“L’arte non ci salverà da noi stessi”. Andrea Romano si racconta

Il rapporto tra realtà e rappresentazione, i simboli che diventano un vocabolario personale e un’arte che non pretende di cambiare il mondo: “È un modo per capire le cose, per esprimere paure e gioie. La responsabilità spetta a tutti, o forse a tutti tranne che agli artisti”

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Andrea Romano nella foto di Alessia Amendola Gonzalez

Nome e cognome: Andrea Romano
Luogo e anno di nascita: Milano, 1984
Gallerie di riferimento e contatti social: Gaudel de Stampa, Parigi. Instagram: andrearomantico

L'intervista

Che cos’è per te lo studio d’artista?
Ho riscritto questa risposta più volte e suona sempre come un annuncio immobiliare. Lo studio è un luogo accogliente, un posto per organizzare la ricerca e le produzioni, conservare un archivio, è un posto per creare fisicamente le opere, per mostrarle e invitare persone. È un luogo da tenere ordinato e pulito e in cui dev’esserci una buona luce naturale.
Quanto influisce sulla tua ricerca il paesaggio quotidiano che attraversi, dalla città alla periferia?
Ha influito molto nel periodo che va dall’accademia alla fase iniziale del mio lavoro. Sono cresciuto nella periferia nord di Milano, in un paesaggio molto stratificato, perennemente in bilico tra cura e abbandono. Per anni ho visto piante rampicanti ricoprire ogni cosa e tanti fiori legati ai bordi delle strade lasciati dai parenti o amici di chi muore in un incidente. Sicuramente in quello che mi stava intorno ho riconosciuto un sentimento di malinconia, e quegli interventi spontanei mi hanno aiutato a elaborare il mio personale concetto di rappresentazione. La zona del parco nord è molto aperta, con pochi palazzi alti, da alcuni scorci si può vedere anche il tramonto, per cui andare in centro è come passare da aree aperte e orizzontali a aree sempre chiuse e verticali. Attraversare Milano prima dell’Expo era come attraversare un enorme cantiere, tutto era distruzione e riqualificazione. Il tragitto da casa all'accademia o da casa alle mostre era come attraversare i cambi stato di una materia, cambiavano le vetrine de negozi, l’organizzazione del verde, le facce delle persone e i modi di parlare. Da diversi anni vivo in quella stessa zona, ma adesso non faccio più caso a quelle cose, forse perché la città ha modificato la sua centralità o forse sono meno malinconico, o non mi serve più guardare fuori per elaborare la mia malinconia. Adesso arrivo alle cose che mi ispirano e alle idee attraverso modi diversi da quelli di quando avevo venti o venticinque anni.
Com’è organizzata la tua giornata?
L’organizzazione dipende dal periodo dell’anno e da che tipo di opere sto producendo. Alcuni lavori, come quelli in bronzo o in marmo, richiedono spostamenti e un’organizzazione diversa da quelli che realizzo interamente in studio. Da questo dipendono anche interazioni sociali diverse. Alcuni giorni della settimana poi sono dedicati all’insegnamento, quindi non c’è una vera giornata tipo. Solitamente la giornata inizia con una passeggiata al parco sotto casa (corsa, raramente), colazione (in terrazza se c’è il sole), poi le email, commissioni e organizzo il lavoro. Da prima di pranzo in poi lavoro in studio. La sera guardo dei film o esco con gli amici. Se ho delle scadenze incombenti lavoro anche di sera fino a tardi. Se disegno metto dei film, serie o della musica in sottofondo. Le uniche attività abitudinarie sparse che non riguardano il lavoro sono leggere, giocare a scacchi on line e guardare i Simpson.
Nei tuoi lavori il linguaggio sembra spesso produrre equivoci e slittamenti. Che cosa ti interessa di questa instabilità dei significati?
Tendo a sovrapporre e combinare diversi mezzi e linguaggi. Nelle mie opere coesistono spesso disegno e scultura, fotografia e disegno, immagine e testo, astratto e figurativo, materico e sintetico. Queste combinazioni rimandano a realtà nelle quali convivono diversi aspetti e sensazioni. Questo modo di lavorare rispecchia la mia idea di realtà e di linguaggio, che per me non hanno una definizione univoca. Non penso ai miei lavori come alla sintesi di pensieri astratti o come a qualcosa di puro. Intendo piuttosto creare dei rapporti tra diversi elementi, trovare un equilibrio tra complessità e spontaneità, lasciando a chi guarda la facoltà di soffermarsi su un aspetto o di afferrarne l’unità.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Non so se esista una funzione generale. Forse può essere diversa per chi l’arte la fa, per chi la studia e l’analizza, per chi la guarda per puro piacere o per chi la compra. Credo sia utile distinguere tra il mondo della ricerca teorica, storica e accademica e quello della produzione artistica, la quale negli ultimi anni sembra sia passata da una definizione un po’ vaga di produzione culturale a una più vicina a quella di mercato del lusso. Per me l’arte è un ambito come altri all’interno di una realtà generale più ampia, e come ogni altro ambito risponde alle esigenze della realtà che la produce e la contiene. A volte pensiamo che il nostro lavoro meriti un trattamento riservato perché siamo legati all’idea che l’arte custodisca i valori di umanità e libertà, o sia in grado di cambiare il mondo, resistere a minacce o salvarci da noi stessi. Se per funzione si intende una possibile funzione morale sono scettico, e lo dico senza cinismo. A volte vivo questo pensiero con ottimismo, ma poi l’ottimismo diventa illusione, poi rassegnazione, la rassegnazione diventa egoismo, poi edonismo, e così via. Questo non significa che io disdegni chi crede in questo tipo di funzione, anzi, ma ritengo che in essa vi siano delle contraddizioni da risolvere. Non intendo dire che sia responsabilità dell’artista risolvere le contraddizioni che ho in mente, esse sono ovunque nella realtà in cui viviamo e questa responsabilità spetta a tutti, o forse a tutti tranne che agli artisti. La risposta dipende da che arte vogliamo, da come vogliamo produrla, farla circolare e a chi si rivolge. Da più di cent’anni ci si chiede quale sia la funzione dell’arte, e oggi abbiamo tanta letteratura a riguardo che potrebbe aiutarci a dare una risposta, se non definitiva, almeno da eliminare un po’ di equivoci, ma è un tema enorme, è come dividere artista e persona in due diverse ipostasi di una stessa entità che vive, agisce, sceglie. Io posso parlare solo della funzione che ha per me. Per me l’arte è un modo per capire le cose, per esprimere paure e gioie, per metabolizzare e misurare le mie esperienze attraverso l’obiettività di un linguaggio o attraverso un senso di appartenenza, presunti o tali che siano.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
I miei riferimenti visivi variano molto. Ci sono cose che catturano la mia attenzione, come il modo in cui cambia la luce durante l’arco della giornata, il rapporto tra oggetti reali e immagini virtuali, il rapporto tra materia organica e inorganica, o le cose ricoperte da ombre o viste attraverso dei filtri, come pellicole, vetri e superfici riflettenti. Altri riferimenti riguardano la cultura visiva e vanno da elementi grammaticali specifici presi dalla storia dell’arte a quelli dell’arte accademica e amatoriale.
I miei riferimenti teorici partecipano alla realizzazione dei lavori a diversi gradi di intensità, spesso minimamente, e sono sempre legati alle cose che vivo. Dai lavori di Ervin Goffman e Jean Baudrillard ho capito il rapporto tra realtà e rappresentazione, e da quelli di John Berger ho capito che tutto quello che guardiamo e facciamo passa sempre attraverso la nostra cultura, la nostra memoria e le nostre sensazioni, a riportare il linguaggio e i concetti su un piano personale. Ne cito solo tre, la lista potrebbe essere lunghissima. Mi interessa il rapporto tra potenza e vulnerabilità, e l’ingerenza dei meccanismi interpersonali nella costruzione di un'identità, di un immaginario e desideri personali. Questi riferimenti sono legati al rapporto tra artista e sistema, che per estensione si potrebbe tradurre come rapporto tra un individuo e gli altri, come ci pensiamo e valutiamo attraverso il pensiero e lo sguardo degli altri.
Nella tua ricerca tornano spesso immagini familiari o facilmente riconoscibili. Che cosa cerchi quando le sottrai al loro contesto originario?
Spesso scelgo dei soggetti per una loro connotazione predefinita, correndo il rischio che siano aperti a diverse interpretazioni. Simboli di araldiche degli imperi, scene dei Flintstones, una tigre bianca con malformazioni, i fondi dei cassetti delle camerate dei genitori, i dettagli di mani che toccano i panneggi delle pale fiamminghe del Cinquecento, sono cose apparentemente immediate. A volte tratto questi riferimenti in maniera prosaica e fedele, a volte vengono mistificati e rielaborati, ma sono sempre pretesti per parlare di altro, come se fossero parte di un mio vocabolario personale. Quello che cerco di esprimere o di raccontare attraverso le immagini non è qualcosa di inventato o distante dalla realtà, voglio mantenere un’aderenza totale con la realtà e per me i soggetti hanno già il contenuto concreto e il significato che cerco.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
È stato un percorso molto naturale e lineare, era quello che ho sempre voluto fare. Alle superiori ho frequentato l’Istituto d’Arte della Villa Reale di Monza e poi l’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel frattempo per mantenermi facevo diversi lavori creativi. Ho lavorato in uno studio di design d'interni e fatto da assistente per grosse produzioni, come la realizzazione di opere murarie di Sol LeWitt e una mostra di Frank Gehry. In questo modo ho potuto fare paragoni tra ambiti diversi e confermare la mia scelta. Durante l’ultimo anno di università, tra il 2009 e i il 2010, mentre scrivevo la tesi, con alcuni compagni di Brera ho gestito uno spazio a Lambrate, che all’epoca era il quartiere di tante gallerie. Non volevamo essere solo pubblico ma volevamo partecipare attivamente alla scena e crearne una nostra. Lì ho potuto sperimentare liberamente e allo stesso tempo confrontarmi con altri artisti e un pubblico di professionisti. In quel periodo le mie idee e le mie capacità hanno iniziato a prendere una forma più consapevole. Nello stesso periodo ho iniziato a viaggiare di più e a partecipare a residenze all’estero. Non avevo fatto l’Erasmus e sentivo il bisogno di vivere per un periodo fuori dall’Italia, e ho scelto Bruxelles, che in quel momento era considerata come “la nuova Berlino”. Mi interessava molto quell’area culturale, la città costava poco e potevo muovermi facilmente al centro dell’Europa per vedere musei e gallerie. Nel 2011 un mio amico ha aperto uno spazio a Milano dove ho fatto la mia prima mostra personale. Da lì in poi ho iniziato a lavorare con le gallerie, spazi e istituzioni, sia in Italia che all’estero. È come una sequenza di tanti innamoramenti. Ti innamori di una scuola, di una frase che ti dice un professore, di una mostra che vedi, e di cosa senti quanto sei tu a esporre. Mi ero innamorato quando ho letto l’intervista di Tim Rollins a Felix Gonzalez-Torres o gli scritti di Louise Bourgeois. Mostre come quelle di Tino Sehgal, Fischli e Weiss e Tacita Dean della Fondazione Trussardi erano delle folgorazioni. Andare con i compagni a vedere la tua prima Manifesta, la tua prima Documenta o la tua prima Biennale di Venezia era come riempire un vuoto, prima di capire come arrivare a diventare artisti eravamo loro fan, sapevamo tutto di loro, volevamo conoscerli di persona, andare alle loro feste, e un po’ ci sentivamo già artisti.
A che cosa stai lavorando
Non produco nulla di fisico dalla scorsa primavera. Sto organizzando la produzione di nuovi lavori su carta e una serie di sculture di grandi dimensioni.

Le opere

“Slimy Title Two”. 2024. Bronzo. Cm 40 x 40 x 25. Courtesy dell’artista. Foto di Giorgia Di Tria
“Slimy Title Two”. 2024. Bronzo. Cm 40 x 40 x 25. Courtesy dell’artista. Foto di Giorgia Di Tria
La scultura fa parte di una serie di opere in cui diversi soggetti reggono o fanno da sfondo alle lettere che compongono il titolo Claque & Shill. Questi lavori sono intesi come una sorta di manifesti autocelebrativi in cui il titolo diventa soggetto autonomo. Le parole "Claque" e "Shill" fanno riferimento a quelle figure che si infiltrano in un pubblico per orientarne il gusto e le impressioni, sono ruoli che occupano una posizione ambigua tra situazione artificiosa e esperienza reale. Con questi termini identifico i sentimenti ambivalenti di appartenenza, identità e affermazione personale come desideri propri della comunità artistica quanto dei meccanismi interpersonali. 
Vista installazione della mostra “Simple Prepositions”. Centralbanken, Oslo. Foto di Lea Stuedahl
Vista installazione della mostra “Simple Prepositions”. Centralbanken, Oslo. Foto di Lea Stuedahl
“Simple Prepositions, Warp And Weft (2)”, “Simple Prepositions, Warp And Weft (1)”. 2021. Grafite su stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, acetato, magneti. Cm 67 x 50. Courtesy dell’artista. Foto di Lea Stuedahl
“Simple Prepositions, Warp And Weft (2)”, “Simple Prepositions, Warp And Weft (1)”. 2021. Grafite su stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, acetato, magneti. Cm 67 x 50. Courtesy dell’artista. Foto di Lea Stuedahl
La serie “Simple Prepositions” (2019-2024) comprende diverse opere in cui due soggetti coesistono sullo stesso piano. Documentazioni fotografiche delle mie opere effimere e ricordi privati ​​fanno da sfondo a disegni a grafite o sanguigna che raffigurano immagini e parole. Trasparenze, ombre e riflessi distorcono e annullano ogni distanza di tempo e gerarchia tra i soggetti.
“Fresh Fur, Silver Tongue Two”. Grafite e sanguigna su carta cotone, marmo verde di Versailles. Cm 80 x 70 x 5. Courtesy dell’artista. Foto di Giulia Pietroletti
255, 255
L’opera consiste in una simbiosi tra disegno e scultura. Il rapporto tra la cornice, scavata da un blocco unico di pietra fino al limite della consistenza fisica del materiale, e la bidimensionalità dei disegno, alludono a una corporeità ambigua, come la materializzazione solida di rendering virtuale. Il disegno ritrae Kenny Rogers, una tigre reale bianca nata in Arkansas nel 1999 e deceduta nel 2008 a causa di problemi di salute. Kenny Rogers era il frutto di un incrocio programmato tra consanguinei, una pratica dettata dal nostro desiderio di lasciarci meravigliare. Nel mio lavoro, il soggetto rimanda alla tensione tra il desiderio di apparire e l'inadeguatezza, una condizione in cui potere e vulnerabilità coesistono, allude ai sentimenti ambivalenti di appartenenza, identità e auto affermazione.
“Te Rerioa, Fake Flock Two”. 2024. Grafite su carta cotone, marmo bianco statuario di Carrara. Cm 80 x 70 x 5. Courtesy dell’artista e MAMbo, Bologna. Foto di Valentina Cafarotti
“Te Rerioa, Fake Flock Two”. 2024. Grafite su carta cotone, marmo bianco statuario di Carrara. Cm 80 x 70 x 5. Courtesy dell’artista e MAMbo, Bologna. Foto di Valentina Cafarotti
“Legato”. 2025. Installazione sonora, 1,0’,0’’. Cinema Teatro Filo, Cremona. All’interno di Cremona Art Week 2025. Foto di Andrea Rossetti. © 2025 Andrea Rossetti/Héctor Chico
“Legato”. 2025. Installazione sonora, 1,0’,0’’. Cinema Teatro Filo, Cremona. All’interno di Cremona Art Week 2025. Foto di Andrea Rossetti. © 2025 Andrea Rossetti/Héctor Chico
La parola legato è un termine musicale che indica un gruppo di suoni connessi senza pause di silenzio. Il mio intervento è una sequenza di lavori sonori e musiche realizzate da miei amici artisti per le loro opere o in occasione delle loro mostre.
“Drawer Bottom (13)”. 2022. Mogano, vetro, carta Varese, PVC. Cm 210 x 40 x 11. Courtesy dell’artista. Foto di Andrea Rossetti. © 2022 Andrea Rossetti
“Drawer Bottom (13)”. 2022. Mogano, vetro, carta Varese, PVC. Cm 210 x 40 x 11. Courtesy dell’artista. Foto di Andrea Rossetti. © 2022 Andrea Rossetti
“Drawer Bottom” è una serie di collage realizzati con carte tradizionalmente usate per rivestire i fondi dei cassetti. Le opere, attraverso la combinazione di diversi colori e pattern, creano effetti ottici che coinvolgono lo spettatore a livello retinico e raffigurano parole che riflettono sulla natura delle immagini quanto sulle dinamiche interpersonali. La serie evoca uno spazio privato nel quale coesistono riferimenti con una diversa connotazione estetica legati da una memoria comune.
"Cast Of Pillow, Marco Mother Mold (1,2)”. 2013-2024, grafite su stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, cm 60x47. Courtesy dell’artista. Foto di Giulia Pietroletti
"Cast Of Pillow, Marco Mother Mold (1,2)”. 2013-2024, grafite su stampa a getto d’inchiostro su carta cotone, cm 60x47. Courtesy dell’artista. Foto di Giulia Pietroletti
L’opera è un dittico della serie “Cast Of Pillow”. La fotografie, realizzate con la collaborazione di Delfino Sisto Legnani, descrivono le interazioni fisiche di alcuni miei amici con due sculture in poliuretano durante il loro stesso processo di realizzazione. La serie racconta una storia potenziale su due sculture effimere destinare a sgretolarsi con il passare del tempo.
Potsherds And Gazes (1). 2015. Neon. Cm 100 x 90. Vista installazione della mostra Live End Dream No. Curated By Eva Fabbris. Galerie Steinek, Vien. Foto di Rudolf Strobl. © Rudolf Strobl, 2017
Potsherds And Gazes (1). 2015. Neon. Cm 100 x 90. Vista installazione della mostra Live End Dream No. Curated By Eva Fabbris. Galerie Steinek, Vien. Foto di Rudolf Strobl. © Rudolf Strobl, 2017
“Potsherds And Gazes” è una serie di opere che raffigura frammenti tratti dalle scene del cartone The Flintstones, più precisamente i punti di contatto in cui i corpi di umani e dinosauri si afferrano, si stringono e si tirano. Le immagini, spinte fino a un passo dall'astrazione, alludono in modo frivolo ad azioni di potere, dominio e sottomissione.
“Who Will Bring Them Flowers When The Flowers Die?” 2009-2010. Materiali vari. Dimensioni variabili. Courtesy dell’artista. Foto di Sara Scanderebech
“Who Will Bring Them Flowers When The Flowers Die?” 2009-2010. Materiali vari. Dimensioni variabili. Courtesy dell’artista. Foto di Sara Scanderebech
Quell’opera, posta in forma di domanda, si ispira a scorci specifici del paesaggio suburbano da cui provengo e dai fiori posti ai bordi delle strade da amici e parenti di vittime di incidenti stradali. Mettendo in relazione esperienze personali con il tema del paesaggio, la scultura riflette sulla resistenza e sulla distanza che instaura con il soggetto a cui si ispira.