La grottesca parabola delle barriere antiterrorismo in Italia

Antonio Gurrado

Vi ricordate quando, all’incirca un annetto fa, a causa degli attentati compiuti investendo la folla coi camion l’Italia fu presa dalla smania di bloccare le vie d’accesso alle strade di passeggio per mezzo di jersey in cemento resi più o meno esteticamente accettabili? Bene, sul dorsetto pugliese del Corriere Francesco Petruzzelli ha rivelato che a Bari ben poco resta delle barriere antiterroristiche: quattro in piazza del Ferrarese, altrettante su strada San Benedetto, due fioriere all’ingresso della centralissima via Sparano, qualche panettone davanti a palazzo Mincuzzi e assolutamente nulla all’imbocco di corso Vittorio Emanuele. Sia chiaro, è un esempio di chissà quanti altri casi ci saranno in tutta la Penisola; però è indicativo. Segna l’atteggiamento tipico italiano riguardo alle misure di precauzione, che abitualmente segue questo calendario. Si parte dall’allarmismo estemporaneo: siccome c’è stato un attentato all’estero, allora ci si accorge del problema in Italia. Segue il provincialismo esasperato: se nelle città estere hanno collocato i jersey, dobbiamo sistemarli in tutte le città italiane. Interviene allora la polemica sterile: i jersey sono brutti, vanno sostituiti con qualcosa di grazioso, fiorito e colorato che non comunichi respingimento ma accoglienza. Quindi è la volta del tornaconto personale: pare che a Bari fosse abitudine di camion e furgoni fare lo slalom fra i dissuasori per effettuare le consegne, in barba alle indicazioni antiterrorismo. A quel punto s’insinua lo scetticismo ottimistico: mo l’Isis deve venire a fare l’attentato proprio a Bari? Infine consola tutti il lassismo coscienzioso: l’assessore ai lavori pubblici ha assicurato che i jersey eliminati verranno risistemati in base alle necessità e alle particolari situazioni. Cioè dopo il prossimo attentato, speriamo non a Bari.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.