La terza via del cristianesimo

Matteo Poiani

Le radici cristiane dell’Europa si fanno risalire generalmente, e non a torto, a quei primi secoli dopo la nascita di Gesù dove, in ambito greco e latino si sviluppò un movimento filosofico e teologico, ora in contrasto ora in accordo col mondo circostante, nel bacino mediterraneo. Si è soliti chiamare ciò epoca patristica: un periodo che va dagli antichi Tertulliano ed Ireneo fino a Boezio.

 

Immaginiamo dunque un Cristianesimo antico a due volti, uno greco e uno latino. In verità ci furono più volti, e uno di questi, antichissimo, è quello siriaco. Dialetto nord occidentale dell’aramaico, il siriaco è una lingua molto vicina all’ebraico, e si sviluppò in un’area che va da Antiochia verso est, fino a raggiungere l’Asia centrale e anche la Cina. Un volto del Cristianesimo orientale che fin dai primissimi tempi si pone obiettivi di evangelizzazione e fondazione di monasteri. Indipendente e abbastanza sconosciuto nei primi secoli, il Cristianesimo siriaco emerge solo nel IV secolo, per poi apprendere le novità dei dibattiti greci dal V-VI secolo e infine legarsi a doppio filo con l’islam dal VII secolo.

 

Il Cristianesimo siriaco si espanse addirittura in Cina, caratterizzandosi per la fondazione di monasteri

La “scuola italiana” in questi studi non è stata a guardare, ma si è subito spesa e ha prodotto importanti traduzioni e condotto numerose ricerche. Nomi come Vittorio Berti, Paolo Bettiolo, Pier Giorgio Borbone, Alberto Camplani, Sabino Chialà, Riccardo Contini, Margherita Farina, Emiliano Fiori, Flavia Ruani, Emidio Vergani, sono sempre presenti nei convegni internazionali e nei riferimenti dei grandi autori come Sebastian Brock. Quest’ultimo è stato appena insignito del dottorato Honoris causa dall’Ecole Pratique des Hatudes Etudes di Parigi, importante centro di ricerca a livello internazionale. La grande siriacista Muriel Debié alla cerimonia lo ha descritto come “le pape du Syriaque”.

 

Dopo gli studi nelle università di Cambridge ed Oxford, Brock ha insegnato in quest’ultima per trent’anni, formando un gran numero di allievi, oggi sparsi tra Gran Bretagna, Olanda e Stati Uniti d’America. Brock può essere considerato il più importante studioso di siriaco al mondo, un’autorità indiscussa e un punto di partenza per chiunque si voglia avvicinare a questo settore di studio. Arrivato all’età di ottant’anni, ottiene oramai da tempo riconoscimenti internazionali: alcune settimane fa in Svezia, a Sigtuna, ha ricevuto la prestigiosa medaglia di Sant’Ignazio, e qualche anno fa ha ricevuto la Leverhulme Medal and Prize alla British Academy.

 

La bibliografia di Brock è sterminata, e consiste in una produzione accademica e divulgativa a servizio della conoscenza dell’inestimabile patrimonio cristiano siriaco. Di tutto ciò ha discusso, nella sua prima intervista concessa per un quotidiano italiano, con il Foglio. Dopo tanti anni dedicati allo studio e all’insegnamento in varie prestigiose università anglosassoni, qual è il bilancio finale di questa sua vita da studioso del mondo siriaco? “Sono andato in pensione nel 2003, e da allora provo a concludere dei progetti, ma non sempre con successo [ride, ndr]. Questo perché quando ero professore le vacanze estive erano il solo momento in cui potevo fare ricerca, dato che nelle vacanze natalizie e pasquali dovevo far fronte a diversi impegni accademici. L’estate si rivelava per me un periodo prezioso per la preparazione dei “simposi siriaci” e non avevo il tempo di viaggiare. Cercavo di avanzare in qualche progetto di studio e scrivere col tempo che restava qualche articolo scientifico. L’estate successiva avevo altri interessi, poiché spesso arrivavano stimoli da altre persone che mi chiedevano dei consigli, oppure io stesso giungevo a nuove scoperte. Il tempo passava e non ero molto organizzato”.

 

Quali università si distinguono nel campo internazionale per lo studio del siriaco? “Ci sono pochi posti dove si può studiare siriaco e dove è effettivamente insegnato. In Inghilterra quando ero studente, alla fine degli anni 50, vi erano tre o quattro cattedre dove era possibile studiarlo. Tuttavia con rammarico debbo riconoscere che ciò è possibile solo nell’università Oxford. Questa situazione è comune a tutta l’Europa. Per questo sollecito i miei studenti che intendono intraprendere una

Una storia lunga più d’un millennio. L’ala “siriaca” emerge solo nel IV secolo, per poi i legarsi a doppio filo con l’islam dal VII secolo

carriera accademica a dedicarsi ad altri campi ‘spendibili’, come quello degli studi biblici. Ad esempio, per quanto riguarda l’apertura ad altri campi di indagine, Peter Brown ha giocato un ruolo importante nello sviluppo degli studi sulla Tarda Antichità sia in America che in Europa. Egli ha incoraggiato molto gli studenti nello studio del siriaco e del copto, al fine di leggere le fonti nelle loro lingue originali, oltre al greco e al latino. Ciò si è rivelato di grande importanza. All’inizio della mia carriera insegnai solo ebraico e greco neotestamentario, aprendomi solo in seguito all’aramaico. Solo dopo diversi anni mi concentrai sul siriaco, perché ero in grado di introdurre corsi post laurea. Questi furono inseriti solo per un anno nell’offerta formativa dall’Università, ovviamente per motivi finanziari… Inaugurai così il primo anno di insegnamento con i miei colleghi specialisti di lingua aramaica. In questo senso ebbi molta fortuna… Quindi per un periodo molto breve, a Oxford, vi era la possibilità di studiare ampiamente il siriaco e l’aramaico e di proporre tali insegnamenti con il supporto di altre specializzazioni come l’archeologia. Fu una esperienza accademicamente molto valida, molto utile per la laurea magistrale, così si poteva progredire poi nei dottorati”

 

La situazione italiana, invece… “Per quanto riguarda l’Italia, sono sempre e molto impressionato dal numero di eccellenze, di persone competenti che partecipano ai convegni. In particolare, sono colpito oltre che dalla quantità anche dalla qualità delle ricerche. Sembra che l’Italia abbia più siriacisti che la Gran Bretagna. Infatti qui ve ne sono pochi: ho un collega a Manchester, uno molto bravo a Cardiff, uno a Londra, un altro Cambridge ferrato in aramaico ma non in siriaco. Proprio a Cambridge insegnava un mio eccellente studente, ma adesso è in pensione e non è stato sostituito. Un altro mio studente che insegnava a Leiden, una delle più importanti università nel mondo per questo genere di studi, si è dovuto trasferire alla Vrije Universiteit di Amsterdam. Tutto ciò è orribile”.

 

Domandiamo a Brock quale sia la posizione del siriaco nel Cristianesimo antico. Si può considerare come la “terza via”, oltre il Cristianesimo greco e quello latino? “Penso proprio che sia così. Al di là il mondo latino ad ovest e di quello greco ad est, vi è anche quello siriaco ad oriente. Si deve ricordare che il Cristianesimo è nato in un’area bilingue, nella quale si parlavano il greco e l’aramaico. Gli elementi aramaici si mossero verso est mentre quelli greci verso ovest. Noi ovviamente occupiamo la parte occidentale. In alcuni momenti della storia, la parte orientale fu più attiva, direi più intellettualmente vibrante, in particolare nel primo Medioevo. Il Cristianesimo siriaco si espanse addirittura in Cina, caratterizzandosi per la fondazione di monasteri un po’ ovunque”.

 

Passiamo ora ai suoi autori preferiti, ovvero Efrem il Siro e Isacco di Ninive. Nel 1978 scriveva Pierre Yousif: “Al di là della civilizzazione della macchina e della tecnica, piena di ansia e di frustrazione, d’oppressione e di depressione, l’uomo moderno percepisce il valore del simbolo”. Crede che nell’uomo moderno esista ancora questa sete di “simboli”? “Probabilmente sì. Forse non in tutti ovviamente, ma ritengo tuttavia che molte persone giovani e anziane vogliano altro, qualcosa di diverso da ciò che viene insegnato dal mondo religioso o secolare contemporaneo. Per esempio in Gran Bretagna ad un certo punto si verificò un grande interesse per le religioni orientali, Buddismo, eccetera. Questa sete indica che la tradizione siriaca, soprattutto in poeti come Efrem, viene in aiuto a questa ricerca. Se si leggono molte poesie di Efrem, si percepisce la struttura teologica del suo pensiero, il modo col quale egli colleghi il mondo materiale e quello immateriale. Penso che egli veda le cose proprio in questa relazione di simboli. In tutto c’è molta densità di significato”.

 

La maggior parte dei manoscritti siriaci precedenti al X secolo, quasi l’80 per cento, proviene dall’entroterra egiziano

Brock ha dedicato ampi e numerosi studi a Efrem, in particolare L’occhio luminoso (Lipa, 2009). Cosa può dire ancora a noi uomini del XXI secolo? “La cosa più importante è l’interconnessione tra tutte le cose. Mentre scrivevo quel libro, stavo leggendo un altro che si intitola The Tao of Physics (di Fritjof Capra), dedicato alla fisica nucleare. L’autore affermava che molte teorie moderne nel campo della fisica hanno paralleli oppure presentano analogie con le religioni orientali. Ovviamente egli non conosceva nulla di Efrem, ma ho capito, leggendo Efrem, che questi diceva le medesime cose, in particolare sull’interconnessione tra la materialità e l’immaterialità”.

 

La simbologia di Efrem è originale e geniale. In che modo è alternativa ai Padri greci, più “filosofici”, e ai Padri latini, più “giurisprudenziali”? “Direi che non esiste un’alternativa, ma piuttosto una complementarietà. All’interno della tradizione siriaca si possiedono molte traduzioni dal greco, che permettono l’entrata dell’intelligenza greca nel mondo intellettuale siriaco. Pertanto si deve riconoscere che dal V-VI secolo il mondo siriaco possiede connessioni con le proposte del mondo culturale greco. Ognuno di questi tre sistemi pone un’enfasi particolare su un aspetto specifico”. Ricordiamo che un altro grande autore della letteratura cristiana siriaca, Isacco di Ninive, esercitò una grande influenza sul mondo bizantino. “Parte dei suoi scritti venne tradotta molto presto in greco: ciò accadde in Palestina nell’VIII secolo, in particolare nei monasteri greco-ortodossi. Poi si giunse tardivamente alle traduzioni in latino verso XIII e XIV secolo, ma si trattò sempre di una parte selezionata di scritti. Importante si rivelò invece la traduzione che in quegli stessi anni venne fatta in slavonico, poiché è nel mondo greco e in quello slavonico che Isacco è ancora oggi molto conosciuto, specialmente nella tradizione monastica, ma non solo. Attraverso le traduzioni russe realizzate nel XIX secolo egli entrò nell’immaginario collettivo del mondo intellettuale russo, in particolare Fëdor Dostoevskij. Nei Fratelli Karamazov, lo Starec Zosima, la grande figura spirituale e maestro di uno dei protagonisti, parla utilizzando le stesse parole di Isacco. E’ interessante notare come uno dei grandi capi del monachesimo russo attuale citi molto sia Isacco sia Dostoevskij…”.

 

In termini generali, come si diffuse il misticismo nella cultura siriaca? “Esistono differenti forme della vita mistica. Direi proprio che Efrem ne possiede una forma specifica, che conosciamo abbastanza bene. Giovanni di Apamea esercitò una grandissima influenza sul mondo monastico, assieme a Evagrio Pontico. Il primo elabora un approccio anti intellettuale e il secondo uno intellettuale. Isacco recepisce questa doppia tradizione di Giovanni e di Evagrio. In particolare ha una specifica intuizione della psiche umana, che può andare oltre le varie epoche della storia e giungere fino a noi. Si tratta di un elemento proprio a Isacco, non di altri scrittori monastici”.

 

Anche se i suoi scritti hanno un indirizzo monastico, si rivolgono comunque ad un pubblico più ampio. Un antico detto recita che la traduzione è in qualche modo un tradimento. Com’è l’esperienza della traduzione dal siriaco ad una lingua moderna? “Non si tratta di un’esperienza facile, come d’altronde nessuna traduzione lo è. Quando si traduce letteralmente il testo diventa incomprensibile, ancora di più se si traduce da una cultura a un’altra. Quindi occorre utilizzare delle traduzioni dinamiche, adattate al lettore. Quando traduco, è molto importante capire per chi si traduce un testo. Se lo faccio per degli accademici sarà più letterale, perché desiderano una chiave con la quale entrare nel testo originale, mentre per un pubblico generale la traduzione deve essere più libera e adattata, la sintassi deve adattarsi a quella inglese piuttosto che rimanere su quella siriaca. Si deve decidere se la traduzione è debba essere orientata verso il testo oppure verso il lettore. Nella storia della traduzione dal greco al siriaco, si iniziò con un orientamento verso il lettore siriaco. Tuttavia nel V-VI secolo il greco acquisì un prestigio così grande che il pubblico desiderava la lettera del testo per entrare nell’originale greco. Oggi noi abbiamo l’esatto contrario, dove la traduzione per il grande pubblico è più libera. Si tratta di una grande responsabilità, poiché si può “rovinare” l’autore per i moderni lettori producendo traduzioni erronee. In ogni cosa resta comunque un’operazione difficile e impegnativa”.

 

Nei “Fratelli Karamazov”, Zosima parla con le stesse parole di Isacco di Ninive, un grande autore della letteratura cristiana siriaca

Madame Debié nel suo elogio ha reso noto che lei ha lavorato soprattutto sui manoscritti, finalmente dopo diversi secoli letti da qualcuno. Abbiamo ancora però molti manoscritti inediti, basti pensare a quelli di Narsai di Nisibi e di Giacomo di Sarugh. Qual è l’importanza dei manoscritti negli studi siriaci? “Direi che essa consista nel contatto con l’autore: senza i manoscritti non avremmo neppure gli autori. Una delle cose più importanti è avere testimonianze delle fasi iniziali e della storia della loro trasmissione. Sono consapevole del fatto che ciò non sia sempre facile. In Efrem, la cosa più interessante è che i poemi completi sono disponibili solo attraverso in manoscritti del VI-VII secolo. In seguito, le sue poesie furono prese da altri autori, ma in modo frammentario, considerando solo alcuni versi. Ciò è quanto che accade nei manoscritti liturgici medievali. Per quanto riguarda Efrem è essenziale ritornare ai manoscritti più antichi: è ciò che fece Dom Edmund Beck nella sua edizione critica. I manoscritti di Narsai sono interessanti perché risalgono al XIX secolo. Si tratta dunque di documenti molto recenti, anche se la maggior parte di essi si rifà ad un manoscritto del XIII secolo. Difatti per Narsai non abbiamo testimonianze più antiche. Per quanto Giacomo di Sarugh disponiamo di qualche manoscritto del VI secolo, e visto che morì nel 521 d.C. Tutto ciò è fantastico, e si è potuto verificare perché i manoscritti si sono conservati in alcuni monasteri nestoriani, Santa Caterina sul Sinai e il Monastero dei Siri, in Egitto, dove il clima ha facilitato la loro conservazione. La maggior parte dei manoscritti siriaci in generale precedenti al X secolo, quasi l’80 per cento, proviene da questi due monasteri. Voglio aggiungere che vi è molto lavoro da fare. Negli Stati Uniti al Hill Museum si è cominciato a digitalizzare una quantità considerevole di documenti del Vicino oriente, il che ha significato un grande lavoro, oltre che reso possibile la consultazione online di diverse fonti per la vostra generazione”.

 

Gli studi comparativi tra islam e cristianesimo siriaco sono molto sviluppati. Come pensa possano aiutare il dialogo che si sta cercando di costruire oggi? “Credo che questi studi possano indicare le interconnessioni esistenti tra le differenti tradizioni intellettuali, cioè quella ebraica, quella cristiana e quella islamica. In particolare, voglio sottolineare che nel IX secolo vi erano molte interazioni tra gli studiosi di queste tre tradizioni. Ciò potrebbe rappresentare un buon modello di interazione e cooperazione. A mio avviso, la cosa più importante è considerare queste tre tradizioni religiose non come tre dimensioni totalmente separate, ma al contrario quali entità collegate in diverse maniere. Nel corso della storia non si è trattato solo di influenze ma di vere e proprie interazioni in diversi momenti della storia a seconda dei differenti contesti e delle varie problematiche. All’epoca di Tommaso d’Aquino, il mondo intellettuale era caratterizzato dalla stessa qualità di studi aristotelici, e il metodo scolastico, impiegato in luoghi molto diversi tra loro come Baghdad e Parigi, poteva permettere il dialogo. Se il movimento di traduzione non si fosse sviluppato, tutto ciò non sarebbe accaduto. Pertanto le traduzioni possono aiutare e costituiscono un aiuto alla comunicazione tra le culture. Si tratta canali di comunicazione da custodire.

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