Arte
IL LIBRO •
Emozionante, ma drogato dal denaro. Il mondo dell’arte di Orlando Whithfield
“La struttura di potere del mondo dell’arte contemporanea, caratterizzato da un’impunità alimentata dal denaro, assomiglia sempre più alla sfera politica, dove i plutocrati accumulano ricchezza senza ostacoli”. Intervista all’autore di “Quel che luccica”
29 OTT 26

(Foto Getty)
Orlando Whitfield, inglese figlio di un battitore d’aste, e Inigo Philbrick, americano figlio del direttore di un museo di arte contemporanea, si incontrano alla Goldsmith University di Londra, diventano amici, fondano una società di compravendita di opere d’arte (che comincia con la cessione rocambolesca di alcuni disegni di Paula Rego), cercano di scrostare dei Banksy dal muro e conoscono collezionisti ricchissimi diventando parte di quel mondo esclusivo e venato di falsità raccontato per esempio da Robert Ostlund in “The square”. Sembra una storia di successo e luccichii, ma il finale è invece inaspettato perché al largo dell’Oceano Pacifico l’Fbi arresta il latitante Philbrick accusato di una frode milionaria per aver venduto le stesse opere a più persone o addirittura opere che non possedeva neanche.
Ricostruisce questa vicenda proprio Whitfield, ormai ex mercante d’arte, nel suo “Quel che luccica” (Altrecose, traduzione di Luca Bernardi), un libro affascinante che demolisce il mito del coté dell’arte contemporanea raccontando proprio come si possano aggirare le leggi attraverso la ricchezza e come l’estrazione sociale e le conoscenze valgano più di qualsiasi titolo. “Spero che il mio libro possa essere un monito per chiunque sia interessato a lavorare nel mercato dell’arte”, racconta Whitfield al Foglio sottolineando come “la struttura di potere del mondo dell’arte contemporanea, caratterizzato da un’impunità alimentata dal denaro, assomiglia sempre più alla sfera politica, dove i plutocrati accumulano ricchezza senza ostacoli” e come i “vincoli imposti dalla crescente mercificazione dell’arte rischino di far sembrare il piacere davanti a un’opera fuori dalla portata della maggior parte delle persone”.
Ma l’arte “è troppo importante per essere appannaggio esclusivo dei miliardari”, come testimonia in “Quel che luccica” una visita illuminante al Dia Beacon di New York, tra Richard Serra, Donald Judd e Joseph Beuys, che ha offerto a Whitfield la consapevolezza che l’arte possa davvero cambiare la propria prospettiva sul mondo. Dopo una vita trascorsa tra capolavori, situazioni border-line e compravendita (“credo che già dai primi affari che io e Inigo abbiamo concluso quando eravamo ancora studenti avessi intuito che c’era un grande rischio finanziario ed emotivo”), Whitfield è rimasto abbastanza immune al “potere corruttore e corrosivo del denaro” ed è adesso felice di “poter ammirare l’arte senza quell’ansia finanziaria che un tempo mi accompagnava”.
“Quel che luccica” ha uno straordinario ritmo narrativo, tanto che il suo andamento romanzesco lo fa somigliare a una versione contemporanea di “Illusioni perdute”. Oscillando continuamente tra humour e tristezza – “dire che ho trovato difficile scriverlo sarebbe un eufemismo, alcuni degli eventi che racconto sono stati dolorosi da rivivere”, ci racconta Whitfield – prova a cogliere il segreto di cui pare in cerca, il senso di un’amicizia, iniziata tra gli scantinati londinesi e culminata nel mondo superlussuoso dei collezionisti, fatta di coinvolgimento, affetto ma anche tradimento. “La mia amicizia con Inigo ha plasmato la mia vita da adulto. Ma credo che scrivere di un’amicizia significhi ammettere che è finita. A volte è stato doloroso ricordare i momenti trascorsi insieme, ma anche se non abbiamo un futuro, non provo alcuna amarezza per il nostro passato”. Alla domanda se gli manca qualcosa del suo mestiere di mercante, Whitfield ricorda con commozione il privilegio di “aver potuto ammirare opere d’arte straordinarie in contesti serenamente privati, poter vivere quelle che mi sembravano esperienze quasi sacre con questi oggetti”. “Quel che luccica” in fondo fa proprio questo, racconta gli abusi di potere del mercato dell’arte ma anche la potenza che certe esperienze artistiche riescono a trasmettere a chi è capace di emozionarsi.