Anche Salvini ha diritto di dire la sua sui magistrati

Massimo Bordin

Nessuno, neanche un ministro, può dirci cosa fare e come. Questo, in sintesi, era fra l’altro messo nero su bianco nel comunicato emesso alla fine della scorsa settimana dalla giunta esecutiva della Anm in risposta alle polemiche sulla indagine aperta ad Agrigento sul ministro degli Interni. La necessità di farsi sentire da parte della associazione dei magistrati può essere comprensibile, molto meno questo passaggio assai discutibile. In realtà, in democrazia, tutti, altro che nessuno, hanno il diritto di dire la loro su come la giustizia viene amministrata. Se mai, gli unici ad astenersi dall’intervenire nel dibattito pubblico dovrebbero essere proprio i magistrati, almeno quelli direttamente impegnati nella vicenda oggetto di dibattito.

 

Considerati i tempi quest’ultima considerazione viene però tranquillamente considerata una petizione di principio, e dunque lasciamola cadere, ma sul controllo democratico della magistratura da parte dell’informazione e dell’opinione pubblica è bene non transigere. Naturalmente i commenti, di diversa autorevolezza, com’è inevitabile, devono tenere conto del codice penale. Per essere chiari: un’espressione come “occhio, che vi veniamo a prendere sotto casa”, messa su un social da un parlamentare leghista, è inammissibile e sanzionabile in ogni caso, al di là del suo oggetto. Pretendere il silenzio, soprattutto di chi non è ministro, sul proprio operato, converranno le eccellenze togate, è pretesa propriamente definibile di “casta”. Chiarito questo, qui si pensa che una – breve – esperienza carceraria potrebbe aiutare il ministro Salvini a comprendere la necessità della riforma del settore.

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