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La musa inquietante che scriveva sui muri
Un professore d’arte, De Chirico, Victor Hugo e una fuga notturna in motorino. Ci sono storie che sembrano inventate e altre che, proprio per questo, vale la pena raccontare

Si potrebbe pensare che me lo stia inventando in questo istante, che tanto autobiografia e scrittura si sono fuse e sono tracollate in terapia. Si potrebbe sbuffare di fronte a questa infinitesimale testimonianza privata.
Si potrebbe, e sarebbe bello se accadesse; perché i testi esistono da sempre per creare vertigini, voragini e incontri. Contestazioni e crolli.
Continuerà a esistere tutto questo nel tempo delle voci artificiali, dei pareri definitivi? Nel tempo dei giudizi non universali?
E così, quando mi è stato chiesto di scrivere un racconto su Le muse inquietanti di De Chirico non ho detto niente, ho pensato solo: già so.
C’è un momento indimenticabile nell’Ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo. A un certo punto, il condannato può rivedere sua figlia, che non vede da un anno: sarà l’ultima volta, tra poche ore la ghigliottina farà il suo dovere. Lei però non lo riconosce: lo chiama “signore”. Gli dice che no: non può essere il suo papà, perché il suo papà è già morto. Il dolore è troppo, per il condannato a morte. Decide allora di lasciare un appunto per lei, nella speranza che un giorno potrà leggerlo. L’appunto si intitola: LA MIA STORIA. Qui dirà tutto a sua figlia, ma anche a noi, che leggiamo. Ci dirà anche come sia finito in quella situazione, cosa lo ha portato a quella condanna definitiva.
E’ l’unico capitolo ad avere un titolo. Per la prima e ultima volta, però, un’altra voce interviene nel libro: è una “nota dell’editore”, nient’altro che un’invenzione di Victor Hugo. Vi si legge che “non si è ancora riusciti a ritrovare i fogli che si ricollegavano a questo”. Poi il libro prosegue, sempre raccontato dal condannato a morte. Non sapremo mai la sua storia. Ma veniamo in contatto con il genio di Hugo che sembra dirci: non appassioniamoci all’incantamento della narrazione. Entriamo negli abissi. Della verità. Del dolore. Di quello che siamo: sangue rosso e lacrime salate.
Alle scuole medie, il professore di educazione artistica aveva due caratteristiche. La prima era che era un alcolista. La seconda era che mi odiava. Non odiava solo me, ma uno sparuto gruppo di studenti, tutti maschi. Li odiava per ragioni profonde e antiche, naturalmente psicopatologiche. La sua passione per il Cynar - lo potevi trovare a sorseggiarlo con naturalezza al bar accanto a scuola, alle 8 del mattino - lo spingeva a rendersi protagonista di atti efferati e totalmente ingiustificati.
Come questo.
Un giorno entra in classe e senza alcun motivo mi dice: “Gentile, vai fuori”.
Gli chiedo quale sia il motivo di questa punizione sconclusionata e preventiva, e già so che non avrò risposta. Si esprimerà al massimo con il suo aforisma più ficcante: “Perché sì”.
Eppure, questa volta no.
Si gira rabbioso, come se la mia domanda fosse un di più. Come se fosse legittimo cacciare una persona dalla classe senza alcun motivo, preventivamente, e non aspettarsi neanche una domanda. Ma questa volta è diverso: pianta i piedi a terra a simulare una stabilità che non può avere, muove le braccia in maniera un po’ teatrale, si rivolge alla classe, cercando compartecipazione, e poi di nuovo mi guarda furibondo e dice: “Sei una musa inquietante. Fuori!”.
Solo anni dopo ho capito che quella definizione proveniva da De Chirico, e questo me lo rese, anni dopo, quando oramai era andato in pensione, persino vagamente simpatico: o almeno, riuscivo a provare per lui una certa pietas. Pietas che, tuttavia, non ebbi in quel momento in cui fui cacciato. Non era certo la prima volta. Qualcosa dentro di me, mi rendeva persino più clemente del passato, perché nella definizione di musa inquietante c’era una certa solennità (non è da tutti essere una musa) che testimoniava che il suo era un surreale odio di rivalità: o forse puro dadaismo alcolico. Resta il fatto, però, che quella volta - appunto, non la più feroce - mi spinse, non so perché ad agire.
E così agii.
Non fu facile organizzare la logistica, ma alla fine riuscii nel mio intento. Con grandi doti persuasive e un filo manipolatorie, convinsi una mia amica già quattordicenne, e dunque in possesso di scooter, a venirmi a prendere di notte - da genitore, oggi, non capisco come potesse essere così semplice fuggire da casa a quei tempi - per fare ciò che mi sembrava non solo necessario, ma addirittura salvifico: andare a casa del prof, che abitava in piena campagna.
Dopo varie strade sbagliate, un po’ di paura notturna, ora eravamo lì, davanti al suo cancello, con in mano una bomboletta spray nera, rubata a mio fratello più grande che frequentava lo stadio.
E fu così che mi misi a scrivere sul muro di fronte a casa sua, a caratteri giganti, e con la sobria approvazione della mia amica: PROF, SEI UNA MUSA INQUIETANTE. Stavamo per scappare via, ma all’ultimo decisi di aggiungere un due punti, seguito da un’altra parola, ancora più grande: INFAME.
Scappammo via nella notte, e ci sentivamo le muse inquietanti più leggendarie della città.
Circa quello che succederà il giorno dopo a scuola, mi rifarò alla tecnica di Victor Hugo.