Il pontefice che diventò "indegno erede di Pietro"

Ponziano e il suo rivale Ippolito furono deposti, cacciati e spediti in Sardegna ai lavori forzati dove si riappacificarono. E Leone I, Magno, che se la vide con gli Unni di Attila 
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Foto ANSA

28 settembre 235. Rinunciò al papato Ponziano, eletto in un periodo in cui la comunità cristiana di Roma era divisa a causa dello scisma guidato da Ippolito, considerato il primo “antipapa”. Nel 235, con la fine della tollerante età dei Severi per l’uccisione di Alessandro Severo, il nuovo imperatore Massimino il Trace riprese le persecuzioni. A Roma vennero arrestati sia Papa Ponziano sia Ippolito, entrambi condannati ad metalla, ovvero ai lavori forzati a vita nelle miniere della Sardegna. Prima della deportazione, per permettere l’elezione di un successore, il 28 settembre 235 Ponziano rinunciò formalmente al pontificato: fu la prima abdicazione papale storicamente documentata con precisione dal Catalogo liberiano. I due rivali morirono poco dopo per le dure condizioni della prigionia, ma prima si riconciliarono: Ippolito rinunciò alle sue pretese chiedendo ai suoi sostenitori di porre fine allo scisma e permettendo così l’elezione unitaria di Papa Antero. Qualche anno dopo, Papa Fabiano ottenne il permesso di riportare le loro salme a Roma: oggi sono entrambi venerati come santi.
29 settembre 440: venne consacrato a Roma Leone I, che sarà detto Magno. Eletto mentre si trovava in Gallia, considerò la data della consacrazione come il suo “giorno natale”. Riflettendo sulle caratteristiche e le prerogative del vescovo di Roma, elaborò un’articolata costruzione teologica e giuridica. Profittò di ogni occasione per ricordare che il Papa era il “successore” dell’apostolo Pietro. La parola non era scelta a caso e non aveva un significato generico, ma quello ben più stringente che veniva dal diritto romano in materia, appunto, di “successione”: l’erede prendeva legittimamente il posto della persona deceduta, assumendone il medesimo status giuridico. Applicando lo stesso principio al vescovo di Roma, e distinguendo accuratamente tra status giuridico (ereditabile a norma di diritto) e status personale (ovviamente non trasmissibile) Leone coniò l’espressione di “indegno erede di Pietro”. Il Papa non ereditava i meriti né la santità di Pietro, ma il suo ufficio, cioè la funzione che il Vangelo indica nel compito di custodire le chiavi del regno dei cieli, di legare e di sciogliere. Roma non era solo la “sede apostolica”, ma proprio la “sede di Pietro”, anzi, come Leone ebbe a scrivere al vescovo Anastasio di Tessalonica nel 446, “l’unica sede di Pietro che ha la cura della Chiesa universale”. E quella cura si poteva realizzare esercitando la pienezza del potere. Leone Magno agì secondo questi princìpi con grande energia, facendo valere l’autorità pontificia, dottrinale e disciplinare, davanti a vescovi, imperatori, sinodi. Confrontati con la sua costruzione teologico-giuridica sembrano perfino meno significativi altri importanti e noti avvenimenti del papato di Leone, come il suo ruolo nell’ambasceria che nel 452 fermò gli Unni di Attila o i suoi rapporti con i Vandali di Genserico, che nel 455 saccheggiarono Roma.