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Su Papa Leone aveva ragione Bannon
"È la scelta peggiore per i cattolici Maga", disse lo stratega trumpiano poco dopo l'Habemus Papam. La narrazione del "Papa antiamericano" funzionava con Francesco, non con un agostiniano di Chicago. E Vance, se possibile, fa peggio del suo presidente quando dice che il Papa deve occuparsi solo di questioni morali
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14 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:35 PM

Leone XIV dopo la visita a Ippona, in Algeria
Alla fine aveva probabilmente ragione Steve Bannon, quando disse, ad Habemus Papam appena pronunciato, che “Leone XIV è la scelta peggiore per i cattolici Maga”. Certo, poi si dilungava in un’analisi delle sue, definendo Robert Prevost “un marxista pro immigrazione”, ma insomma: mentre il mondo cercava di capire chi fosse quell’agostiniano eletto in un battibaleno dal Conclave più numeroso della storia, lui aveva già intravisto le nubi all’orizzonte. Il fatto è che nella retorica ideologica che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca il Papa americano non ci sta bene. Anzi, è un problema. Con Francesco il gioco era facile: lui era un argentino nato negli anni Trenta, yankee go home insomma. Uno che orgogliosamente si vantava di non aver messo piede negli Stati Uniti prima del suo viaggio nel 2015 e anche allora, non certo per un vezzo, fece premettere una tappa nella Cuba di Raúl Castro. Più attaccava il “sistema” – dal candidato che “non può dirsi cristiano se vuole tirare su muri”, alle velleità belliciste – più rafforzava la narrazione contraria: è un terzomondista che odia l’America, i suoi princìpi, il suo destino manifesto. Attaccava i milionari e quelli, anno dopo anno, chiudevano i rubinetti delle donazioni al Vaticano, minacciando anche di bloccare i ponteggi già addossati a St. Patrick, a New York, a causa degli improperi di Francesco. Adesso, con un americano al Soglio, la trama non regge. Avrà vissuto pure buona parte della vita all’estero, fra Roma e il Perù, ma Robert Prevost è di Chicago. Lì ha studiato e lì si è formato. E’ un americano che andava allo stadio, che frequentava la parrocchia, che votava alle elezioni locali. Dire che non capisca l’America non si può: la conosce fin troppo bene. Sa com’era e com’è, come è cambiato il discorso politico in questi anni. Sa meglio di tanti altri che il tessuto sociale unito sotto il motto In God We Trust si è sfaldato, che la fede da elemento unitario si è trasformata in segno identitario da opporre a chi non fa parte del proprio clan. Lo si è visto anche ai funerali di Charlie Kirk, lo scorso settembre, tra assimilazioni con Gesù Cristo, rivendicazioni varie, crocifissi giganti, rosari branditi. Perfino paragoni con san Paolo. Il tutto in un caotico movimento in cui il presidente degli Stati Uniti si ritiene il capo dei cristiani di casa sua, stante l’atavica idiosincrasia americana per il Papa di Roma, che non è altro che un leader straniero. Con il quale si va d’accordo se la pensa come me, altrimenti è un avversario, se non un nemico, come nella casuale categorizzazione schmittiana del pensiero trumpiano.
E a confermarlo, paradossalmente, è il cattolico convertito J. D. Vance, l’ultimo tra i potenti a vedere Papa Francesco vivo, che sulla sua conversione ha costruito anche una buona parte di carriera. Parlando a Fox News, dopo che il suo superiore aveva definito “terribile” Leone XIV – ieri ha sentenziato in una telefonata al Corriere della Sera che Prevost non capisce niente di Iran – ha detto che “in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e che lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane”. Il punto è: quando mai il Pontefice regnante si è occupato di definire le politiche pubbliche americane? Quando ha detto che è inaccettabile voler far finire una civiltà nello spazio di una notte? Se il Papa non avesse parlato, sarebbe stato un problema. Forse, al tandem presidenziale non è andata giù la richiesta di Prevost di esercitare pressione sui membri del Congresso affinché promuovano la pace. Volere la pace, però, è difficilmente classificabile come un’ingerenza nelle politiche pubbliche. Trump tratta il Pontefice come un leader alla pari, il capo di uno stato che dovrebbe allearsi con lui e adularlo, pena l’essere trattato come un Pedro Sánchez qualunque. Vance, più in sintonia con la tradizionale linea americana, vorrebbe che il Papa fosse una sorta di cappellano della Casa Bianca, intento a occuparsi di spirito e anima, di morale e nient’altro. Strano che nelle lezioni di catechismo pre conversione, al vicepresidente sia sfuggito che guerra e pace sono a pieno titolo questioni di morale.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.