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Il prevedibile attacco di Trump al Papa
Il presidente americano all'assalto di Leone XIV, che aveva nei giorni scorsi aumentato la pressione su Washington affinché cambiasse narrazione sul conflitto in medio oriente
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13 APR 26
Ultimo aggiornamento: 12:28 PM

Foto Gregorio Borgia per Ap, via LaPresse
Puntuale come il caldo d'estate, è arrivato l'attacco di Donald Trump al Papa. Prevedibile, dopo che Leone XIV aveva intensificato negli ultimi giorni la pressione affinché si fermasse la spirale bellica nel vicino e medio oriente, con tanto di veglia di preghiera e invocazione affinché si trovasse “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”. Pochi giorni prima, tra l'altro, il Pontefice aveva definito “inaccettabile” la minaccia di “far sparire un'intera civiltà” se Teheran non si fosse piegata ai suoi desiderata. Il presidente americano ha scelto il fidato Truth per dire che “Papa Leone è DEBOLE sulla criminalità, ed è pessimo in politica estera. Parla della 'paura' dell’Amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno vissuto durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo distanze di tre o persino sei metri”. Quindi, è passato alle rimostranze per così dire fattuali: “Non voglio un Papa che pensi che vada bene per l’Iran avere un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni – inclusi assassini, spacciatori e killer – mandandoli nel nostro paese. E non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti quando sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una VITTORIA SCHIACCIANTE, ottenendo numeri record di criminalità ai minimi storici e creando il più grande mercato azionario della storia”. Inoltre, “Leone dovrebbe essermi riconoscente perché, come tutti sanno, è stato una sorpresa scioccante. Non era in nessuna lista per diventare Papa ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e si pensava che quello fosse il modo migliore per trattare con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Insomma, “sfortunatamente, Leone è debole sulla criminalità, debole sulle armi nucleari, e questo non mi piace affatto, né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra (ricevuto in udienza privata la scorsa settimana, ndr), uno di quelli che volevano far arrestare i fedeli e il clero. Leone dovrebbe rimettersi in carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico. Questo lo sta danneggiando molto e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!”. Detto tutto ciò, “mi piace molto di più suo fratello Louis, perché Louis è totalmente Maga. Lui capisce, mentre Leone no!”.
Il tutto corredato da immagini realizzate con l'intelligenza artificiale che vedono il presidente americano nei panni di Gesù Cristo intento a guarire i malati e/o consolare gli afflitti. Una evoluzione scontata, quasi che Trump inizi a pensarla come Steve Bannon: appena vide uscire Robert Prevost vestito da Papa, disse che questa “è la scelta peggiore per i Maga”.
"Io non ho paura dell'amministrazione Trump", "parlo del Vangelo" e quindi "continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra", è stata la risposta di Papa Leone XIV, in viaggio verso Algeri. "Non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui", ha detto ai giornalisti presenti con lui in aereo.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.