Bannon, il prototipo dei falsi leader religiosi di una fede che però esiste davvero

Negli ultimi anni è cresciuta un’ala del mondo cristiano che, pressata da una secolarizzazione iper-aggressiva, ha arroccato le sue posizioni su una versione della religione identitaria e oppositiva alla democrazia occidentale
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21 AUG 20
Immagine di Bannon, il prototipo dei falsi leader religiosi di una fede che però esiste davvero

Steven Bannon (LaPresse)

Milano. Il diffuso sospiro di sollievo, screziato da qualche sghignazzo, che si è levato in molte parti del mondo “religioso” alla notizia del brutto tonfo di Steve Bannon, quasi un Libera nos a Malo, non ha a ben guardare una base razionale così forte. Un po’ perché Bannon, l’uomo che voleva processare Francesco e che a Matteo Salvini consigliava di “attaccare il Papa” sui temi arcinoti, non è in realtà un leader religioso e non lo è mai stato. Nominalmente cattolico, non è il tipo del predicatore ultraconservatore di cui è costellata da sempre la politica americana (esiste anche la versione di sinistra). I suoi appelli etico-fideisti degli scorsi anni vanno più che altro verso l’universo mentale della alt-right. Un po’ perché la sua influenza come ideologo e tessitore di rivoluzioni su mandato divino era assai sopravvalutata anche ai tempi in cui predicava l’imminente inizio di “un conflitto sanguinoso e terribilmente brutale” da cui le fedi giudaico-cristiane non avrebbero potuto chiamarsi fuori, o quando indicava al mondo il modello della “christian democracy” di Orbán. Ma ancora di più, i “prog” di tutte le fedi che oggi si sentono vicini a schiacciare la testa del serpente dovrebbero riflettere che non è Bannon il loro problema. Come non lo sono gli altri leader della destra sovranista rivestiti di pose religiose.
Il fenomeno importante è l’esistenza di una base (ormai comune tra protestantesimo fondamentalista e tradizionalismo cattolico) che, per quanto sopravvalutata nei numeri, è molto coesa, rumorosa, organizzata e portatrice di una visione identitaria e polemica, antidemocratica e anti società aperta, antagonista in ogni settore delle (ex) culture war: dall’aborto al gender all’ecologia al negazionismo Covid.
Ovviamente Bannon un ruolo non marginale, in settori della chiesa cattolica e della politica “cristianista” italiana, lo ha avuto. A partire da un ingresso quasi ufficiale in Vaticano quando nel 2014, tramite il Dignitatis Humanae Institute, ispirato dal cardinal Raymond Burke e per l’Italia da Rocco Buttiglione fu invitato a dire la sua a una commissione ristretta di uditori (via Skype, racconta Iacopo Scaramuzzi in “Dio? In fondo a destra”, ed. San Paolo). E aveva parlato di riarmare una “chiesa militante” contro il capitalismo che “si è staccato dai fondamenti morali e spirituali della cristianità, dalla fede ebraico-cristiana”, contro “l’immensa secolarizzazione dell’occidente” e ovviamente l’islam. “Sul fronte dei conservatori sociali noi siamo la voce del movimento antiabortista. La voce del movimento a favore del matrimonio tradizionale e state certi che stiamo vincendo una vittoria dopo l’altra”. Erano i tempi in cui soffiava forte il vento di Visegrád e della Le Pen, e non ci volle molto a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni (che lo ospitò in pompa magna ad Atreju nel 2018) per capire che occorreva cavalcare l’onda valoriale, identitaria e pro family. Al convegno di Verona dello scorso anno Bannon non c’era, ma aleggiava, e c’era Brian Brown, presidente dell’Organizzazione mondiale delle famiglie e assai vicino a Bannon. L’Italia è stata inoltre la terra promessa per tentare, con il Dignitatis Humanae, di attecchire come macchina di propaganda politica in Europa.
L’operazione Bannon, allo stato attuale dei fatti, è andata come sappiamo. Ma non è questo l’essenziale, caduto un Bannon se ne fa un altro. L’aspetto interessante è che esiste ed è cresciuta negli ultimi quindici anni, non solo in Italia ma nel mondo, un’ala del mondo religioso che, pressata da una secolarizzazione con ogni evidenza iper-aggressiva, va sottolineato, ha arroccato le sue posizioni su una versione identitaria, oppositiva della religione giudaico-cristiana molto lontana, anzi antitetica, rispetto all’idea di una fede fondativa e collaboratrice, pur con tutti i freni ben noti, della democrazia occidentale e della sua way of life. Questa corrente di pensiero e attivismo religioso reclama, e ha trovato, da tempo i suoi leader.
Non è questione, banalmente, della insopportazione del Papa callejero: questa base conservatrice esisteva anche ai tempi di Giovanni Paolo II. Ma si è andata radicalizzando. Il problema vero – e forse per la destra religiosa Bannon è l’occasione per rifletterci – è che i leader che si fanno interpreti di questa preoccupazione religiosa – da Bolsonaro a Orbán, da Meloni a Putin o Salvini, sono dello stesso tipo di Steve Bannon: non santi re crociati, ma dei manipolatori truffaldini del pensiero religioso e dei simboli della fede. Non sono nemmeno della categoria dei politici del passato, che tenevano in conto la teologia politica e il suo rapporto di potere con lo stato e le leggi. Ne fanno semplicemente un uso propagandistico e demagogico.
Ovviamente, se a queste dinamiche offrissero maggior interesse i settori politici distanti da quelle idee – a partire dal conservatorismo moderato, completamente sparito soprattutto in Italia, i fattori in campo potrebbero cambiare. Anche se questo, a chi acclamava Steve Bannon fino all’altro ieri, non importa molto. Importa solo la religione come campo di guerra: Libera nos a Malo.