Enzo Bianchi, le mille facce di un “Vecchio Credente” molto orientale che piacevano alla gente che piace

Il suo successo come guru dei colti in ricerca, una categoria che comprende moltissima bella gente e capace, ha questo di sorprendente, che coincide con il secolarismo, segue un tracciato del mondo fondato su esistenzialismo e spirito libertario, utilitarismo e gioia di vivere, cercando di fondare tutto questo in un incontro tra oriente e occidente che oggi suona strano e perfino tenebroso

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Enzo Bianchi (foto Ansa)

In realtà padre Enzo Bianchi sembrava una maschera della Kovancina, un Dosifeo dell’immolazione dei Vecchi credenti interpretato da Ghiaurov, o almeno così mi apparve l’unica volta che lo incontrai amabilmente, nella reciproca corpulenza, in un ristorante del Circolo dei lettori di Torino. Secondo De Bortoli aveva un “cuore martiniano”, e chi sono io per giudicare? Secondo Recalcati era praticamente un freudiano, uno che predicava contro la religione della paura e della sofferenza (uno psicoanalista non è tenuto a ricordare che in verità Lucrezio in questo aveva preceduto il maestro di Vienna, e il suo ateismo era a prova di bomba). Per Cacciari incarnava lo spirito da monaco civile, e in più il suo era un misticismo della solitudine, insegnata come libertà, degno del Monte Athos. Secondo Melloni era una vittima del costantinianesimo curiale sopravvissuto fin dentro il papato di Francesco. Secondo molti altri intellettuali con il gusto esoterico del Logos orientalista, che lo hanno ammirato e perfino adorato, era un novatore del cristianesimo conciliare, un teologo dell’ecumenismo e un pensatore dell’oriente cristiano diffidente verso il cristianesimo cosiddetto latino. Era un personaggio interessante, non c’è dubbio, c’era in lui qualcosa del democristiano monferrino, ma questo non conta in un’esperienza che procede dal cattolicesimo democratico e approda al monachesimo più misterioso ed esclusivo. Era un eroe slow food del nutrimento di fede.
La cosa interessante del biancheggiare assorto in cui padre Enzo aveva immerso i suoi seguaci e amici, come ha ricordato ieri qui Maurizio Crippa, tutti di grande livello e per lo più privi del requisito della fede e della fedeltà alla Chiesa di Roma, si riassume nella sua ostilità a Ruini, così aperta e potente da essersi manifestata con durezza anche in morte del Cardinale, definito come “quello che ha fatto soffrire molti fedeli”, un giudizio come rannuvolato nel criterio secondo il quale la verità è un’illusione autoritaria che s’innesta nel potere usurpato della Chiesa, altro che splendore. Che della cattolicità facciano parte come insegnamento ed esperienza evangelica anche la sofferenza, la disciplina gerarchica, il senso della Chiesa come istituzione di popolo, lo sviluppo di una dottrina compresi i suoi aspetti dogmatici non negoziabili, non era un’idea nelle sue corde, sebbene personalmente si sia piegato alla decisione papale che lo escludeva dalla frequentazione della propria creatura, il monastero di Bose. E il suo successo come guru dei colti in ricerca, una categoria che comprende moltissima bella gente e capace, ha questo di sorprendente, che coincide con il secolarismo, segue un tracciato del mondo fondato su esistenzialismo e spirito libertario, utilitarismo e gioia di vivere, cercando di fondare tutto questo in un incontro tra oriente e occidente che oggi suona strano e perfino tenebroso. Ecco, i commenti e le cose anche molto belle e amorevoli intorno alla morte di Bianchi hanno messo in luce che cosa voleva dire Francesco con quella frase mai definitivamente sottoscritta ma sfuggitagli dal senno, che “Dio non è cattolico”. Voleva dire che Dio è vivo, ma il cattolicesimo è morto. Con uno sforzo in più gli amici di Enzo Bianchi avrebbero dovuto tirare le conseguenze del loro amore, che è sempre una cosa difficile a farsi.