"L’ornamento è una lingua che abbiamo dimenticato". L'arte secondo Diego Mirabella

"Cerco di scrivere con il visivo e di suggerire un pensiero diverso". Viaggiare per perdersi e imparare a guardare il mondo. Dalle zucche incise del Perù ai timbri lignei indiani. "Gli artigiani sono gli scribi che conoscono lingue visive spesso trascurate"

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Diego Miguel Mirabella nella foto di Ahmed Fares

 Nome e cognome: Diego Miguel Mirabella 
Luogo e anno di nascita: Enna, 1988 
Gallerie di riferimento e contatti social: 
Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma  

L'intervista

Intervista in collaborazione con Giulia Bianchi
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Io ne ho due. Uno è ramingo, senza spazio, dove non produco molto ma interagisco tanto, mi confronto, incontro persone, osservo, scrivo e progetto lavori futuri che spero di riuscire a realizzare in collaborazione con altre figure. È uno studio senza mura, in viaggio, visitando contesti altri dal mio, incuriosito da altre culture e intelligenze.
Lo studio fisico è a Roma: storage e luogo di sperimentazioni e fallimenti, ci vado ogni giorno. La terraferma dove far sedimentare i miei viaggi e da dove cerco di capire come rientrare in me. Lo studio a Roma è anche il luogo dove mi incontro con i miei compagni di viaggio, con i quali lo condivido. A parte essere artisti si occupano di altre cose: Dandini de Sylva ha una casa editrice, Barile insegna fotografia e ha sempre qualcosa di interessante da dire, Di Lorenzo è la fondatrice di un progetto di educazione e produzione nel campo del contemporaneo. Per non parlare di Emmanuele, dirimpettaio, che interrompe il silenzio tra noi per leggermi delle bellissime poesie, di cui è appassionato conoscitore. Lo studio è un luogo vivo dove discutere e confrontarsi con sé e con gli altri.
Come riesci a far convivere le tue storie personali con quelle delle culture che incontri durante i tuoi viaggi?
Dico sempre che si viaggia per perdersi, per mettere in moto delle dinamiche di crisi. Un’altra cosa che dico sempre è che non sono un artista visivo ma uno scrittore visivo. La scrittura chiede una prima stesura di getto – un mio professore avrebbe detto che le cose si fanno prima da ubriachi e poi da sobri – e poi un lavoro di rifinitura. Per mia esperienza si parte da ciò che si conosce, dalle parole che si conoscono e se ne cercano delle altre attraverso il bellissimo esercizio di scegliere le parole “giuste”. Così, forse, un’idea personale può diventare concetto, qualcosa che anche gli altri capiscono, diciamo di tutti.
Ti faccio un esempio che credo racchiuda queste due cose: perdersi e scrivere. Nel 2022 sono andato in Perù, nella Sierra centrale – vicino a Huancayo – per incontrare gli artigiani di una delle tecniche più antiche del paese: il mate burilado. Si tratta di zucche ornamentali, perciò nascono senza polpa, che da migliaia di anni vengono incise per raccontare – con tecniche fumettistiche ante litteram – le storie del paese, dalla costa alla Selva passando per la Sierra. Io sono per metà peruviano, da parte di mia mamma, e a Cochas Grande e Cochas Chico ho incontrato per settimane le famiglie che custodiscono questa tecnica millenaria e, con diversi gradi di intensità, ho raccontato loro delle storie personali, ho letto le loro nei loro splendidi lavori, ho fatto vedere quello che faccio, mostrato tante immagini e stampato molte immagini nell’unica tienda del paese. Ho provato a immedesimarmi nella figura del rapsodo e ho chiesto di realizzare una serie di mate in cui mescolare i miei racconti alle storie tradizionali del paese, delegando a loro l’aspetto visivo e concentrandomi il più possibile sul mio ruolo di narratore orale.
Un anno dopo, a Roma, ho aperto la grande scatola con i lavori realizzati e ho “letto” su quelle sfere minuziose e affascinanti il risultato di quei giorni intensi e molto meno lineari e certi di quanto te li abbia raccontati. La cosa più bella è stata capire che quello che vedevo non era più la mia storia, ma un complesso corpus iconografico che non mi apparteneva più del tutto. Come mi succede spesso, ho dovuto riprendere il progetto per ritrovarmici: ispirandomi a ciò che avevo visto nel corso del viaggio, ho elaborato i basamenti da cui far svettare le zucche come un racconto visivo.
Il progetto si chiama El asunto Miguel. Perché no, una ricerca identitaria condivisa con una collettività.
A che cosa stai lavorando?
Vengo da un lungo e felice periodo di lavoro. Tra le tante, due mostre collettive con Paese fortuna, i compagni del mio vecchio studio con i quali ho condiviso tanti anni insieme: José Angelino, Alessandro Dandini de Sylva, Marco Emmanuele e Luca Grechi. Abbiamo inaugurato un project space alla galleria 22,48mq a Parigi e una mostra dal titolo Fortunatamente alla galleria La Nuova Pesa a Roma.
Contemporaneamente ho inaugurato la mia quarta personale a Studio SALES di Norberto Ruggeri, a Roma dal titolo Sonoiononsonoiosonoio. Tre progetti esposti: El asunto Miguel di cui ti ho appena parlato, i Pensieri selvaggi -un ciclo di dipinti nato a Jaipur attraverso l’uso di timbri lignei della tradizione tessile indiana- e Un’allegria di naufragi, un libro realizzato con Aniene e Filippo Nostri, che raccoglie un progetto fotografico realizzato a partire dal 2013 accompagnato da un racconto scritto da me.
Ho decisamente minato le mie energie che prevedo di recuperare a dicembre quando andrò in India, nella regione di Odisha, per studiare il sistema di produzione, organizzazione e trasmissione della conoscenza attraverso immagini di una tecnica di incisione su foglie di palma che si chiama Talapatra Chitra. Quest’anno andrò in India 3 volte e prevedo di occuparmi solo di questo, sostenuto dal programma dell’Italian Council, del quale ho vinto la borsa di studio per un progetto di ricerca.
Che cosa impari dal confronto con gli artigiani e con le tradizioni che custodiscono?
Non sono, appunto, interessato all’artigianato ma ai sistemi di conoscenza visivi di alcune tecniche tradizionali, spesso di culture altre dalla mia. Imparo che esistono diversi modi di vivere, conoscere e rapportarsi al mondo e che ogni lingua è una forma di organizzazione dell’intelligenza, un modo di codificare la realtà. Con lingua non intendo soltanto quella verbale, ma anche i linguaggi visivi che, pur non essendo lingue in senso stretto, possono funzionare come sistemi di conoscenza e organizzazione del pensiero. Gli artigiani sono gli scribi che conoscono queste lingue visive, spesso trascurate, come lo sono molte lingue scritte e molti sistemi di intelligenza diversi dal nostro. Mi affascinano perché quello che cerco di fare come artista è scrivere con il visivo: da loro imparo, osservo, chiedo di partecipare.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Complicando per poi semplificare per poi complicare per poi semplificare e così via.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Mi viene difficile rispondere senza proporti un lungo elenco del quale mi pentirò poco dopo.
Perciò ti dico solo i primi che mi vengono in mente: Camus, antropologia, fumetti underground anni Settanta e Ottanta.
Come nasce il tuo interesse per la decorazione come forma di linguaggio?
In italiano il decoro indica anche un modo di porsi al mondo: una persona decorosa è qualcuno che ha interiorizzato e codificato un comportamento, spesso legato al proprio substrato culturale. L’ornamento, invece, è un insieme di segni che risponde a determinate caratteristiche e regole: potremmo dire che è il luogo in cui una cultura rende visibile il proprio decoro.
Ora pensiamo alle lingue, perché anche lì c’è un sistema codificato che organizza il pensiero. Ognuna possiede una propria struttura e offre possibilità diverse per farlo. Si è spesso detto, per esempio, che il tedesco sia la lingua della filosofia, anche per la sua capacità di comporre più parole in concetti complessi. Se sapessi il tedesco, ragionerei in maniera diversa; e se il tedesco scomparisse, il mondo perderebbe un modo peculiare di pensare. Credo che con l’ornamento accada qualcosa di simile. Il suo linguaggio è cambiato profondamente nel corso della storia, così come è cambiato, ad esempio, il nostro rapporto con la natura.
Prima di affidarci alla scienza e alla tecnologia l’essere umano cercava di comprendere e influenzare le forze della natura anche attraverso la magia, intesa come tentativo di dominare e spiegare il mondo che lo circondava. Quando sono particolarmente romantico (e succede di rado, come adesso) mi piace pensare che l’ornamento sia un modo di parlare che abbiamo dimenticato: una lingua silenziosa, forse l’ultima traccia che ci rimane per comunicare, con un ritmo diverso, con il mondo: quello di quando eravamo più vicini alle cose.
Naturalmente sono ragionamenti un po’ sgangherati, che uno studente di filosofia o semiotica potrebbe, non ho molti dubbi, confutare in pochi minuti. Ma se c’è una cosa che non mi piace della nostra società è che sembri averci tolto la possibilità di pensare l’assurdo e dirlo ad alta voce, anche a costo di sbagliare. Il mio interesse come artista nasce proprio da qui: prendere sul serio l’ornamento come lingua è già, in fondo, un pensiero diverso, un suggerimento di come guardare alle cose. Relegare le pratiche ornamentali a forme d’arte secondarie è, per me, il risultato di una lunga dimenticanza: abbiamo smesso di riconoscere in quei segni un modo di rapportarci al mondo, di osservarlo, di imitarlo e forse di dialogare con ciò che non controlliamo. Chi l'ha detto che il decoro rappresenta solo se stesso?
Com’è organizzata la tua giornata?
Mai simile. Ma di base vado sempre in studio anche solo per stare al computer o per fare dei disegni, Parlo con gli artigiani, ho spesso lavori in sospeso da produrre o far arrivare in studio, chiamo una folla di gente, organizzo i viaggi e scrivo progetti. Torno a casa.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Non saprei dirti quale sia la funzione dell’arte oggi, ma posso dirti quale penso dovrebbe essere, a mio avviso, quella degli artisti: suggerire un pensiero diverso, contrario, ostinatamente in reazione. Viviamo in una società in cui siamo riusciti a omologare anche la diversità, dove si può essere tutto e l’unica cosa che non viene accettata è la povertà. Quella non vogliamo vederla, se non nei reel che alternano – troppo leggeri – drammi e ricette proteiche. E se non è funzione dell’arte, che lo sia almeno degli artisti: prendersi la briga di proporre alternative a questo stato di cose.
Mi piacerebbe vedere, ad esempio, un ritorno alla spiritualità. Non parlo di mettere in discussione la secolarizzazione, ma non capisco perché stiamo abbandonando del tutto l’idea che l’arte possa essere un ponte con il sacro. Se domani dovesse nascere, non dico un dio ma un profeta, una persona illuminata... come faremo a distinguerla in questo marasma? Pensi che aprirebbe un account TikTok? Siamo sicuri che la nostra sia una società davvero così avanzata, noi che abbiamo deciso che gli Apu – gli spiriti delle montagne andine – sono solo un ammasso di roccia da scavare e non dei curiosissimi interlocutori?

Le opere

Sonoiononsonoiosonoio
installation view
Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma
Credito fotografico: Roberto Apa
El asunto Miguel – Joder
2022
160x26x30cm 
mate burilado, ferro, compensato, vetro, smalto
Courtesy: l'artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma
Credito fotografico: Studio DMM
El asunto Miguel – El santo
2026
cm.168x35,5x25,5 approx
mate burilado, mdf, catena d'oro placcato, camicia
Courtesy: l'artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma
Credito fotografico: Studio DMM
Pensieri Selvaggi – Verde immenso, la notte sfogliavo l'atlante
2026
Pittura acrilica (woodblock) e grafite su tela di cotone
105,5x142cm
Courtesy: l'artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma
Credito fotografico: Eleonora Cerri Pecorella
vestiva inoltre una segreta felicità
Installation view
Museo MAR, Ravenna
Credito fotografico: Studio DMM
Scoprivamo il sole 
2021
ceramica e ferro
330x255x2 cm
Courtesy: RISO - Museo Regionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Palermo
Opera vincitrice dell’avviso pubblico “Cantica21. Italian Contemporary Art Everywhere” - Sezione Under 35 promosso da MAECI-DGSP / MiC-DGCC 
Credito fotografico: Ivan Erofeev
Pago tutto con gli occhi 
2025
90x70cm
ceramica e ferro 
Courtesy: l'artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma
Credito fotografico: Studio DMM
Not titled left – Rrose Sélavy
2025
80x52cm
tempera su tavola e foglia d'oro
Courtesy: l'artista
Credito fotografico: Eleonora Cerri Pecorella
Racconti di fuoco – Lucido incerto
2025
17x110,5x23
bronzo e ottone
Courtesy: l'artista e Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma
Credito fotografico: Eleonora Cerri Pecorella