"La Siria è ormai diventata uno stato islamico", dice l'arcivescovo siro-cattolico di Homs

Monsignor Jacques Mourad: "Credevamo di aver finalmente raggiunto la libertà. Invece abbiamo ricominciato a lottare per conquistarla". La presenza dei cristiani è al minimo: da due milioni a trecentomila

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Roma. “Credevamo di aver finalmente raggiunto la libertà. Quella notte, per la prima volta dopo anni, dormii tranquillamente”, ha detto nei giorni scorsi a Vienna mons. Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs. “Solo due mesi dopo scoppiarono scontri armati e le milizie islamiste iniziarono ad attaccare i civili alawiti. In quel momento mi sono reso conto che non avevamo ancora la libertà e la mia lotta per conquistarla è ricominciata”. Mons. Mourad fu rapito nel 2015 da miliziani dello Stato islamico mentre si si trovava nel monastero di Mar Elian: “Mi dissero ‘convertiti all’islam o ti taglieremo la testa’”. Riuscii a farsi forza con la preghiera – “Ogni volta che la paura mi travolgeva pregavo il rosario e la mia paura diventava coraggio” – e fu tratto in salvo da un gruppo di musulmani locali che salvarono dozzine di ostaggi dello Stato islamico. Molti dei “salvatori” sarebbero stati poi giustiziati. Conosce bene dunque chi oggi governa la Siria, che dalle file di quel movimento proviene. “La maggior parte dei membri del governo è fatta di fondamentalisti islamisti, molti sono di Idlib”, a lungo la roccaforte dei miliziani fedeli al Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. “Questi estremisti odiano gli alawiti e i drusi ancor più dei cristiani e il governo non è in grado o non è disposto a fermare la violenza”. Se non si può parlare di libertà, ancor meno si può parlare di libertà religiosa, anzi: le minoranze religiose sono nel mirino, gli islamisti ritengono che l’unica vera fede sia quella musulmana. La diversità della società, anche quella religiosa, ha detto mons. Mourad, non ha alcun valore per il nuovo governo.
La presenza dei cristiani è ai minimi: prima della guerra civile ce n’erano due milioni. Oggi ne restano trecentomila, forse trecentocinquantamila. “Se questa tendenza continuerà, il cristianesimo scomparirà da questa regione”. Nonostante ciò, non si allinea alla maggioranza dei vescovi locali che chiede a chi è scappato di tornare in patria, anzi. La situazione economica è drammatica, manca il lavoro e la sicurezza non è garantita. Un anno fa, un attentato suicida durante la messa domenicale pomeridiana aveva devastato la chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, uno dei monumenti più antichi e venerati di Damasco. Più di venti i morti, decine i feriti. Non era un bersaglio scelto a caso: quella chiesa era da sempre il simbolo del dialogo e della convivenza tra fedi diverse. L’attentatore – affiliato a quel che resta dello Stato islamico – sapeva bene cosa rappresentava quel luogo. Ed è proprio questo che oggi il vescovo lamenta: “Sono necessari più spazi di incontro oltre i confini confessionali e religiosi affinché una convivenza possa avere di nuovo successo”, ma il governo pare ben poco disposto a procedere su questa linea. Non c’è pluralismo né lo si cerca: “Perché nel nuovo Parlamento siriano ci sono solo sei cristiani e solo cinque donne?”, s’è chiesto. Un Parlamento la cui gran parte dei componenti, ha sottolineato mons. Mourad, è composta da fondamentalisti islamisti, molti dei quali provenienti proprio da Idlib, la capitale del Califfato del fu Abu Bakr al Baghdadi. Non proprio un bel biglietto da visita per la nuova Siria che tanta curiosità e clemenza suscita in occidente.