I guai dietro il nuovo libro di Khaled Hosseini

Antonio Gurrado

Che un libro sia lungo cinquantasei pagine, passi: non è che la letteratura vada a peso, e chi ha qualcosa di notevole da dire può anche risparmiarci ore e ore di lettura. Che costi quindici euro, vabbe’: per quanto l’esperienza insegni che statisticamente è raro trovare una pagina che valga più di venticinque centesimi, quando accade è un piacere che ripaga di tutto l’investimento. Che ci sia la curatela di Roberto Saviano, pazienza: è una tassa etica che lui si è sapientemente guadagnato costruendosi riga dopo riga il monopolio editoriale sull’impegno a stare dalla parte giusta. Ciò che non accetto è che il nuovo libro di Khaled Hosseini – “Preghiera del mare”, Sem – è che faccia un vanto dell’essere stato scritto in un solo pomeriggio.

 

L’autore un giorno ha guardato l’immagine traumatica del piccolo Alan morto sulla spiaggia, come tutti noi, e per superare lo choc ha scritto di getto le cinquantasei pagine da venticinque centesimi l’una.

 

È l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare uno scrittore, cioè vagliare, sperimentare, fallire e riprovare, lasciare decantare; ed è una mole di lavoro molto inferiore a quella che ci vuole per pagine che in libreria costano molto meno. Il peggior guaio è però che il lettore si commuove al pensiero dello scrittore scosso al punto da scrivere un libro intero dopo pranzo, incurante della peristalsi, e s’illude di rinvenire nella scrittura di getto la testimonianza di un’autenticità che renda migliore il libro. S’inganna; perché un libro è migliore quanto più è falso. E perché la rincorsa all’autenticità ridurrebbe l’arte a chiazza indistinta, la musica a rumore sordo, la letteratura a urlo prearticolato.

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