Dal Gemelli al Gemelli: i primi 18 mesi di Leone

Dossier delicati, lunghi viaggi apostolici, fratture interne e grandissimi bagni di folla: il Papa che delude per l'eccessiva sobrietà e quello della "grande tenda". Oggi il ricovero al Policlinico per un intervento chirurgico

13 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 14:21
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Foto Lapresse

Diciannove mesi fa Papa Francesco lasciava il Policlinico Gemelli di Roma. Oggi Papa Leone XIV ci è ritornato, salutato da una grande folla, per sottoporsi a un intervento per rimuovere un nodulo al polmone, scoperto durante un check-up di routine. "E’ stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo", ha detto al termine dell’ultimo Angelus domenicale.  Per via del ricovero, che dovrebbe durare una settimana, sono state annullate tutte le udienze fino a martedì 20 ottobre. Confermato invece il viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù, in programma dal 6 novembre: il primo dopo l'operazione chirurgica. L'ultimo – quello in Francia, durato dal 25 al 28 settembre – ha coinvolto milioni di fedeli tra Parigi, Lourdes e Metz, tra cui ottantamila ragazzi che il venerdì sera, allo stadio di Saint-Denis, hanno cantato a cappella il Salve Regina, tenendo in mano rosari e scattando migliaia di foto con gli smartphone.
È il bagno di folla, del resto, a contraddistinguere gli ultimi 18 mesi del pontificato leonino: un abbraccio collettivo con i fedeli, dalle novecentomila presenze al Meeting di Rimini (dove il Pontefice agostiniano ha ridotto a contorno quasi irrilevante il solito caravanserraglio di politici che occupano paginate intere sui giornali per i sei giorni fieristici), fino alla affollatissima veglia di preghiera dello scorso agosto Tor Vergata in occasione del Giubileo dei giovani. Tutto è sembrato seguire in questi mesi il modello di una “grande tenda” sotto la quale possono convivere pacificamente tutti i cattolici benché provenienti da diverse visioni sulla morale e sulla politica. Idea lanciata dal cardinale Joseph Bernardin, che governò Chicago dal 1982 al 1996 ed è stato per un ventennio il capofila indiscusso della Chiesa liberal americana, quella pre culture war. Questa idea della grande tenda, come scriviamo qui, pare scorgersi in questo pontificato. Non a caso il motto papale ne è la sintesi, in illo uno, unum, in Colui che è uno siamo una cosa sola. 
L'unità per Leone XIV è una cosa seria, non solo uno slogan da motto o da francobolli. I fedeli sembrano averlo capito, i commentatori un po' meno. Nei primi mesi del Pontificato, infatti, si avvertiva un sentimento se non di delusione (termine eccessivo) quantomeno di disorientamento attorno a Leone. Troppo impostato, si sentiva dire: troppo silente, poco incisivo sulla scena geopolitica, poco rapido nel ridisegnare la macchina di governo attuando l’atteso (da qualcuno) spoils system o nel confermare lo status quo (come auspicato da altri). Come ricordiamo qui, ci sono voluti quattro e mesi e mezzo per scegliere il suo successore al dicastero per i Vescovi, e qualcuno ha fatto subito elegantemente notare che Francesco ci mise due settimane a trovare chi dovesse prendere il suo posto a Buenos Aires, non proprio la diocesi più insignificante dell’orbe terracqueo. Per nominare il secondo segretario, pescato nella diocesi di San Miniato, sempre quattro mesi e mezzo. E poi la guerra, il mondo che va in mille e più pezzi e la voce del Papa che lancia appelli il mercoledì e la domenica, fa un paio di battute il martedì sera lasciando Castel Gandolfo, ma non mostra quella forza d’urto bergogliana che entusiasmava le sale stampa e garantiva agli stressati corrispondenti di questioni vaticane un titolo d’impatto.
C’è chi si è detto deluso tuonando dalle pagine dei giornali, come ha fatto don Paolo Farinella, che sul Fatto Quotidiano ha scritto che “il Papa non si pronuncia, ma soffre, si addolora, invita, esorta, supplica e… fa l’americano. Forse, se avesse riflettuto qualche secondo in più, avrebbe fatto meglio a chiamarsi Leoncello I, tenero cucciolotto”. E c’è chi, dalla destra ultraconservatrice americana, si è indignato appunto per il premio al senatore democratico sedicente cattolico Dick Durbin, impegnato sì nella lotta alla discriminazione contro i migranti, ma fierissimo cultore dell’aborto alla stregua boniniana.  L’anomalia, però, non è Prevost il temporeggiatore: l’anomalia è stato il pontificato di Francesco. E infatti, il Pontefice agostiniano ha imposto una sobria svolta comunicativa, fatta di semplicità dei gesti e da un'assenza di coreografie in favore di telecamere come non si vedeva da tempo. 
Niente show, nè davanti ai giovani del Giubileo, nè davanti ai numerosi attacchi ricevuti dalla Casa Bianca. Ad aprile il presidente Trump ha insultato Papa Leone definendolo "DEBOLE sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera", in risposta alle sue critiche alla guerra in Iran e ai suoi appelli alla pace. A bordo dell’aereo per Algeri, il Papa ha risposto: "Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di parlare ad alta voce del messaggio del Vangelo". Neanche un mese dopo Trump ci è ricascato, e in un'intervista al Salem news channel ha detto: "Lui ritiene che sia ok per l'Iran avere un'arma nucleare, io non credo sia una cosa buona. Credo che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte altre persone".
Alla rottura con la Casa Bianca se n'è accompagnata anche un'altra dai contorni religiosi ben più importanti: lo scisma lefebvriano. Storia travagliata e dolorosa caratterizzata da due gravi strappi che hanno portato la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, a separarsi dal Papa e dalla comunione con la Chiesa di Roma compiendo in due casi l’atto scismatico di consacrare dei vescovi senza il mandato pontificio e contro la volontà del Pontefice. Al primo scisma, risalente al 1988, se n'è aggiunto uno nel luglio 2026, quando i lefebvriani hanno consacrato quattro nuovi vescovi a Écône (Svizzera) senza l'autorizzazione di Leone. Il 2 luglio 2026 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha dichiarato lo scisma formale e la conseguente scomunica latae sententiae. Vani sono stati gli sforzi del Pontefice di ricomporre la frattura. "Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!", ha scritto a fine giugno in una lettera indirizzata al superiore generale lefebvriano, don Davide Pagliarani: "Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione”.La risposta di don Pagliarani è arrivata il giorno dopo, il primo luglio: "Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa. Il sacrificio che Dio ci chiede oggi è essere trattati da ribelli, ma noi vogliamo servire la Chiesa come una madre in difficoltà, che soffre, una madre a volte tradita, una madre che ha bisogno e merita di essere amata. Potremmo restare indifferenti – ha aggiunto – ma questo sarebbe tradire la Chiesa". Per poi elogiare quella di oggi come "una giornata storica, una festa".
Dossier, lunghi viaggi apostolici, fratture interne e scontri diplomatici inediti. I primi 18 mesi di Papa Leone hanno visto il susseguirsi di svariati eventi e scenari di guerra in corso (in quello ucraino, la sua posizione è sempre stata chiarissima). Oggi, sorridente e riservato, si prepara ad affrontare una nuova e delicata sfida. In questo scenario di estrema trasparenza, però, è evidente che il Vaticano ripiomba, dopo soli diciotto mesi, in un clima di incertezza. C’è però un dato certo: l’affetto della folla che, sin dalle prime ore del mattino, lo attendeva fuori dal Policlinico.