L’overtourism ci fa un Biaf

Dagli Old Masters all’alto artigianato delle arti decorative, ci si rincresce di non essere billionaire o quantomeno millionaire. A Firenze, tra stranieri eleganti in fila per l’antiquariato

29 SET 26
Immagine di L’overtourism ci fa un Biaf

Passerotti, Coppia d’amore grottesca (1560), Galleria Orsi

Firenze. Alle cinque di un pomeriggio fiorentino, via del Parione è pervasa dall’odore di bistecca alla brace. Il turismo inselvaggito prevede ormai che a tutte l’ore ci si nutra di fiorentine. Da piazza Santa Trinita arrivano ovazioni rivolte a un finto Bocelli che, su base musicale diffusa da un altoparlante, intona La donna è mobile, ma anche Funiculì funiculà. Intanto, frotte di eleganti cultori si dirigono verso l’ingresso di Palazzo Corsini, dove fino al 4 ottobre è in corso la XXXIV edizione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato, BIAF. È la più antica mostra mercato dell’arte italiana, un’ottantina di gallerie di espositori che offrono la migliore arte antica e moderna reperibile sul mercato. I prezzi, che potrebbero sembrare inavvicinabili, sono spesso resi più sostenibili perché gran parte delle opere è notificata, dunque inesportabile.
Il nuovo segretario generale della BIAF, l’antiquario Bruno Botticelli, nota che da anni non si vedeva una simile attenzione per l’arte antica italiana. “Ci sono gli expat, che si sono trasferiti in Italia per motivi fiscali. Arrivano qui, e li riconosci con le loro estetiche differenti: non sono il classico ricco milanese col golfino. Indossano colori che non abbineremmo e costose scarpe magari blu intrecciate, ma sono appassionati del classico, di capolavori che hanno passato la selezione del tempo”. Come non capirli: la sensazione è che la storia riprenda piede sul mercato dell’arte contemporanea. Già solo l’occasione di visitare il contenitore, il magnificente palazzo barocco sul lungarno voluto dalla famiglia Corsini per consacrare la propria ascesa (e nel 1730 otterrà anche un papa Corsini, Clemente XII), motiva la gita a Firenze. Ma è poi il dispiegamento di pezzi esibiti dalle gallerie a ingolosire anche i più frugali.
Si vaga tra i saloni con un occhio in su, agli affreschi, che appaiono come sezionati dai binari dei faretti anni ‘80, e ci si sofferma alle finestre per ammirare il crepuscolo sull’Arno, mentre sotto i palazzi sfilano i vogatori. Dagli Old Masters all’alto artigianato delle arti decorative, ci si rincresce di non essere billionaire o quantomeno millionaire per portarsi a casa il bronzo a patina verde di un sinuoso cercopiteco rosso di Alfredo Biagini (da Virgilio), e anche l’Autosmorfia di Balla, un pastello su cartone (da Gian Enzo Sperone). Senza contare il ritratto su cartone di Raffaele Viviani, disegnato da Lorenzo Viani, il matto di Viareggio, protagonista di Quanto splende questo nero, romanzo di Marco Amerighi appena pubblicato (da Antonacci Lapiccirella). E ancora il battente spagnolo in forma di perro (da Cesati), e il Bambin Gesù in terracotta invetriata di Andrea della Robbia (da Longari Arte).
Lo storico dell’arte Leonardo Piccinini ci segnala però il capolavoro irrinunciabile, “l’opera più anticlassica che esista”, non esportabile e quindi quasi conveniente, esposta da Carlo Orsi. “È la Coppia d’amore grottesca di Bartolomeo Passerotti, del secondo Cinquecento bolognese. Mette in scena il tema dell’amore senile, e proviene dalla collezione di Federico Zeri. Da grande esperto di manierismo, Zeri trovava in questo dipinto una summa di tutte le possibili perversioni del Cinquecento. Qui il bizzarro, l’insolito e l’inatteso vincono sull’uniformità e sulla prevedibilità del presente”.