Dal nord i segnali d’allarme sono veri, occhio

Roberto Maroni

Sulle politiche del lavoro proposte dal governo nel decreto dignità arrivano segnali d’allarme per Matteo Salvini. Forti e chiari quelli degli industriali veneti: noi vi abbiamo votato, ma così ci rovinate. E addirittura: per due immigrati in meno vi siete venduti ai 5 stelle. Il nord-est ribolle, come una bottiglia di prosecco agitata con vigore. Ma anche nella meno rumorosa Lombardia gli imprenditori, nel loro stile riservato, mostrano segni di insofferenza. La criticità di alcune misure contenute nel decreto resta a tutt’oggi irrisolta e assume anzi una rilevanza politica crescente, ben definita ieri sulle pagine di un quotidiano nazionale da un attento osservatore delle vicende nostrane: il malessere del nord va preso sul serio, dimostra che la politica della Lega non può ridursi solo alla questione dei migranti, il suo elettorato si aspetta di più in altri campi: meno tasse e meno burocrazia. Giusto. Aggiungerei anche la flat tax (che interessa proprio il mondo delle imprese e delle professioni del nord), la legge Fornero (in cima ai pensieri di tanti lavoratori) e – soprattutto – il tema dell’autonomia del Veneto e della Lombardia, quella che Luca Zaia ha definito “la madre di tutte le battaglie”. Una situazione complicata, ma resto ottimista: li conosco, confido nella capacità di guizzo di Salvini, nell’equilibrio di Giorgetti e nella concretezza di Garavaglia, leghista di peso al Mef. Coraggio allora: ascoltate il nord produttivo, è un esercizio di somma saggezza. Stay tuned.

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