Caro Vincino, sarà straziante non vederti più

Massimo Bordin

Negli ultimi anni lo incontravo almeno una volta a settimana quando veniva a Radio Radicale per fare il suo programma con il direttore Alessio Falconio. Mi diceva sempre qualcosa di paradossale e intelligente. Qualche volta, lo incontravo vicino alla radio grosso modo a ora di pranzo, quando scendevo per rifornirmi di sigari e pizza a taglio. Stava seduto a un tavolo esterno di un antico ristorante di fronte al teatro dell’Opera frequentato a pranzo, per ironia della sorte, da funzionari del vicino ministero degli Interni. Stavano seduti fuori con qualsiasi tempo, per poter fumare, lui, Vauro e Giorgio Accascina. Progettavano nuovi giornali satirici, lui e Vauro come creativi, Accascina come manager editoriale che poteva vantare l’innegabile successo della rivista Metropoli, costata purtroppo qualche anno di carcere speciale a molti redattori.

  

Una vena surreale attraversava qualsiasi cosa facesse, del resto era palermitano. Sognava un giornale come “Le Canard Enchainé” ma poi aggiungeva sconsolato “Quelli sono figli della borghesia francese, hanno una rete di relazioni che noi ci sogniamo. Le porcherie le scoprono prima ancora che i potenti le facciano.” Lui comunque, figlio della borghesia palermitana, faceva il possibile per raccontare la politica attraverso una satira spiazzante e feroce ma non truce. Dopo Lotta Continua in cui militò fu amico dei radicali. Come Podrecca e Scalarini non amava preti, militari e magistrati. Disegnò per grandi giornali ma trovò casa al Foglio e a Radio Radicale. Pensare di non rivedere più Vincino è straziante.

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