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Al Guru e i suoi fratelli

Così le comode paure di Al Gore sono diventate le sue scomode verità

Il prima e il dopo, nella storia del messianismo verde globale, è un film del 2004 di Roland Emmerich, "The Day After Tomorrow", storia di un’improbabile glaciazione con Dennis Quaid. E’ guardando quella pellicola che all’ambientalista Laurie David viene in mente di fare dell’ecologismo materia di spettacolo. Ha già in mente una star: Al Gore, ex vice di Bill Clinton. In quei mesi, Gore gira l’America da un auditorium all’altro e parla di clima. Ma non se ne accorge nessuno.

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15 Dicembre 2009 alle 10:45

Il prima e il dopo, nella storia del messianismo verde globale, è un film del 2004 di Roland Emmerich, The Day After Tomorrow, storia di un’improbabile glaciazione con Dennis Quaid. E’ guardando quella pellicola che all’ambientalista Laurie David viene in mente di fare dell’ecologismo materia di spettacolo. Ne parla con il regista Davis Guggenheim e ha già in mente una star: Al Gore, ex vice di Bill Clinton, la speranza democratica bruciata dalle poche centinaia di voti in più conquistati in Florida da George W. Bush. In quei mesi, Gore gira l’America da un auditorium all’altro e parla di clima. Ma non se ne accorge nessuno. Eppure il messaggio è semplice: fa sempre più caldo, talmente caldo che i ghiacci si sciolgono, le acque salgono e presto inonderanno atolli lontani e città vicine.

Pare l’apocalisse, ma – dice lui – è scienza: è l’uomo, con le sue attività industriali, l’artefice del Grande Caldo. Per farne un film, pensano David e Guggenheim, c’è tutto. Ci sono anche i soldi: a procurarli ci pensa lo stesso ex vicepresidente. “Una scomoda verità”, presentato nel 2006 come documentario (ma della tournée di Gore), diventa il manifesto di una nuova fede verde. Il sacro crisma arriva nel giro di pochi mesi: due Oscar nel marzo 2007 e il Nobel per la pace, in autunno, allo stesso Gore e all’Ipcc, l’assemblea politica dell’Onu sul clima. Il nuovo ecomessia è pronto e ha un pedigree di prim’ordine. Nella sua biografia ci sono anche gli otto anni con Clinton, una famiglia di tradizione senatoriale (con il padre, Albert senior, e – dice la leggenda, peraltro non confermata – con un Thomas Gore, nonno materno di Gore Vidal), le primarie finite male dell’88 e quelle mai cominciate, per stare vicino al figlio convalescente, del ’92.

Da quando è un guru, Gore non risparmia strali ai miscredenti: gli ecoscettici, chi non crede alle teorie catastrofiste da lui propalate, li chiama “negazionisti”, come quelli che negano l’Olocausto. E aggiunge: “Chi non crede allo sbarco sulla Luna non ha dietro i soldi degli inquinatori”, gli ecoscettici sì. Insomma, prezzolati e nazisti. Eppure, mentre a Copenaghen va in scena il summit che sulla carta avrebbe dovuto far impallidire quello di Kyoto del ’97, a doversi difendere da accuse e sospetti è proprio l’ex numero due della Casa Bianca. Adesso il guru dice che “i negazionisti del cambiamento climatico stanno facendo credere che queste mail abbiano un significato maggiore di quello che hanno”.

Però le e-mail ci sono, sono quelle che hanno dato il via al Climategate, lo scandalo dei dati climatici truccati per procurare l’allarme mondiale. E-mail che Gore aveva letto, grazie alla corrispondenza con il capo dell’Ipcc, Rajendra Pachauri. Sono centinaia, ne ha pubblicato stralci il New York Times: in una il professor Michael Mann della Pennsylvania State University dice di aver usato “un trucco per nascondere il declino” delle temperature dal 1981 a oggi. In un’altra Kevin Trenberth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, ammette: “Non possiamo spiegarci la mancanza di riscaldamento” terrestre. Sono alcuni tra gli scienziati citati da Gore in film, libri, conferenze zeppi di paura, catastrofi imminenti, clima che cambia e caldo che uccide e che ora si scopre – ma l’aveva già detto, non ascoltata, l’Alta Corte di Londra due anni fa – sono basati su dati distorti, falsificati. Sono veri, invece, i premi, il messianismo e soprattutto i soldi incassati in questi anni.

Se nel 2000 la famiglia Gore aveva un patrimonio di due milioni di dollari, adesso la stessa cifra andrebbe moltiplicata (almeno) per cinquanta. Ci sono gli incassi di “Una scomoda verità”, le conferenze (175 mila dollari ogni volta e poi, per una strana “sindrome”, dove ce n’è una fa sempre freddo o cade la neve) e gli investimenti nei business verdi – lautamente foraggiati dall’Amministrazione Obama grazie all’azione della lobby goriana Alliance for Climate Protection – attraverso il fondo Kleiner Perkins Caufield & Byers. Adesso che non sa più cosa dire, l’ex vicepresidente annulla una conferenza stampa a pagamento (tremila biglietti, in prima fila da 1.209 dollari) in quel di Copenaghen. Dall’Academy Awards, ora, qualcuno già chiede che il leader ambientalista riconsegni l’Oscar. E qualcun altro, a Washington, potrebbe far lo stesso per i sussidi elargiti grazie alle comode paure spacciate al mondo da un guru d’essai.

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Alan Patarga

Nato a Roma, ha smesso di sentirsi romano da un pezzo e d’altronde con una famiglia che in poco meno di due secoli ha girovagato dalla Grecia all’Egitto e dal Canada alla Padania, sentirsi di qualche parte è complicato. Fondamentalmente un nostalgico, si trova a disagio in questo secolo e tutto sommato anche nel precedente s’è trovato più di una volta in difficoltà, però è convinto che in un Ottocento un po’ oleografico avrebbe dato il meglio di sé. Nella prima repubblica sarebbe stato monarchico, ai tempi del re avrebbe scritto volentieri le clausole del Patto Gentiloni, oggi s’accontenterebbe di potersi dire ancora liberale. Sostenitore delle cause perse a prescindere (gli piace persino Radetzky), è lui stesso nel novero, nonostante sua moglie, il cane e pochi amici credano ancora il contrario. Sui giornali ha cominciato a scrivere prima di prendere la patente e, tranne la laurea, non s’è risparmiato nulla, dalla nera al calcio, dalla geopolitica all’economia.

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