Arte
LA MOSTRA •
Le muse inquietanti di De Chirico, il passato e il presente che si urtano costantemente
Un’opera del genere non è un rebus. Ed è proprio questo il punto: se non c’è una soluzione, allora forse dovremmo cambiare il modo in cui la guardiamo. Smettere di dire «quest’opera significa» e limitarci, almeno per una volta, a dire «quest’opera è»

De Le muse inquietanti di Giorgio de Chirico abbiamo diverse versioni: la prima risale al 1916, poi ne vengono altre, una delle quali, dipinta nel 1947 ma datata 1925, è visibile in De Chirico e la Metafisica dal 19 ottobre presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Sul fondo ci sono il Castello Estense e una fabbrica; davanti c’è una piazza che sembra un palcoscenico popolato da statue-manichino, due scatole, un bastone e una maschera.
De Chirico arriva a Ferrara nel 1915 con la madre e il fratello Andrea, alias Alberto Savinio, e lì, in un periodo di grande fragilità emotiva, conosce Carlo Carrà, con cui comincia a ragionare sulla pittura metafisica. Che, detta in modo semplice, equivale a una pittura capace di svelare il mistero nascosto nella realtà. Il problema di questa definizione è che ci porta quasi subito a trattare un’opera come Le muse inquietanti alla stregua di un rebus: la statua di spalle significa questo, la scatola colorata significa quello, il castello allude a quest’altro… E così mettiamo insieme indizi su indizi sperando che compaia la soluzione.
Ma un’opera del genere non è un rebus. Non contiene niente da risolvere. Nessun indovinello, nessun mistero. Ed è proprio questo il punto: se non c’è una soluzione, allora forse dovremmo cambiare il modo in cui la guardiamo: smettere di dire «quest’opera significa» e limitarci, almeno per una volta, a dire «quest’opera è».
Quindi, per me, Le muse inquietanti sono: un sogno dove ogni cosa è vicina alle altre e allo stesso tempo terribilmente sola. È un’immagine che non parla dell’aldilà, del mondo degli dèi o degli spiriti. No. Le muse di de Chirico parlano dell’aldiquà. Del nostro mondo. Di un mondo che pensiamo di conoscere a menadito e che, di colpo, smette di sembrarci familiare. Un mondo in guerra visto da un ragazzo spaventato. Un mondo dove nessuno aiuta nessuno.Un mondo dove nessuno odia nessuno.
Le muse inquietanti sono un’occasione per sentire la presenza di oggetti che nell’opera nemmeno ci sono. Nel mio caso, una giacca di lino blu comprata in un negozio dell’usato. Vado a cercarla nell’armadio. Non so chi l’abbia posseduta prima di me. No, proprio non lo so. Ma basta che la tocco e so che mi appartiene, che posso indossarla, appenderla, lasciarla su una sedia, rivenderla… Insomma, basta che la tocco e so che di questa bella giacca blu posso fare ciò che voglio. Eppure fatico a considerarla completamente mia. Già. Perché dentro, prima di me, c’è stata un’altra persona che magari aspettava una telefonata, oppure andava a un funerale o al primo appuntamento con la ragazza che poi ha sposato.
Le muse inquietanti sono il collegamento fra l’Isola dei morti di Arnold Böcklin e Ceci n’est pas un pipe di René Magritte. Sono anche un invito a lasciare che gli oggetti non siano considerati soltanto per la loro funzione. Le forbici, per esempio: finché tagliano un foglio sono soltanto forbici; ma se restano aperte sul tavolo, immobili, senza che nessuno le usi, ecco che acquistano una specie di vita propria, e diventano subito un po’ più imperscrutabili.
Le muse inquietanti sono una combinazione di riferimenti che tantissimi artisti, dopo de Chirico, hanno cercato di imitare. Sono persino una filastrocca. Sono la cameretta di un bambino cresciuto così tanto da occupare una città intera. Sono le tasche piene di monetine, gli edifici che sembrano costruiti per scherzo, i bastoni al sapore di amarena. Sono un prezioso monumento dedicato alla noia. Ma non la noia di chi non sa cosa fare. No, no. Una noia più antica infantile, quella dei pomeriggi in cui il tempo sembra essersi dimenticato di noi e allora guardiamo per mezz’ora una crepa sul muro, il pulviscolo nella luce, una mosca che continua a battere contro il vetro e ci sembra, non si sa bene perché, di aver risolto un dilemma.
Sono tutte le malinconie di fine estate, quando certe sere viene la strana voglia di cercare qualcosa. Non necessariamente qualcosa che abbiamo perduto; piuttosto qualcosa che non abbiamo mai avuto o che addirittura nemmeno è esistito.Sono anche la conferma di un fatto che si apprende leggendo la biografia di de Chirico: e cioè che la sua malinconia, probabilmente, deve molto alla morte precoce del padre e agli anni inquieti della giovinezza, dalla Grecia a Monaco a Parigi e infine a Ferrara.
Le muse inquietanti, in effetti, sono Ferrara.
Quando sono stato a Ferrara, tutto mi sembrava immobile e buono e dolce. E anche glorioso: camminando per le vie e le piazze, Ferrara mi sembrava una città di oggi, con i monopattini e i fast food, che però continuava a evocare i cavalieri e le loro imprese. Di conseguenza Le muse inquietanti sono il passato e il presente che si urtano costantemente.
Sono la metafisica.Sì. Le muse inquietanti sono la conferma che, proprio come dice de Chirico, la metafisica è una bellezza priva di senso. E allora, se davvero è così, Le muse inquietanti sono la conferma che soprattutto la vita è metafisica: non perché nasconda un significato supremo, quello no, ma perché potrebbe non averne nessuno e continuare comunque a essere bellissima.