Le controindicazioni delle porte girevoli tra i servizi di sicurezza

Massimo Bordin

Ieri qui si scriveva di un parallelo fra due indagini, Consip e Montante, caratterizzate entrambe da fughe di notizie partite da corpi speciali con poteri di polizia giudiziaria verso i servizi segreti, che quei poteri non hanno. Lasciamo perdere il merito delle vicende, in parte diverse. Prendiamo pure per buona la giustificazione che in uno dei due casi, ma sarebbe possibile anche per l’altro, è stata avanzata: “Si trattava di un mio ex collega”. Esempio plastico di come i quadri dei servizi provengano dalla Polizia, dai Carabinieri o dalla Guardia di finanza. Sembra logico ma ha delle controindicazioni.

  

A metà degli anni Settanta la riforma Cossiga dei servizi sembrò un passo avanti. Il servizio segreto cessava di essere completamente militare e si apriva alla polizia di stato, nel frattempo smilitarizzata. L’operazione non riuscì completamente ma qualche anno dopo, grazie allo scandalo P2, per la prima volta un civile, Vincenzo Parisi, divenne direttore del Sisde. Parve una rivoluzione ma pochi anni dopo Parisi divenne capo della polizia. Esattamente lo stesso sistema di porte girevoli che aveva portato il generale Giovanni De Lorenzo negli anni Sessanta dal vertice del Sifar a quello dei carabinieri. Nel nuovo millennio Gianni De Gennaro ha fatto lo stesso percorso, ma al contrario. Da capo della polizia arrivò ai vertici dei servizi, e qualcosa è cambiato, il suo successore fu un diplomatico, l’ambasciatore Giampiero Massolo. Con la nuova riforma anche chi non è un poliziotto o un militare può essere reclutato. Per concorso sono entrati diversi laureati, come negli Usa o in Gran Bretagna. Non avranno ex colleghi da consultare e questo potrà rivelarsi una buona cosa.

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