Si torna a parlare di “ricchi” e “poveri”, contrapposti in un mondo dove, come denunciano piazze e intellettuali, “il 99 per cento della crescita finisce nelle mani dell’1 per cento della popolazione”. I nuovi ricchi non sono più gli affettati gentiluomini di Parigi o di Londra, che, più che inventare la ricchezza, la ereditavano. Oggi i “nemici di classe” sono i rudi fondatori di nuove imprese e gli ossessionati dirigenti delle grandi imprese, saliti nella scala sociale studiando prima e lavorando poi. La diseguaglianza, con una nuova concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, torna con prepotenza nel discorso politico e culturale, presentata come l’antagonismo della nuova epoca.