Tra droni e commemorazioni, il Vaticano ribadisce totale sostegno a Kyiv

Il numero tre della curia va in Ucraina e incontra Zelensky. Confermato l'appoggio alla candidatura del paese per l'ingresso nell'Unione europea. Il problema, come sempre, è la Russia

21 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:15
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Roma. Mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli stati, è sempre stato la voce più filoucraina della filiera al comando in Vaticano. Anche nei momenti in cui le tensioni con Kyiv erano più forti – erano i tempi in cui si suggeriva il coraggio della “bandiera bianca quando vedi che sei sconfitto” – lui ha sempre tenuto dritta la barra sul sostegno senza eccezioni di sorta al paese aggredito da Mosca. Negli ultimi giorni è stato in Ucraina, inviato dal Papa per le celebrazioni al santuario carmelitano di Berdychiv in occasione del trentacinquesimo anniversario della riapertura delle strutture cattoliche di rito latino. Non si possono dimenticare “le sofferenze del popolo ucraino e i suoi sacrifici. Dobbiamo creare le condizioni giuste per una pace giusta”, ha detto. Prima di tornare a Roma e di rendere omaggio al memoriale delle vittime di piazza Maidan, l’alto funzionario vaticano ha incontrato Volodymyr Zelensky.
Subito, Gallagher ha sottolineato di aver “assistito” al pesante attacco russo condotto nella notte del 19 luglio (41 missili e 125 droni sganciati su tutto il paese, perlopiù sulla capitale, provocando numerosi incendi in diversi quartieri) e di essersi reso conto dal vivo dei pericoli che la popolazione corre costantemente. Il vescovo ha riferito a Zelensky del sostegno del Papa (che Zelensky ha incontrato più volte, anche a Castel Gandolfo) e ha ribadito che la prima linea per porre fine al conflitto deve essere quella diplomatica, come peraltro osservato anche dai rappresentanti del Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose. Su questo, più o meno, le parti si sono trovate d’accordo. Il problema è: come? Mons. Gallagher ha reiterato la disponibilità a ospitare in Vaticano un incontro “a livello di leader”, Zelensky si è detto d’accordo ringraziando Roma per l’aiuto nella complicata operazione di restituzione dei bambini ucraini rapiti dai russi (nei giorni scorsi era lì presente anche il cardinale Matteo Zuppi, incaricato a suo tempo da Papa Francesco e confermato da Leone XIV di seguire proprio il dossier dei minori rapiti) e del ritorno in patria dei civili che – ha detto il presidente – “la Russia tiene illegalmente in cattività”. La Santa Sede ha confermato il proprio appoggio all’ingresso di Kyiv nell’Unione europea. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha detto di aver “informato l’arcivescovo Gallagher sulla situazione del campo di battaglia, sugli sforzi di pace dell’Ucraina e sul crescente ruolo dell’Europa nel promuovere una pace globale e duratura. Il Cremlino continua a intensificare il terrore contro i civili e sta espandendo la sua campagna per reclutare mercenari in tutto il mondo, anche in Africa. Abbiamo discusso modi per aiutare a prevenire tale sfruttamento delle comunità vulnerabili attraverso il dialogo con partner e leader religiosi”.
Il problema è sempre il solito: a non volere negoziare, e a non volere negoziare in Vaticano, è la Russia. Se all’inizio del conflitto Mosca aveva cercato di fare sponda proprio su Roma per ottenere visibilità e rompere il fronte occidentale di sostegno a Kyiv – mossa che da decenni compie, ad esempio, l’Iran degli ayatollah, anche negli ultimi mesi – successivamente la resistenza è stata totale. Intanto per ragioni meramente religiose: l’ala oltranzista, nazionalista e conservatrice del Patriarcato moscovita non può accettare che a mediare sia il Papa di Roma. 
“Non è elegante che paesi ortodossi discutano in una sede cattolica delle questioni relative alla eliminazione delle cause fondamentali”, disse Sergei Lavrov chiudendo ogni spiraglio. E poi, di certo non si poteva rimediare tanto facilmente alla battuta di Papa Francesco detta via Zoom a Kirill: basta fare il “chierichetto di Putin”. Oltre a ciò, a innervosire il Cremlino erano state proprio le dichiarazioni di mons. Gallagher, che all’Onu – e quindi davanti a una platea da sempre vezzeggiata dai russi – aveva detto che “la Santa Sede è vicina all’Ucraina e ne sostiene pienamente l’integrità territoriale”. Andando quindi oltre anche quel filone di pensiero, diffuso in curia e in diversi ambienti cattolici, secondo cui la pace – o quantomeno una tregua efficace – si potrà ottenere solo con un congelamento del conflitto sulle attuali linee del fronte, un po’ à la coreana, lasciando a Putin quello che ha occupato in quattro anni di guerra. La settimana del numero tre della curia vaticana ha chiarito, ancora una volta, che Roma sta con Kyiv. Senza ma o elucubrazioni sulle pressioni della Nato ai confini.