Toh, dopo vent'anni il Vaticano riscopre il discorso di Ratisbona

Nel documento elaborato da tre dicasteri curiali e approvato dal Papa, c'è un rimando al passaggio più controverso del celeberrimo discorso che vent'anni fa infiammò il mondo islamico

18 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:44
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Benedetto XVI a Ratisbona, nel 2006

In occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, il Papa ha approvato un documento preparato dai dicasteri per la Dottrina della fede, per la Promozione dell’unità dei cristiani e per il Dialogo interreligioso. Si intitola “Un cammino di speranza”. Nostra aetate, pubblicata nel 1965, aprì un nuovo capitolo innanzitutto nei rapporti fra cristiani ed ebrei e poi con le altre religioni. Il documento approvato da Leone XIV si sofferma sull’origine del testo conciliare, ne analizza gli sviluppi e offre prospettive per il futuro. Naturalmente, l’intento è di rendere evidente i benefici del dialogo tra le religioni e le positive ricadute che potrebbero derivarne sulle società di questo mondo traballante. Tra le molte citazioni, una in particolare, colpisce l’occhio. E’ la numero 24, che così recita: “La perseveranza nel dialogo interreligioso vuole essere la dimostrazione che il fondamentalismo è una falsificazione delle religioni, che si contrappone alla loro vocazione profonda. In un noto discorso, riprendendo le parole di un imperatore bizantino, [Benedetto XVI] affermò che la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima”. Il noto discorso è quello di Ratisbona, pronunciato dall’allora Pontefice il 12 settembre 2006. E il punto citato oggi è esattamente quello che scatenò tutto quel che si sa: reprimende di saggi islamici, richieste di scuse, lettere, raccolte di firme. E poi assalti alle chiese, in qualche caso date alle fiamme. Aver inserito quel passaggio nel testo ratzingeriano fu una “leggerezza”, osservò qualcuno – anche in Segreteria di stato – mentre altri esprimevano preoccupazione per questo professore fatto Papa che poco conosceva le regole della diplomazia e della sua natura realista. Benedetto che dovette pure andare in Turchia due mesi dopo, quasi a titolo di riparazione e di scuse.
Vent’anni dopo, quella “leggerezza” viene citata non in un’omelia o in un discorsetto da udienza mattutina a qualche circolo o gruppo in gita a Roma, ma nel documento di sessanta paragrafi che ricorda e celebra Nostra aetate. Documento che contiene anche altri riferimenti dimenticati o prematuramente archiviati. Come quello alle parole di Papa Francesco sul dialogo con il credo islamico, contenute nella summa del suo pontificato, l’Evangelii gaudium: “Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’islam che arrivano nei nostri paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’islam godono nei paesi occidentali!”. Per essere più chiari, i redattori della Nota odierna sottolineano che “altrove, la crescita dei fondamentalismi, il permanere dei pregiudizi, la manipolazione politica delle appartenenze religiose o le violenze in nome di Dio minano le stesse basi del dialogo. Nelle società secolarizzate, la parola religiosa viene talvolta marginalizzata o strumentalizzata, ridotta a folklore, a opinione soggettiva o del tutto offuscata”. Ce n’è anche per il contrasto al disprezzo verso gli ebrei e l’ebraismo: “La solidarietà con il popolo ebraico – si legge – include anche la comune lotta contro l’antisemitismo”.