Il fascismo tale e quale. Fabio Mauri e i riti del regime nella loro noia feroce

Al MAXXI L’Aquila torna Che cosa è il fascismo, la performance realizzata da Fabio Mauri nel 1971. L’azione ricalca i “ludi juveniles” svoltisi a Firenze nel 1938 in occasione della visita di Hitler. Mauri vi aveva partecipato da ragazzo insieme all’amico Pier Paolo Pasolini   
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(Foto Getty)

Il fascismo di Fabio Mauri è ferocemente noioso. Ed è forse questa la caratteristica più inquietante e straordinaria di Che cosa è il fascismo, celebre performance realizzata per la prima volta a Roma nel 1971 e riproposta nei giorni scorsi all’Aquila. Per circa un’ora assistiamo a esercizi ginnici, gare, canti, saluti, discorsi, sbandieramenti, proselitismi di vario genere. Corpi giovani eseguono gesti precisi, occupano cartesianamente lo spazio, obbediscono. Le loro voci sono scandite e solenni. Tutto funziona in modo esasperato. Ed è proprio questo il problema.
Questa rara riproposizione è parte della mostra Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila, a cura di Marta Papini e Maurizio Cattelan, a Palazzo Ardinghelli, sede del MAXXI L’Aquila, nell’ambito del vivace programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Gli studenti dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila interpretano con notevole precisione modi, tempi e sfumature di una partitura che ha il merito di rimanere fedele all’originale. Una delle migliori mai realizzate, secondo i membri dell’Archivio Mauri. Per tutti coloro che conoscevano Che cosa è il fascismo attraverso fotografie, documenti e racconti, assistervi finalmente produce qualcosa di diverso dalla scoperta: una rivelazione.
Mauri presenta il fascismo anziché rappresentarlo. Lo espone allo spettatore tale e quale, nella sua forma, nei suoi gesti, nel suo linguaggio, lasciandogli il tempo necessario per manifestarsi. Rinuncia alla caricatura e a ogni ironia che possa già contenere un giudizio, persino a quella condanna morale preventiva che consentirebbe allo spettatore, senza esercizio critico, di sistemarsi subito dalla parte giusta. Qui risiede l’estrema forza di questa performance. Mauri espone dei fatti, affidandoli al giudizio dello spettatore e contemporaneamente inserisce quello stesso spettatore dentro il sistema che sta osservando: il colore dell’invito determina la tribuna e assegna a ciascuno uno status sociale, autorità, accademici, magistrati, stampa, rurali, edili, israeliti. Prima ancora di guardare, si è già stati classificati. Mi trovavo tra i magistrati, chissà.
L’azione ricalca i “ludi juveniles” svoltisi a Firenze nel 1938 in occasione della visita di Hitler. Mauri vi aveva partecipato da ragazzo insieme all’amico Pier Paolo Pasolini. Trentatré anni dopo torna dunque su un’esperienza vissuta, senza trasformare la memoria in testimonianza o confessione. Al centro della cerimonia è il generale tedesco Ernst von Hussel, rappresentato con sottile ironia da un manichino di cera in alta uniforme. Intorno ci sono corpi vivi, quelli dei giovani impegnati nella cerimonia e quelli degli spettatori che la osservano. Il generale rimane immobile, sospeso in mezzo a tutto questo movimento. La sua figura è sottratta tanto alla deformazione grottesca quanto alla monumentalità celebrativa. Semplicemente, sta lì e la sua immobilità trova curiosa corrispondenza in quella del fascismo esposto da Mauri: una forma irrigidita nei propri gesti e simboli che attraverso la ripetizione mette progressivamente in moto tutto ciò che le sta intorno.
Mauri ci mostra così le condizioni che rendono possibile il fascismo. Insiste sulla durata, sull’ordine, sulla disciplina, il tutto nutrito da solennità. La cerimonia procede metodica, ripetitiva, estenuante. La noia è parte dell’opera e forse uno dei suoi elementi più politici perché poi, per progressione, arriva la violenza. Il gesto diventa esercizio, l’esercizio disciplina, la disciplina marcia, fino alla guerra. L’azione si chiude infatti con il rumore assordante delle bombe e le immagini di guerra dei cinegiornali Luce. Nessuna accelerazione spettacolare, è la stessa forma che prosegue e produce le proprie conseguenze. Sembra tutto dannatamente naturale.
Riproporre oggi Che cosa è il fascismo è una scelta di estrema pertinenza e dice cosa significhi, per un’opera d’arte, essere attuale. Le opere che resistono al tempo raramente sono quelle concepite come risposta immediata a un fatto di cronaca. L’urgenza rischia di consumarsi insieme alla circostanza che l’ha prodotta, evaporando con la cronaca stessa. Mauri lavora su strutture più profonde quali il potere, il consenso, la disciplina dei corpi, l’obbedienza, la trasformazione di un comportamento collettivo in lancinante normalità. La sua attualità diventa ancora più precisa quando una nuova promessa di Futuro assume le forme di una rivendicazione del passato. Cinquantacinque anni dopo, quelle strutture, quelle voci, tornano davanti a noi con una puntualità superiore a molti interventi concepiti espressamente per commentare il presente. Un’opera davvero attuale non ha bisogno di inseguire il proprio tempo. Lo attraversa, attende e torna a interrogarlo. Che cosa è il fascismo non ha avuto bisogno di essere aggiornata. Siamo noi, semmai, a esserci nuovamente avvicinati alla sua domanda.