negli anni Cinquanta e Sessanta, il numero complessivo dei battesimi registrati a Taiwan era di trecentomila. Nel 2014, quando chiesi alle autorità cattoliche quale fosse la popolazione cattolica dell’isola, mi fu indicata la cifra di 240 mila. Tre anni fa, nel 2023, quando i vescovi di Taiwan vollero conoscere con precisione il numero dei cattolici che frequentavano regolarmente la Chiesa, un mio amico sociologo, insieme alla sua équipe, condusse un censimento in tutte le chiese e cappelle di Taiwan in una domenica. Il numero dei fedeli che partecipavano alla Messa domenicale risultò essere di appena cinquantamila persone, più o meno”. Suor Beatrice Leung prosegue: “Io sono una missionaria di Hong Kong che opera a Tainan, la città più antica del sud e la quarta città più grande di Taiwan. Nella mia parrocchia, in occasione della Pasqua dell’anno scorso, abbiamo celebrato soltanto due battesimi; nell’intera Taiwan, con le sue sette diocesi, i battesimi sono stati all’incirca duecento. Il clero locale ammira i due-tremila battesimi che ogni anno vengono celebrati a Pasqua nella sola diocesi di Hong Kong, ma non sembra reagire rinnovando il proprio impegno pastorale. Sia i sacerdoti diocesani sia quelli religiosi provenienti dal sud-est asiatico, tendono spesso a godere della prosperità materiale di Taiwan piuttosto che a impegnarsi nel difficile lavoro dell’evangelizzazione”. Il quadro è dunque fosco? “No, esiste un piccolo gruppo di cattolici validi e impegnati, che rappresentano i pilastri della vita parrocchiale. Tuttavia, non escono per evangelizzare né cercano di trasmettere la propria fede ai vicini. Semplicemente, non sanno come parlare della loro fede cattolica”.
Si torna al problema della trasmissione della fede in famiglia: “I giovani e i bambini non ricevono dai genitori un’adeguata educazione alla fede cattolica. In breve, la vita spirituale nelle famiglie è molto povera. Ecco perché è assolutamente necessario che i genitori svolgano il loro compito educativo all’interno della famiglia. I giovani che affrontano problemi legati alla sessualità si rivolgono a persone esterne alla Chiesa per chiedere consiglio, mentre durante le messe domenicali non se ne parla. Penso che a Taipei la situazione della Chiesa sia leggermente migliore”. Insomma, dice suor Beatrice, “ho l’impressione che la Chiesa di Taiwan abbia bisogno di un profondo rinnovamento interno, per rafforzare la fede dei suoi fedeli e approfondire il loro rapporto con Dio. In un contesto in cui le religioni popolari sono molto diffuse, se i cattolici non vengono educati a sostenere e testimoniare i valori del Vangelo e a sviluppare un rapporto sempre più intimo con Gesù Cristo risorto, la comunità cattolica, che rappresenta circa l’uno per cento della popolazione, rischia di diventare una minoranza con un’influenza sempre più limitata nella società taiwanese”. Concorda Piotr Adamek: “Dopo decenni di rapida crescita ed espansione missionaria, tra il 1950 e il 1980, la Chiesa è entrata in una fase di stagnazione, con comunità parrocchiali caratterizzate da una forte prevalenza di anziani. Il futuro della Chiesa cattolica sull’isola dipenderà dalla sua capacità di trovare una nuova strada e un linguaggio più incisivo per entrare in sintonia con i giovani. Dovrà colmare il divario generazionale, accogliere le diverse comunità di migranti e promuovere una fede viva, capace di parlare direttamente alle difficoltà e alle questioni identitarie dei giovani taiwanesi di oggi”.
Una società che sta bene, che con orgoglio mostra i successi della sua ricerca e della sua industria, che l’hanno fatta divenire leader nel settore dei semiconduttori. A Taiwan si produce il settanta per cento della capacità produttiva globale di semiconduttori e il novanta per cento dei chip più avanzati che poi vengono usati nei nostri computer, negli smartphone, nei sistemi militari. Ma anche in medicina, nelle strumentazioni più avanzate. A Hsinchu, mezz’ora di treno ad alta velocità dalla stazione centrale di Taipei, c’è un enorme centro dove si studia, si fa ricerca e si produce. Come fa una realtà piccola, rispetto ai grandi paesi del globo, a essere ancora leader incontrastato? Qual è la ricetta o il segreto? “Le lezioni di maggior successo tratte dall’esperienza di Taiwan riguardano i modelli di collaborazione tra industria, università e ricerca e di integrazione hardware-software”, dice Liu Chien-Nan, direttore generale del Taiwan Semiconductor Research Institute (TSRI), che aggiunge: “Anche i settori emergenti, come l’intelligenza artificiale e i droni, richiedono una profonda integrazione di sensori, sistemi di comunicazione, gestione dell’alimentazione e chip di elaborazione. Il TSRI, appartenente ai National Institutes of Applied Research, promuove da tempo il modello di organizzazione per la condivisione di infrastrutture e servizi (Shared-facility Service Organization, SSO), mettendo a disposizione piattaforme condivise e avanzate per la progettazione e la fabbricazione di circuiti integrati, che riducono significativamente gli ostacoli alla ricerca e sviluppo per le università e le startup. Oggi, questa esperienza basata su piattaforme condivise si sta estendendo a nuovi settori. L’istituto ha realizzato piattaforme per la progettazione e la verifica di SoC (System-on-Chip) basati sull’intelligenza artificiale e fornisce servizi di ricerca di base per il packaging avanzato e l’integrazione eterogenea dei componenti”. Non è finita qui, spiega Liu Chien-Nan: “L’istituto supporta i gruppi di ricerca nazionali nelle fasi di esplorazione iniziale e progettazione di prototipi, finalizzate all’integrazione di algoritmi di IA e sensori nei microchip (Edge AI). In questo modo, pone le basi scientifiche per realizzare sistemi di calcolo autonomi a basso consumo energetico e ad alta efficienza, destinati ad applicazioni come i droni”.
Poi c’è la grande incognita, che intreccia le relazioni ecclesiali con quelle diplomatiche. Un tema un po’ tabù, ma ben presente. Oggi, l’unica ambasciata di Taiwan in Europa è quella presso la Santa Sede e l’ambasciatore Anthony C. Y. Ho, in carica dal maggio 2025, lavora per rafforzare ulteriormente le relazioni tra Taiwan e il Vaticano attraverso l’iniziativa “H.O.P.E.”, acronimo di Humanity, Opportunity, Partnership and Encounter (Umanità, Opportunità, Partenariato e Incontro). Nel corso dell’ultimo anno, Taiwan ha collaborato con la Santa Sede, le diocesi della Chiesa cattolica e diverse organizzazioni ecclesiali per realizzare un’ampia gamma di iniziative a sostegno delle persone più bisognose. Negli ultimi anni, con la stipula dell’Accordo segreto tra Roma e Pechino, i rapporti tra il Vaticano e il governo di Xi Jinping si sono fatti più stretti, pur rimanendo il tutto avvolto dalle nebbie e dai misteri. L’intesa non ha ragioni diplomatiche, ma esclusivamente pastorali: si tratta di concordare una linea per la nomina dei vescovi e per la ristrutturazione delle diocesi nella Cina continentale. Rinnovato ogni due anni e ora per un quadriennio, l’accordo si è rivelato chiaramente sbilanciato: di fatto, Pechino nomina e Roma ratifica. E che il coltello dalla parte del manico lo tenga il regime cinese è dimostrato dal fatto che non ci si è fatti troppi scrupoli a nominare due vescovi in Sede vacante. Per non parlare dei prelati nominati e annunciati pubblicamente prima che da Roma arrivasse il placet. La Segreteria di stato tende a guardare il bicchiere mezzo pieno: almeno ora, si dice, tutti i vescovi sono in comunione con Roma. Compresi quelli, però, che prestano giuramento al Partito comunista. In Italia il clima è favorevole a Pechino, basta sfogliare il quotidiano della Conferenza episcopale e quanto scrivono alcune sue firme di punta: le stesse che guardavano le proteste per la libertà a Hong Kong e spiegavano che il destino di quella città è ineluttabilmente cinese. Cosa rispondere, quindi, a chi sostiene che prima o poi la Santa Sede riconoscerà diplomaticamente la Cina di Xi Jinping? Il ministro degli Esteri Lin Chia-Lung dice al Foglio che “Taiwan e la Santa Sede intrattengono relazioni diplomatiche da oltre ottant’anni. Il nostro rapporto continua a progredire costantemente. Entrambi i paesi sostengono i valori universali della libertà, della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani, dell’umanitarismo e della libertà religiosa. Entrambi sono impegnati a promuovere la pace nel mondo e la prosperità dell’umanità. Taiwan continua a rispondere agli appelli del Vaticano alla carità e alla compassione e si adopera per promuovere la cooperazione e gli scambi con la Santa Sede in ambiti quali l’assistenza ai migranti e ai lavoratori migranti, la sanità intelligente e gli aiuti umanitari”. Certo, prosegue il ministro, “la Santa Sede intende svolgere ulteriori attività pastorali in Cina. Tuttavia, a differenza di Taiwan, la Cina non tutela la libertà religiosa. Le violazioni della libertà religiosa e dei diritti umani continuano ad aggravarsi. Taiwan monitora attentamente la repressione, da parte della Cina, della libertà di credo religioso e invita i paesi che condividono gli stessi valori a tutelare congiuntamente la libertà religiosa”. Fatalista è suor Beatrice Leung: “Anche se si dovessero stabilire relazioni diplomatiche tra la Cina e il Vaticano, il governo di Taiwan non si farebbe prendere dal panico, perché Taiwan è già inserita nella comunità internazionale e, sotto molti aspetti, si comporta come uno stato, pur senza essere ampiamente riconosciuta come tale”.
Wen-Jia Luo, vicepresidente e segretario generale della Straits Exchange Foundation guarda proprio alla situazione di Hong Kong: “In sette anni, da lì sono partite trecentomila persone. I media e i tribunali di Hong Kong hanno completamente perso la libertà originaria. E questo nonostante le promesse e le rassicurazioni cinesi. Guardiamo il Tibet: il Partito comunista cinese aveva garantito che il popolo locale potesse continuare a mantenere la propria fede religiosa e la propria libertà. Dopo il 1950, ha fatto entrare direttamente l’esercito a Lhasa e il Dalai Lama è dovuto partire per l’esilio in India. E’ un fatto storico. Guardiamo gli uiguri nello Xinjiang, costretti a entrare in campi di rieducazione per eliminare la loro fede, la loro lingua e la loro cultura”. Il fatto è che, continua Wen-Jia Luo, “nella Cina comunista non c’è una vera possibilità di esprimere e vivere la propria appartenenza religiosa. Secondo la legge, qualsiasi cittadino e straniero e qualsiasi predicazione, se condotta all’interno di confini cinesi, deve avvenire in un tempo designato, in un luogo designato, con persone designate e previamente approvate. Solo allora è consentito svolgere un’attività religiosa. Gli addetti a tale compito devono ottenere dal governo un tesserino di lavoro e una licenza. Solo allora possono svolgere la propria attività. Ecco perché, se la Santa Sede scegliesse di riconoscere una dittatura senza libertà religiosa e di abbandonare Taiwan, dove la libertà religiosa è garantita, sarebbe una cosa assai deplorevole e incomprensibile. Speriamo che in Italia e presso la Santa Sede si possa capire questo: in Cina non c’è vera libertà”. Una postilla finale: “Il governo taiwanese ha sempre auspicato che tutti i paesi mantengano con la Cina normali relazioni di scambio, ma non è necessario assecondare la Cina quando impone di negare o respingere l’esistenza di Taiwan”.
Ma sotto il profilo religioso, cosa distingue il cattolicesimo praticato sull’isola da quello praticato nella Repubblica popolare cinese? Tantissimo, a sentire il professor Adamek: “Da ottant’anni, entrambe le società e le rispettive chiese si sono sviluppate in modi profondamente diversi. A Taiwan, la Chiesa cattolica gode di piena libertà d’azione e ancora oggi gode di un notevole prestigio sociale. Una parte consistente dei cattolici, qui, appartiene alla popolazione indigena, non cinese, cui si affianca una comunità di migranti cattolici in crescita, provenienti soprattutto dalle Filippine e dal Vietnam. Sono presenti numerosi missionari stranieri e vi sono ampi contatti con le altre Chiese del mondo. Tutto questo è impossibile, o fortemente limitato, per la Chiesa cattolica al di là del mare. Di conseguenza – prosegue il docente della Fu Jen Catholic University – la Chiesa assume lì caratteristiche diverse: è più strettamente legata alla comunità locale e pone maggiore enfasi sulle tradizioni cattoliche. Al tempo stesso, è fortemente consapevole di appartenere a una grande nazione, talvolta con una sfumatura di nazionalismo. Si trova inoltre costantemente a confrontarsi con la politicizzazione, con le direttive imposte dall’alto dallo stato, come la cosiddetta ‘sinicizzazione del cattolicesimo’ e con le divisioni interne”. La sensazione è che la partita, qui, sia ben lontana dalla sua conclusione.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
