Il problema delle classi monoculturali esiste. Anche per la Chiesa

Le associazioni delle scuole paritarie: "Eventuali situazioni di forte squilibrio nella composizione delle classi devono essere affrontate con buon senso, senza trasformare un problema organizzativo ed educativo in un criterio di esclusione"

24 SET 26
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Tolta di mezzo la patina polemica da campagna elettorale, la questione degli stranieri nelle aule scolastiche avrebbe tutte le caratteristiche per mettere d’accordo destra e sinistra. Non è un problema di parte, ma di realismo. E pure la Chiesa cattolica, già anni fa, avvertiva sui rischi di creare nuclei “monoculturali”. La questione delle “classi ghetto” non è nuova. Nel 2018, il cardinale Matteo Zuppi, intervenne sui dati presentati dall’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna: a Bologna, le classi in deroga (dove si può superare il tetto del 30 per cento di stranieri previsto dalla circolare Gelmini) erano il 13,5 per cento del totale.  “Non va bene, la formazione di gruppi monoculturali è dannosa”, disse l’allora direttore Stefano Versari. Il cardinale Zuppi commentò: “Questi bimbi sono i futuri italiani. Bisogna evitare questa concentrazione perché così si rischia l’isolamento e non l’integrazione. La scuola deve educare e non solo istruire” e una simile concentrazione renderebbe il raggiungimento di tale obiettivo “molto più difficile”. Lapalissiano ed evidente a chiunque sia entrato in un’aula scolastica con tanti studenti poco pratici della lingua italiana. Serve contestualizzare e non generalizzare.
Sulla stessa linea si sono poste le scuole paritarie con una Nota congiunta di Agesc, Ciofs Scuola, Fidae e Fondazione Gesuiti Educazione: “La scuola deve essere il luogo nel quale nessuno viene escluso e ogni persona può sentirsi accolta, riconosciuta e accompagnata. Di fronte alle misure annunciate dal governo sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi, riteniamo fondamentale partire da una parola: inclusione. Eventuali situazioni di forte squilibrio nella composizione delle classi devono essere affrontate con buon senso, senza trasformare un problema organizzativo ed educativo in un criterio di esclusione. Non è la cittadinanza di un alunno a determinare le difficoltà di una classe. Occorre considerare la conoscenza della lingua italiana, i bisogni educativi dei bambini e dei ragazzi, il contesto sociale e territoriale e le condizioni nelle quali operano le singole scuole”. Anche qui, è indispensabile contestualizzare, visto che “l’inclusione non si realizza attraverso automatismi o percentuali applicate indistintamente. Richiede il coinvolgimento delle scuole, delle famiglie, degli enti locali e delle comunità territoriali, insieme a investimenti adeguati nella mediazione culturale, nell’insegnamento dell’italiano, nella formazione dei docenti e nel sostegno alle realtà che operano nelle aree più complesse”. Anche per questo, scrivono le associazioni, “le nostre scuole sono disponibili ad accogliere un numero maggiore di bambini e ragazzi, contribuendo anche a una distribuzione più equilibrata degli alunni e sostenendo concretamente i percorsi di integrazione. Ma questa disponibilità deve essere accompagnata da condizioni che consentano davvero a tutte le famiglie di scegliere una scuola paritaria, indipendentemente dal reddito e dalla provenienza”. A conclusione del Consiglio permanente della Cei, il segretario generale mons. Giuseppe Baturi ha detto che “la scuola è chiamata a essere ciò che di più bello c’è nella società: un luogo di incontro, di passione per il vero, di conoscenza di se stessi e di capacità di assumersi la propria responsabilità vero il mondo. Per questo non può che essere inclusiva”.