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Ribelle per amore

Storia di don Giovanni Barbareschi. Prete ambrosiano, partigiano, libero come un’Aquila randagia

6 Ottobre 2018 alle 06:00

Ribelle per amore

Giovanni Barbareschi

Milano. Il 10 agosto 1944 il cardinale Schuster lo mandò a piazzale Loreto a benedire i corpi dei partigiani che erano stato uccisi dai tedeschi, e lasciati lì tutto il giorno. Era ancora diacono. “Mi inginocchiai e quando mi alzai vidi una piazza piena di gente inginocchiata”. Il 15 agosto celebrò la sua prima messa, la stessa notte le SS lo arrestarono e lo portarono a San Vittore, mentre stava preparandosi per accompagnare in Svizzera alcuni ebrei.

 

Quella di don Giovanni Barbareschi, “ribelle per amore”, è una bellissima storia da raccontare ora che è salito in Cielo, ultimo delle “Aquile randagie” che al Cielo hanno sempre guardato: ma coi piedi ben piantati in terra, anzi con gli scarponi da scout consumati sui sentieri di montagna, verso la Svizzera, dove accompagnavano in salvo ebrei, renitenti alla leva, evasi dai campi di prigionia, intellettuali e politici antifascisti.

 

Le Aquile randagie erano un gruppo scout cattolico milanese che si era ricostituito clandestinamente, dopo che nel 1927 Pio XI aveva dovuto aderire alle “Leggi Fascistissime” e sciogliere tutti i gruppi dell’associazionismo scout. Tenevano contatti con gruppi all’estero, organizzavano campi clandestini nelle montagne lombarde più isolate, come è ancora oggi la Val Codera. Dopo l’8 settembre, le Aquile con altri gruppi diedero vita all’Oscar (il gusto per i nomi in codice non è mai mancato, a don Giovanni e ai suoi amici) che stava per Organizzazione scout collocamento assistenza ricercati.

 

I numeri (documentati) del loro impegno parlano da soli: 2.166 espatri clandestini, 500 preallarmi, 3.000 mila documenti di identità falsi. Raccontò lui stesso, molti anni dopo, come iniziò quell’avventura di giovinezza e libertà (due parole che per don Barbareschi sono sempre stati sinonimi): “Nel settembre 1943 mi trovavo alla Casa Alpina di Motta, in Valle Spluga sopra Madesimo, collaboratore di don Luigi Re”. La Casa di Motta oggi è un po’ dimenticata, ma è stata per decenni uno dei “luoghi” d’elezione dell’associazionismo cattolico lombardo, dopo la guerra ed oltre. In quegli anni, divenne anche un faro tra i monti per i clandestini. “Una sera arriva una famiglia – raccontò Barbareschi – padre, madre, due bimbi di pochi anni. Chiedono di essere aiutati a raggiungere la Svizzera perché ebrei, ricercati dai tedeschi e dai fascisti. Il mattino seguente viene organizzata una gita al lago d’Emet, zona molto vicina al confine, una delle gite abituali per i giovani ospiti della Casa, ma quella volta con un impegno e una motivazione diversi. Alla partenza il gruppo da me guidato era composto di 25 persone. Al ritorno eravamo solo in 21, ma i tedeschi di guardia al confine non si sono accorti di nulla. Così inizia per me il periodo intenso della lotta clandestina, della Resistenza. Aiutare gli ebrei ricercati, aiutare i prigionieri inglesi fuggiti dai campi di concentramento, aiutare i ricercati politici o i giovani renitenti alla leva della Repubblica di Salò… Dai passaggi in Svizzera attraverso le montagne dello Spluga ai passaggi attraverso la rete nei dintorni di Varese o di Luino… E la conseguente necessità di fabbricare documenti falsi, certificati falsi, lasciapassare, salvacondotti, passaporti”. Da questa rete fu salvato anche Indro Montanelli, che era finito pure lui a San Vittore, e che chiamò poi don Giovanni il “buon Caronte”, “per il valido aiuto che dette al salvataggio della mia pelle”.

 

Ma quella di don Giovanni Barbareschi non è soltanto la storia eroica di un prete della Resistenza, e del giornale clandestino che contribuì a fondare, Il Ribelle, (“esce quando può”, c’era scritto sotto la testata) che uscì per 26 numeri in quegli anni di guerra. E’ anche, o soprattutto, la vicenda umana e cristiana di un grande prete ambrosiano, parte di quel clero preparato, fedele, colto e a un tempo pragmatico che è da sempre la spina dorsale della chiesa lombarda. Dopo la guerra, divenne amico e collaboratore di don Carlo Gnocchi, il cappellano degli Alpini che diventò l’“apostolo dei mutilatini” e della sofferenza innocente dei bambini. Ne fu, da ultimo, l’esecutore testamentario. Lavorò in molti ambiti della diocesi, aveva la comunicazione le sangue e fu per molto tempo tra i collaboratori di Carlo Maria Martini, con cui costruì l’esperienza della Cattedra dei non credenti. Il cardinale un giorno lo ringraziò pubblicamente: “Mi pare che don Barbareschi, che stimo e apprezzo da tanti anni come patriarca, sia in diocesi rappresentante della tradizione e questa sia un’occasione per rendergli omaggio. Grazie”. Nato a Milano nel 1922, è morto nella sua città il giorno di San Francesco.

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