Bici da record

Giovanni Battistuzzi

L’interesse si è riacceso dopo anni di dimenticanza, le luci sono tornate a illuminare quell’ovale di parquet e velocità, quell’uomo che spinge un solo rapporto, che freni non ha perché freni non servono. L’obiettivo è uno e uno soltanto, percorrere più strada possibile; il tempo scenico prestabilito, un’ora; l’imperativo semplice, spingere forte sui pedali. Dal 31 gennaio al 27 febbraio il ciclismo ritornerà a chiudersi in un velodromo per assistere a tre tentativi di battere il record dell’ora, evento un tempo imprescindibile per qualsiasi corridore che volesse davvero entrare nella storia di questo sport, poi disciplina obliata dalla tirannia della strada, ora amore riscoperto. E poco importa se mancano ancora i nomi altisonanti, quelli capaci di riempire i velodromi, di muovere migliaia di appassionati. Arriveranno. Forse nella prossima estate, più probabilmente in autunno. Intanto l’antipasto è pronto: inizierà nel velodromo di Melbourne il 31 gennaio l’australiano Jack Bobridge, 25 anni, cronoman di buone capacità su strada, cavallo di razza in pista, argento olimpico nell’inseguimento a squadre a Londra 2012, tre ori, quattro argenti e un bronzo ai Mondiali. Poi, il 7 febbraio, sarà la volta di un altro australiano, Rohan Dennis, a Grenchen, Svizzera. Infine chiuderà il 27 febbraio, al Lee Valley VeloPark di Londra, l’inglese Alex Dowsett – ma a rischio a causa della rottura della clavicola in allenamento –, il più famoso dei tre, tre volte campione britannico a cronometro e vincitore nel 2013 della cronometro di Saltara al Giro d’Italia, davanti, tra gli altri, a sir Bradley Wiggins.

 

Proprio il baronetto dovrebbe rendere di nuovo nobile la caccia al record tra estate e autunno. Il vincitore del Tour 2012, quattro volte campione olimpico (una volta nella cronometro nel 2012) e sei volte mondiale in pista, iridato a cronometro nell’ultimo Mondiale di Ponferrada, avrebbe in programma la caccia al record nei prossimi mesi, ultima fatica prima di terminare la carriera professionistica.

 

Aspettando i campioni intanto sono arrivati gli sponsor e le televisioni. Tra dirette e contratti pubblicitari infatti si stima che ogni tentativo varrà almeno 500 mila euro, soldi buoni per uno sport che cerca sponsorizzazioni e risalto mediatico, per superare il momento critico dovuto alla crisi economica e soprattutto la perdita di credibilità dovuta agli scandali doping.

 

Un tentativo di record di Wiggins quindi, oltre a dare ulteriore risalto a una carriera già incredibile, sarebbe importante anche per il movimento, ravvivando così le ambizioni di un altro fuoriclasse del pedale come Fabian Cancellara. Lo svizzero aveva già annunciato di voler provare a far proprio il record già nella scorsa estate, l’Uci (Unione ciclistica internazionale) però aveva cambiato le regole, introducendo la possibilità di utilizzare “tutte le biciclette che rispondono agli standard Uci per le prove di resistenza del ciclismo su pista”, ossia reintroducendo la possibilità di utilizzare le appendici da cronometro alle bici tradizionali, rendendo vano tutto il lavoro che aveva fatto il quattro volte campione mondiale a cronometro.

 

Non è la prima volta che il massimo organo internazionale del ciclismo modifica il regolamento di questa disciplina, stravolgendone la storia. L’intervento più invasivo, quello che cancellò un’intera epoca, quella della tecnologia applicata alla bicicletta, fu applicato il primo ottobre del 2000, quando vennero vietate le bici non tradizionali e cancellati tutti i record dell’ora successivi a quello di Eddy Merckx del 1972, ultimo atleta a utilizzarne una a doppio triangolo, ossia il classico telaio da corsa che possiamo vedere ogni giorno sulle nostre strade.

 

L’impresa del Cannibale fu straordinaria. Il belga veniva da una stagione eccezionale – oltre 50 successi tra i quali il Giro, il Tour, la Milano-Sanremo, la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro di Lombardia – quando gli chiedono di provare a battere il record dell’ora. Merckx tergiversa, prende tempo, vorrebbe rifiutare, ma gli sponsor insistono, come del resto i dirigenti della squadra, che lo stuzzicano: “Vuoi essere meno di Coppi?”. Il belga si sente colpito nell’orgoglio e accetta la sfida. In venti giorni improvvisa una preparazione, testa la nuova bicicletta costruita per l’occasione da Ernesto Colnago, un gioiello in acciaio dal peso di nemmeno 6 chili. L’appuntamento è a Città del Messico, l’altitudine migliora le prestazioni, gli dicono, e lui si fida, nonostante il vento spiri forte e crei non pochi problemi all’organizzazione. Ma Merckx se ne frega, vuole solo mettere fine a una stagione massacrante, con il record più importante. In pista è una furia, sembra volare, abbatte qualsiasi primato intermedio e conquista il record. Ma invece di un sorriso sul suo volto si scorge astio e incredulità. Il Cannibale si ferma, guarda i suoi uomini e posa un dito sulla tempia. Voi siete matti, il messaggio, “non lo farò mai più”, la sentenza.

 

Il ciclismo ritornò a Merckx nel 2000. La modifica del regolamento fece scomparire 26 anni di storia, 9 record e la convinzione che con l’atleta potesse convivere il genio creatore di qualche artigiano delle due ruote. Non più record dell’ora, ma “miglior prestazione umana sull’ora”, scrissero nel regolamento, una sottigliezza formale che toglieva dignità a chi si era intervallato nell’albo d’oro, campioni, come Miguel Indurain, Tony Rominger e Chris Boardman, o uomini capaci con qualche innovazione, molte volte fatte in casa, di sopperire alla propria natura di non fuoriclasse. E’ questo il caso del britannico Graeme Obree, sconosciuto dilettante cresciuto in Scozia, che grazie a una bicicletta rivoluzionaria da lui stesso ideata e progettata, riuscì a superare nel 1993 di 400 metri il record di un campione come Francesco Moser.

 



Fu proprio il trentino il primo a sfruttare la tecnologia della bicicletta per battere i quasi 49 chilometri e mezzo di Eddy Merckx, risultato allora considerato eccezionale e che rimase imbattuto per oltre 11 anni. Moser prepara al meglio l’evento, studia ogni particolare, posizione in sella, inclinazione del manubrio, rapporto, si fa realizzare una bicicletta dalle forme particolari per garantire all’atleta una posizione aerodinamica, qualcosa di mai visto nel mondo del ciclismo. Una posizione studiata e migliorata direttamente nella galleria del vento di Pininfarina alla Mandria di Torino. Viene seguito per la prima volta nella storia da un’équipe di esperti. Medici, nutrizionisti, preparatori fisici capaci di programmare un avvicinamento all’evento ideale fatto di tabelle di allenamento personalizzate, una dieta preparata in ogni dettaglio, massaggi ed esercizi di defaticamento. In più qualche pratica medica al tempo legale, ma ora non più, come l’emotrasfusione, tecnica che “però non ha influito sulla prestazione come si pensava. Analizzando la curva di crescita del suo rendimento, non ho riscontrato particolari significativi dopo che l’ha praticata, soprattutto a causa di una serie di errori di inesperienza da parte nostra”, ricordò in un’intervista del 2009 uno dei medici che seguivano il campione di Palù di Giovo, il dottor Giovanni Tredici. Più che la medicina poté quindi la bicicletta. La posizione innanzitutto e poi un dettaglio, un’invenzione epocale, ideata per lui dal professor Antonio Dal Monte, che rivoluzionerà per anni le gare a cronometro: le ruote lenticolari, ossia ruote piene, senza raggi, che garantivano il massimo dell’aerodinamicità.

 

Moser scende in pista il 19 gennaio del 1984 sullo stesso ovale in cemento trattato nel quale Merckx marciò verso il record a oltre 49 di media undici anni prima. Il clima è quello da impresa impossibile, lo scetticismo generale. Può un campione nella fase calante della carriera – aveva 33 anni – battere il più forte ciclista di ogni tempo? La quasi totalità degli addetti ai lavori ha un’unica risposta: no; e senza appello. Il trentino invece pesta duro sui pedali e abbatte il muro dei cinquanta orari nello sbigottimento generale. Primato raggiunto. L’entusiasmo è tanto, Moser è osannato e applaudito come non mai, tanto che dall’Italia partono oltre trecento tifosi per assistere a quella che doveva essere la passerella finale della tre giorni messicana. Il campione di Palù di Giovo decide di rendere omaggio al viaggio intercontinentale degli appassionati italiani e prova a migliorarsi. Piccoli cambiamenti, un rapporto più duro e un body al posto dei classici pantaloncini e maglietta per migliorare ancora l’aerodinamicità. Il risultato è eclatante e sorprendente. Moser migliora se stesso e dopo aver abbattuto il muro dei 50 chilometri orari, infrange pure quello dei 51: 51,151.

 

 

Il record di Francesco Moser rimase imbattuto per oltre 9 anni. Ci volle Obree e la sua bicicletta rivoluzionaria per superare di 445 metri il risultato del trentino.

 

Il primo cambio di regolamento nel 2000 dell’Uci e il conseguente ritorno al record di Merckx, se nell’immediato ridestò l’interesse alla disciplina, riportando Chris Boardman, ritiratosi nel 1999, in pista per cercare di superare il Cannibale – ci riuscì il 27 ottobre 2000 portando il record a 49,441 km – nel lungo periodo fece scomparire i tentativi di miglioramento tanto che in 14 anni solo il ceco Ondrej Sosenka iscrisse il suo nome nell’albo d’oro. Anni di anonimato e indifferenza da parte dei corridori, ridestatosi solo grazie a Jens Voigt, che a 43 anni decise di chiudere la carriera provando a battere, riuscendoci, il record dell’ora. Un primato che durò però solo un mese e mezzo, migliorato dall’austriaco Matthias Brändle. Un interesse rinato grazie soprattutto alla presenza di sponsor e televisioni attirate dalla risonanza che ha ancora negli appassionati questa disciplina.

 

Il record dell’ora infatti rimane antonomasia di velocità e resistenza, di grande ciclismo, alloro riservato ai grandissimi, filo conduttore steso tra tre secoli. Una storia iniziata l’11 maggio 1893, nel velodromo Buffalo di Neuilly-sur-Seine alle porte di Parigi, quando il futuro patron del Tour de France, Henri Desgrange, ebbe l’intuizione di istituire una nuova competizione che potesse essere esportata e disputata in tutto il mondo e che premiasse la resistenza e la tenacia di chi scendeva in pista: il record dell’ora. Desgrange fu il primo a disputarla – sebbene da studi recenti sia emerso che già nel 1873 il britannico James Moore, nel velodromo di Wolverhampton, disputò una gara a tempo, imitato tre anni dopo da un altro inglese Frank Dodds – e a fissare il primato a 35,325 km. La competizione lanciata dal futuro direttore dell’Auto (giornale che per primo organizzò il Tour), riscosse subito grande successo, tanto che, in un’epoca nella quale le grandi corse su strada erano ancora in stato embrionale e le riunioni in pista erano considerate la quintessenza del ciclismo, in quindici anni si contarono circa una sessantina di tentativi di record, solo cinque dei quali andati a buon fine, tutti in velodromi stipati all’inverosimile di gente e titoli a effetto sui giornali.

 

E’ solo negli anni Quaranta però che il record dell’ora inizia a interessare i grandi campioni della strada – sino ad allora solo Lucien Petit-Breton, vincitore di due Tour, una Sanremo e una Parigi-Tours, aveva tentato, riuscendoci, di battere il primato – compiendo così la trasformazione in disciplina mitica. La data di questo passaggio è il 7 novembre 1942, il teatro il velodromo Vigorelli di Milano, il protagonista assoluto, Fausto Coppi.



In Europa si combatte, il Campionissimo è sotto le armi in un reggimento di fanteria a Tortona, si allena con difficoltà, sfrutta il suo ruolo di staffetta in bicicletta, portaordini dal comando centrale alle altre truppe dislocate nella provincia, per prepararsi. L’attesa è tanta, la missione ardua: battere il 45,767 del francese Maurice Archambaud, discreto corridore ma pistard di razza, sembra impossibile, soprattutto alla luce delle condizioni fisiche precarie dell’Airone, a corto di allenamento e reduce da un infortunio che lo ha costretto a letto per due mesi. Gli spalti del velodromo sono pieni a metà, c’è l’allarme bombardamenti, un conflitto che lacera il paese, ma diverse centinaia di persone trovano comunque modo e coraggio di uscire per vedere il Campionissimo. Tra loro si narra ci siano anche diversi alti gerarchi fascisti che pur di non perdersi l’evento sono riusciti a trovare un escamotage per lasciare i campi di battaglia e tornare nel capoluogo lombardo, rischiando così la corte marziale. Un rischio che però valeva la pena di essere corso. Il tentativo è un thriller lungo un’ora, il finale incerto, i colpi di scena continui. Coppi parte forte, al ventesimo giro ha un buon vantaggio, poi il suo ritmo cala, la sua pedalata perde di brillantezza, al 36esimo giro è in ritardo rispetto al francese, al 48esimo perde oltre sei secondi. Biagio Cavanna, il fidato massaggiatore, gli urla di darsi una mossa, Coppi accelera, il suo motore riprende coppia, recupera lo svantaggio, al 90esimo giro torna davanti, al 96esimo il vantaggio sale a due secondi. Sembra potercela fare, ma la pedalata si fa pesante e a cinque minuti dal termine i tempi di Archambaud sono migliori, Cavanna urla ancora, improperi, maledizioni, Coppi abbandona la sua posizione sulla sella, si alza sui pedali, si lancia in uno sprint lunghissimo, dà fondo a ogni energia, consuma pura la speranza. Suona il gong dell’ora: 45,871 chilometri. E’ fatta, trentuno metri in più del vecchio record. Il Campionissimo è stravolto, alza un braccio in segno di vittoria, guarda perso il massaggiatore e il pubblico, lo tengono in piedi, saluta, poi con fatica apre bocca: “Mai più”. Le stesse parole che utilizzò Merckx 30 anni dopo.

 

Il record di Coppi durò quasi 14 anni. Ci volle la classe di un altro campione per scalzarlo dal primato. Ci volle Jacques Anquetil, la sua eleganza, la sua perfezione sui pedali. Ancora una volta il Vigorelli, in questa occasione però stracolmo di gente festante. Era il 29 giugno del 1956, l’Italia intravedeva il boom economico, le macchine iniziavano a girare per le città, ma il cuore era ancora a pedali e i campioni della bicicletta ancora miti venerati. Il velodromo milanese applaudì le roi Jacques, ne osannò il record, ma impazzì di gioia solo due mesi e mezzi dopo, quando Ercole Baldini, allora ancora dilettante ma già conosciuto per la bravura dagli appassionati, si lascia alle spalle un nome epico e un cognome romagnolo per abbracciare il primato dell’ora e l’effigie che si concede ai grandi, un soprannome personale, “il treno di Forlì”.

 

 

Baldini vinse in carriera un’Olimpiade, un Giro d’Italia, un Mondiale e un’altra trentina di corse, ma il suo ricordo è rimasto indelebile per quell’ora in bicicletta nella quale, non ancora professionista, si permise di battere il più grande cronoman dell’epoca. “Un miracolo a Milano, ma un miracolo terribilmente vero”, scrissero sulla Gazzetta. Un miracolo nel tempio della velocità, il Vigorelli.

 

L’impianto milanese è stato il palcoscenico della seconda epoca d’oro di questa disciplina, di quella epopea a pedali che si concluse con il doppio record di Roger Riviére, talento purissimo, aquila della bici che si eclissò troppo presto, precipitato in un dirupo al Tour nel tentativo di seguire Gastone Nencini. Il transalpino riuscì a superare Baldini nel 1957 e a migliorarsi nel 1959, regalando in questo modo al Vigorelli il primato di record dell’ora in uno stesso impianto: 12, nove maschili e tre femminili. Un risultato storico, iniziato con Giuseppe Olmo il 31 ottobre 1935 e conclusosi il 23 settembre 1959. Primati che sono però superflui, perché il Vigo nel mito c’era già da quel pomeriggio del 1942, “quando anche le bombe smisero di planare su Milano, perché non si poteva disturbare la storia – scrisse l’ex direttore della Gazzetta dello Sport Giuseppe Ambrosini nell’introduzione di una monografia su Fausto Coppi – non si poteva interrompere la magia del più forte corridore della storia alle prese con lo sforzo più inumano del ciclismo”, il record dell’ora.

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