Così l’Accordo provvisorio con la Cina ha facilitato la repressione dei cattolici

Celebrazioni a orari impossibili, finestre oscurate, canti proibiti. “L’obiettivo è spezzare la trasmissione della fede”. L'esperto Yalkun Uluyol: "Il Vaticano dovrebbe rivedere urgentemente l’accordo e fare pressione sul governo di Pechino affinché liberi i vescovi e il clero detenuti arbitrariamente o fatti sparire con la forza"

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22 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:23 AM
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Cattolici cinesi in preghiera in una zona rurale del paese

“L’Accordo provvisorio del 2018 sulla nomina dei vescovi tra la Santa Sede e la Cina, che ha posto fine a una disputa durata decenni, ha facilitato la repressione dei cattolici” nel paese asiatico. A scriverlo in un rapporto diffuso pochi giorni fa è Human Rights Watch, organizzazione non governativa indipendente che monitora il rispetto dei diritti umani nei vari contesti mondiali. Il giudizio è netto: “Negli ultimi anni il governo cinese ha rafforzato il controllo ideologico, la sorveglianza e le restrizioni agli spostamenti sui circa dodici milioni di cattolici cinesi”.
Sono state intervistate nove persone fuori dalla Cina “con conoscenza diretta della vita cattolica nel paese”, oltre a esperti di libertà religiosa e cattolicesimo nel paese. Human Rights Watch ha esaminato anche documenti governativi e articoli della stampa statale. L’accordo in questione è quello provvisorio e segreto in vigore da otto anni che regola la nomina dei vescovi nella Cina continentale. “Alcuni intervistati affermano che l’intesa ha creato una struttura che lascia ai cattolici clandestini ‘nessun’altra scelta se non unirsi alla Chiesa ufficiale’. Un altro ha definito l’accordo ‘un’arma intelligente per distruggere legalmente le Chiese clandestine’”. Le chiese definite “clandestine” sono quelle rimaste fedeli al Papa, rifiutando di sottomettersi all’Associazione patriottica, l’organismo ecclesiale diretta emanazione del Partito comunista. Sulla “clandestinità” dei cattolici che non si sono mai uniformati alla linea dell’Associazione patriottica, il segretario di stato Pietro Parolin è da sempre di diversa opinione: “In Cina non esistono due chiese, ma due comunità di fedeli chiamati a compiere un cammino graduale di riconciliazione verso l’unità”, disse nel 2018. Più tardi, quando l’Accordo fu rinnovato per la prima volta nel 2020, aggiunse che “l’obiettivo è l’unità della Chiesa, abbiamo avuto risultati importanti come il fatto che tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il Papa. Non ci sono più vescovi illegittimi, questo mi sembra un passo in avanti notevole”.
Il rapporto di Human Rights Watch non pare essere sulla medesima linea: “Alcuni cattolici ‘clandestini’ si sentono traditi dal Vaticano: se prima subivano solo la persecuzione del governo, ora sentono che anche il Vaticano li sta abbandonando”, scrive l’ong, che aggiunge: “Negli ultimi anni, il governo ha anche intensificato le restrizioni nelle Chiese ufficiali. Il clero è sottoposto a frequenti sessioni di formazione politica e gli insegnamenti religiosi devono essere approvati dalle autorità. Sono state imposte registrazioni per partecipare alle funzioni e vietato l’ingresso ai bambini”.
Su questo punto si era già soffermato, con una lunga inchiesta pubblicata a dicembre, il periodico francese La Croix. Sotto il titolo “Senza battesimo né catechismo, come trasmettere la fede? In Cina, i bambini sono bannati dalle chiese”, Arnaud Alibert scriveva che “accentuando ulteriormente la sua oppressione, il governo cinese sembra determinato a soffocare la Chiesa cattolica sul proprio territorio. Ma la Chiesa, che ha dimostrato di saper negoziare e mantenere un profilo basso, sa anche resistere. Vietando il catechismo e l’ingresso nelle chiese ai fedeli minorenni, il governo cinese stringe ulteriormente la morsa sulla Chiesa cattolica. In questo senso applica la politica di sinizzazione, uno degli assi principali dell’ultimo congresso del Partito comunista cinese. In un contesto in cui ogni parola libera appare come un’impresa, non si tratta quindi più soltanto di controllare la Chiesa, ma di prosciugare la trasmissione della fede. Così, la Chiesa cinese subisce, in modo silenzioso, una logica implacabile che mira al suo annientamento. Ma la resistenza del cattolicesimo all’oppressione dispone di risorse che Pechino forse sottovaluta. Il cristianesimo ha una lunga tradizione di pazienza, anche sotto le peggiori politiche ostili”. Il problema, insomma, c’è ed è evidente.
Aggiunge Human Rights Watch che “nel dicembre del 2025 sono state introdotte norme che obbligano il clero a consegnare i documenti di viaggio allo stato, rendendo necessari permessi anche per viaggi personali”. La conclusione è che “le violazioni dei diritti da parte della Cina contravvengono alla Dichiarazione universale dei diritti umani e limitano libertà fondamentali come religione, espressione, associazione e movimento”.
A leggere il rapporto, insomma, sembra che la repressione contro i cattolici sia aumentata dopo la stipula dell’Accordo del 2018: un paradosso. Yalkun Uluyol, ricercatore per la Cina presso Human Rights Watch, dice al Foglio che “le comunità cattoliche che hanno scelto di dichiarare fedeltà esclusivamente al Papa, e che quindi hanno rifiutato di aderire all’Associazione patriottica cattolica cinese controllata dallo stato, sono state storicamente perseguitate dal governo cinese. Dopo l’accordo con la Santa Sede, Pechino ha costretto queste comunità ad aderire alla Chiesa ufficiale: ad esempio, secondo le testimonianze raccolte da membri di una Chiesa clandestina nello Shaanxi, demolendo i loro luoghi di culto, detenendo il clero e intimidendo i membri più anziani della comunità”. Ora, prosegue Uluyol, “poiché il governo cinese vuole controllare tutte le religioni nel paese attraverso la propria ideologia ufficiale e quindi tramite associazioni riconosciute, spingere le comunità clandestine a unirsi alla Chiesa ufficiale permetterebbe allo stato di interferire nelle loro celebrazioni, nei loro insegnamenti e di sorvegliarne le attività, compresi i fedeli che partecipano alle funzioni”. E il ruolo dell’Accordo in tutto ciò, qual è? “L’Accordo ha facilitato questa coercizione principalmente attraverso due canali: il governo cinese lo ha utilizzato per costringere queste comunità ad accettare il controllo statale. Inoltre, ha posto fine alla nomina di vescovi da parte del Vaticano per le Chiese clandestine. Quando i vescovi nominati prima dell’intesa invecchiano e muoiono, queste comunità – senza vescovi – non possono sopravvivere, secondo quanto riferito da un sacerdote intervistato, e stanno quindi affrontando una minaccia esistenziale”. Va detto però che uno degli obiettivi della Santa Sede consiste proprio nel far sì che non vi siano più due Chiese parallele, ma una sola, con il Papa che nomina i vescovi. Risponde Uluyol: “La Santa Sede non ha utilizzato il proprio potere di veto nelle nomine delle Chiese ufficiali nemmeno quando il governo cinese ha violato l’accordo nominando unilateralmente dei vescovi, inclusi due durante la sede vacante seguita alla morte di Papa Francesco. Leone XIV ha approvato queste nomine lo scorso anno. In totale, ne ha approvate cinque”. Il rapporto sottolinea in vari passaggi la repressione della Chiesa “clandestina” o “sotterranea”. Il ricercatore spiega che non c’è da stupirsi: “Il governo cinese reprime le espressioni indipendenti della religione e i gruppi religiosi non ufficialmente riconosciuti. Musulmani, buddisti tibetani, protestanti e cattolici sono stati tutti oggetto di queste violazioni della libertà religiosa, ben documentate da Human Rights Watch e da altre organizzazioni per i diritti umani. Il Vaticano dovrebbe rivedere urgentemente l’accordo e fare pressione sul governo di Pechino affinché liberi i vescovi e il clero detenuti arbitrariamente o fatti sparire con la forza. Il Papa dovrebbe inoltre sollecitare le autorità cinesi a cessare la persecuzione e le intimidazioni nei confronti dei fedeli che praticano la propria fede e spiritualità indipendentemente dal controllo del Partito comunista”.
Ma in cosa consiste questa persecuzione dei cattolici cinesi nella vita quotidiana? “Come riportato nel recente rapporto, tra i vescovi delle comunità clandestine, due – Agostino Cui Tai e Taddeo Ma Daqin – sono stati detenuti, posti agli arresti domiciliari e limitati nelle loro funzioni ministeriali da vescovi nominati dal governo. Giacomo Su Zhimin, 94 anni, e Xin Wenzhi, 63 anni, risultano scomparsi, mentre Vincenzo Guo Xijin e Pietro Shao Zhumin sono ancora agli arresti domiciliari. I membri del clero rilasciati dopo la detenzione continuano a subire molestie. Una persona – continua Uluyol – ha riferito a gennaio che un sacerdote da lui conosciuto è stato privato della possibilità di avere conti bancari, schede sim e passaporto, quindi non ha mezzi di sostentamento e riesce a malapena a sopravvivere anche solo per uno o due giorni”. E i membri della Chiesa ufficiale? “Anch’essi sono soggetti a un controllo governativo più intenso e a restrizioni delle attività religiose. Le autorità sottopongono il clero a continue sessioni di formazione politica o ideologica, in alcuni casi fino a due volte a settimana. Oltre al già esistente controllo statale sui materiali religiosi, anche gli insegnamenti dei sacerdoti sono ora soggetti all’approvazione delle autorità competenti. Le autorità hanno inoltre limitato le attività religiose nei luoghi di culto ufficiali, ad esempio imponendo registrazioni per partecipare alle funzioni e vietando ai minori l’ingresso nelle chiese. Vi sono inoltre segnalazioni attendibili secondo cui le autorità hanno proibito l’educazione religiosa dei bambini in ambito domestico e le attività caritative a carattere religioso in tutto il paese”.
Ma perché Pechino ha così paura dei cattolici? Papa Francesco, di cui ieri ricorreva il primo anniversario dalla morte, è stato il Pontefice che più ha aperto alla Cina, lodandone il grande spirito, la saggezza e il grande patrimonio culturale. In cuor suo sperava, prima o poi, di poterla visitare. “Credo – risponde il ricercatore di Human Rights Watch – che una delle persone intervistate abbia colto bene una delle ragioni per cui il legame dei cattolici cinesi con il Vaticano, senza il controllo governativo, rappresenti una minaccia: un esperto delle relazioni tra Pechino e la Santa Sede ha affermato che è cresciuta la sensibilità verso i legami con l’estero: ‘Ora i gruppi non devono avere alcuna relazione con Chiese o entità straniere perché ciò è considerato una questione di sicurezza nazionale. La Santa Sede, e quindi la Chiesa cattolica, in quanto entità straniera, rappresentano un bersaglio di persecuzione”. Il rapporto cita qualche esempio: nel dicembre del 2023, l’Associazione patriottica ha pubblicato un piano quinquennale per promuovere ulteriormente la sinizzazione del cattolicesimo, chiedendo che la Chiesa – compresa la sua “espressione artistica” – sviluppi caratteristiche cinesi “compatibili con la società socialista”. Due anni dopo, le autorità hanno emesso un codice di condotta in cui si vieta la circolazione online di contenuti religiosi non autorizzati e si limita l’accesso pubblico agli insegnamenti religiosi al di fuori del controllo governativo. In più, le autorità hanno installato telecamere all’interno di alcune chiese per monitorare le attività che si svolgono all’interno. Dalle testimonianze raccolte, si comprende che professare la propria fede è diventato più complicato: le messe vengono programmate in orari “scomodi, riducendo la partecipazione”. Alcune comunità “hanno iniziato a organizzare finte celebrazioni nuziali solo per potersi riunire e pregare e per evitare controlli e la pesante sorveglianza nei locali della chiesa ufficiale”. Aid China, organizzazione per la libertà religiosa di base negli Stati Uniti ha riferito che alcune chiese “governative” nella provincia di Henan già dal 2023 richiedono la pre-registrazione per poter partecipare ai “servizi ecclesiastici”. Un cattolico che ha lasciato la Cina ha detto che “abbiamo iniziato a pregare come ladri, i raduni per le festività importanti sono stati cancellati. Le autorità hanno impedito di cantare e hanno oscurato le finestre della chiesa, in modo che le preghiere non siano visibili dall’esterno. I bambini, oggi, non hanno più memoria delle preghiere e delle celebrazioni che avvenivano in chiesa”. L’obiettivo, scrive Human Rights Watch, è “recidere i legami generazionali all’interno della comunità cattolica”.