Ci sono uomini che fanno la storia e giornalisti che non la riconoscono. Venticinque anni fa mi capitò, da giovane cronista, di intervistare Umberto Bossi. Erano i tempi dei manifesti naïf “Lumbard tas” (una silhouette umana con un vistoso bavaglio sulla bocca), che apparivano sui muri di Milano, guardati con curiosità e qualche sorriso da quei milanesi un po’ romanizzati “che le avevano viste tutte” e che dopo gli anni di piombo, a metà degli Ottanta del secolo scorso, stavano svagatamente bevendo (e mangiando) la loro città, ancora ignari dell’imminente Tangentopoli. di Marco Barbieri