Solo la forza può costringere Putin al dialogo

Ci sono  situazioni “nelle quali un dialogo autentico e veri negoziati diventano possibili solo quando l’aggressore (o coloro che lo mantengono al potere) si rende conto non solo che i suoi tentativi di conquista sono destinati al fallimento, ma anche che il protrarsi dell’aggressione comporta costi insostenibili”, scrive il biografo di Giovanni Paolo II, George Weigel

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Vladimir Putin

Roma. “Gli attacchi russi sono deliberatamente diretti contro siti civili e, sebbene le difese aeree ucraine riescano ad abbattere parte dei missili e dei droni, altri riescono a passare. Innocenti vengono uccisi e famiglie perdono le proprie case a causa di questa campagna volta intenzionalmente a provocare vittime tra la popolazione civile. Questa non è guerra. E’ terrorismo”. A scriverlo, in un breve commento su First Things, è George Weigel. Biografo di Giovanni Paolo II ed esponente di punta dei neocon che proprio di Karol Wojtyla poco gradirono la “svolta” pacifista in occasione del conflitto del 2003 contro l’Iraq di Saddam Hussein. Le parole di Weigel rientrano in un ragionamento più ampio sul tema forte del momento: il dialogo. 
Weigel fa un riassunto di quanto accaduto dal 2022 a oggi, osservando che “Kyiv non dovrebbe essere costretta a sopportare tutto questo”. Parte da un paragone con i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, per i quali la resa rappresentava un disonore e quindi si doveva combattere fino alla morte, se necessario. “La barbarie russa in Ucraina è persino peggiore”, scrive Weigel, “perché viene presuntamente giustificata ricorrendo alla fede e alla verità cristiane”. La guerra si fa in nome di Dio, come è ovvio fin dalla lugubre omelia tenuta all’inizio del conflitto dal Patriarca di Mosca Kirill, che giustificò l’aggressione ordinata da Vladimir Putin come una guerra santa “religiosamente giustificata” tra la Russia cristiana e l’occidente satanico, al quale l’Ucraina aspirava ad aderire”. Una – osserva Weigel – “sacrilega campagna volta a benedire ciò che non può essere giustificato è proseguita da allora ed è stata condannata dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli, il ‘primo tra pari’ nella guida delle Chiese ortodosse”. E qui si arriva al punto centrale. Data la situazione, è lecito sollevare “interrogativi urgenti sui limiti del dialogo in determinate circostanze storiche”. E’ un po’ il senso di quanto detto da Volodymyr Zelensky a mons. Paul Richard Gallagher (segretario vaticano per i Rapporti con gli stati) nel corso del colloquio di due giorni fa a Kyiv: dialogare è bello è indispensabile, ma come si fa quando dall’altra parte si rifiutano i tavoli del negoziato e si bombarda notte e giorno ogni città ucraina? Weigel ricorda Winston Churchill, “che nel 1940 era disposto a ricorrere perfino all’impiego di gas mostarda per fermare un’eventuale invasione tedesca della Gran Bretagna”, ma che come principio generale sosteneva fosse “meglio parlarsi faccia a faccia che farsi la guerra”. Ecco perché non è certo inutile il continuo appellarsi al dialogo che fa il Papa, il quale ricorda costantemente che la guerra rappresenta sempre una sconfitta per l’umanità. Non sono parole vuote o di prammatica: “Siamo creature razionali, dotate del dono della ragione, che dovrebbe renderci capaci di risolvere i nostri conflitti senza ricorrere alla violenza di massa”. Per questo, scrive l’intellettuale americano, “il fallimento del confronto razionale nel risolvere i conflitti è sempre motivo di rammarico”. Detto ciò, precisa, dobbiamo rammaricarci anche di altro, ad esempio della “resa alla tirannia”. Il vero genocidio in corso, sottolinea, è quello in Ucraina, dove si sta tentando di cancellare una nazione e la sua cultura. Il mondo (o buona parte di esso) è acquiescente, mancando di dare sostegno “con ogni mezzo possibile” a quanti “mettendo a rischio ogni giorno la loro vit resistono ai tiranni e agli assassini che prendono deliberatamente di mira i civili nel tentativo di spezzare la volontà di resistenza di un intero paese”. Anche per questo, insomma, fermarsi al dialogo non dà contezza della complessità del problema. Infatti, “un uso proporzionato e discriminato della forza armata può creare le condizioni perché diventi possibile quel tipo di dialogo capace di condurre a una pace fondata sulla sicurezza, sulla libertà e sulla giustizia”. Ci sono infatti situazioni “nelle quali un dialogo autentico e veri negoziati diventano possibili solo quando l’aggressore (o coloro che lo mantengono al potere) si rende conto non solo che i suoi tentativi di conquista sono destinati al fallimento, ma anche che il protrarsi dell’aggressione comporta per i suoi costi insostenibili”. E’ allora che possono determinarsi – non è una certezza né un dogma – le condizioni affinché la ragione “possa finalmente svolgere il proprio ruolo nella risoluzione del conflitto”. Ed è questa, secondo George Weigel, la situazione dell’Ucraina di oggi.