Il dibattito avviato dalla
bella analisi di Matteo Matzuzzi, che riprendeva un problematico saggio, abilmente sulla difensiva, di padre Antonio Spadaro sulla Civiltà cattolica a proposito della crisi del programma di Bergoglio merita forse questa nota: se Francesco si fosse meno affidato ai costruttori di programmi pontificali e più alla “notizia” di un mondo per cui il passato di una religione (per parafrasare François Furet) non conta nulla avrebbe fatto meglio. Questo detto,
i molti fan del fallimento del programma bergogliano dovrebbero misurarsi con qualcosa di più profondo, che riguarda la chiesa da qualche secolo: tutti i Papi hanno fallito, nei loro intenti programmatici. Per stare ai recenti,
Benedetto XVI aveva fatto programma di dialogare in positivo con i laici illuministi, si è trovato di fronte a molte perdite di tempo e a porte sbattute in faccia.
La pulizia della chiesa che fu il suo programma in eligendo Pontifice è finita in un disastro di scandali e cattivi odori di curia che ha portato alle sue dimissioni. Giovanni Paolo II arrivò da un paese lontano chiedendo di “aprire le porte a Cristo”, ma ha dovuto assistere piuttosto impotente a una
messinscena trionfale ma fasulla e a un furibondo ventennio di secolarizzazione galoppante, per non dire dei torbidi euroasiatici del post comunismo su cui ben poco hanno potuto Cirillo e Metodio. Il fallimento di
Paolo VI, più che la sempre citata Humanae vitae, una partita nobile perché persa in partenza, è da cercare nel fatto che fu il Papa intellettuale che
aprì agli artisti e alla cultura, ma fu respinto. Andò con l’elmetto da siderurgico incontro agli operai, e fu accolto come un amico dei padroni. Per non dire dell’inascoltata Populorum Progressio, Il cardinal Brandmüller ha ricordato sul Foglio come
il Sillabo di Pio IX sia stato “un flop”, e che invece un grande contributo del Papa antimodernista sia stato il più umile rilancio della devozione tradizionale dei fedeli. Si potrebbe continuare, senza nessun cinico ditino puntato e anzi sollevando dubbi su coloro (a qualunque parte ecclesiale appartengano) che sembrano più interessati ai fallimenti programmatici dei Papi che alla salute della “barca di Pietro” che, come disse tra le prime cose Benedetto XVI “la conduce il Signore”.
Programmi ed encicliche programmatiche sono un passaggio obbligato. Ma appendere a esse tutto il valore dell’operato dei Papi rischia di essere fuorviante. Di Paolo VI l’intuizione del dialogo con la società contemporanea o del significato della vita umana, rimangono, anche per la stessa chiesa, il primo passo di cammini ancora da affrontare. Lo stesso vale per molte letture profetiche di Wojtyla, non ultima quella
sulla donna e sul ruolo della donna nella chiesa che, resta inevasa.