Il vescovo poco pol. corr. sull’immigrazione

Redazione

Mentre la Cei diffonde l’ennesimo breve comunicato sul dovere di accogliere perché “non possiamo volgere lo sguardo altrove”, uno dei suoi vescovi più impegnati sul fronte dell’immigrazione, mons. Antonio Suetta, titolare della diocesi di Ventimiglia-San Remo, scrive una lunga lettera in cui dice come la pensa sul tema. Cinque pagine in cui sfida l’imperante politicamente corretto, chiedendosi se “pasti caldi, riparo e supporti vari a chi versa in condizioni di difficoltà” possano “bastare per risolvere un problema di proporzioni sempre più gravi”.

  

Mons. Suetta rivendica la necessità che la politica sia autonoma, osservando che “la chiesa agisce non in nome di una competenza tecnica, ma attraverso una seria riflessione cristiana che illumina i temi della realtà sociale”. Il compito della chiesa “è indicare princìpi morali”. Le soluzioni devono essere trovate da altri, dalla politica. Il vescovo affronta il tema dello “sradicamento culturale” e tocca anche il tabù dei tabù, quando parla del “difficile tema dell’immigrazione islamica, che pone un grave problema di integrazione con la nostra cultura occidentale e cristiana”. Tema che – aggiunge – “è stato ben argomentato a suo tempo dal compianto cardinale Giacomo Biffi”. La politica dell’accoglienza “deve coniugarsi con la difficile opera dell’integrazione” e “il primo dovere di carità umana ci impone di aiutare questi popoli laddove vivono” come peraltro – ed è la prima volta che un vescovo italiano lo dice – sostengono da tempo le chiese africane. Nessuna deriva paraleghista né inumana, bensì un documento razionale che sfida certe ricette facili alla moda.

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