Arte
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Alice Visentin, la piratessa dell'arte
"Negli ultimi anni il pettegolezzo è diventato sempre più un metodo di lavoro. Mi interessa non tanto come forma di curiosità maligna, ma come dispositivo di trasmissione. In fondo, ogni storia nasce perché qualcuno l'ha raccontata a qualcun altro". Intervista
12 SET 26

Ritratto by Magda Antoniazzi (props di un bruco)
Nome e cognome: Alice Visentin
Luogo e anno di nascita: Castellamonte, 1993
Gallerie di riferimento e contatti social: https://giomarconi.com/en/artist/alice-visentin2
L'intervista
A che cosa stai lavorando?
Al momento sto lavorando al mio progetto di ricerca di dottorato, in cui indago il gossip e il concetto di “piccola storia” come strumenti di produzione di conoscenza e immaginazione collettiva. Mi interessa il gossip non nella sua accezione negativa di semplice chiacchiera, ma come pratica relazionale e prosociale: uno spazio in cui attraverso lo scambio tra due o più persone emergono desideri, meraviglie, dubbi e incertezze. Proprio nella sua dimensione informale e quotidiana, il gossip può creare delle zone liberate, in cui nuove narrazioni possono prendere forma. Mi interessa il modo in cui questi piccoli atti narrativi costruiscono legami, producono memoria e generano interpretazioni del mondo.
Il pettegolezzo che studio è quindi una pratica capace di aprire spazi di resistenza. Attraverso di esso vorrei riconoscere il valore di quelle forme marginali di comunicazione e di quelle storie alternative che spesso rimangono escluse dai racconti ufficiali. In questa prospettiva, il gossip diventa uno strumento critico per mettere in discussione le gerarchie del sapere e ampliare ciò che consideriamo degno di essere ascoltato, ricordato e tramandato.
Questa ricerca prende forma attraverso performance, installazioni e pittura che indagano la narrazione, la voce e la costruzione collettiva del significato. Il 19 luglio è andato in scena The Fable of Mia al Chelsea Physic Garden di Londra, una performance prodotta dall'ICI di Londra e curata da Ben Broome. Per questa occasione ho collaborato con le mie amiche Verity Coward e Magda Antoniazzi; quest’ultima ha composto una partitura originale per sintetizzatore e tape deck. La performance si sviluppa come un racconto in tre capitoli, in cui elementi teatrali e cinematografici si intrecciano per esplorare il confine tra finzione, memoria e trasmissione orale.
La performance The Fable of Mia nasce così: “Durante la scorsa estate, trascorsa a Frassinetto Canavese, io con un gruppo di amiche e amici abbiamo per diversi giorni disegnato, ritagliato, incollato e ricomposto oltre novanta metri di carta, inventando insieme una storia che aveva come protagonista Mia, il cane di mia nonna.
Mia, una cagnolina arrivata dal Sud Italia grazie alla staffetta – la rete di volontari che trasporta i cani adottati da una regione all'altra – possiede un passato in gran parte sconosciuto. Proprio questa mancanza di informazioni è diventata il punto di partenza della performance: attraverso l'immaginazione collettiva, il gossip, le ipotesi fantasiose e l’ironia, la sua biografia può essere reinventata.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Mi interessa l’archeologia dei media e gli strumenti tecnologici parzialmente dimenticati dalla storia, Annie Ernaux, l’analfabetismo e le biografie sociali, Jakob Lena Knebl e Ashley Hans Scheirl. Mi interessano i misunderstanding e le teorie sulle risoluzioni dei conflitti, la creazione di gruppi temporanei di lavoro che permettano di sfuggire all’algoritmo. Mi interessano i metodi diaristici di raccontare le cose e tutti quegli strumenti artistici che mi permettono di combinare più livelli di realtà. Mi interessa quello che viene perduto nella traduzione ed ho un grande interesse per gli scarti e i rifiuti, il mark making e i fiori.
Nei tuoi lavori c’è spesso un rapporto molto forte con la natura. Cosa possono insegnarci oggi piante, animali e territori?
Dove sono cresciuta, in una zona premontana nelle valli del Canavese, ero l’unica bambina del borgo. La natura e gli animali erano coloro con cui giocavo, inventavo storie e di cui di notte provavo un po’ di paura. Spero al più presto che la natura possa riprendere il sopravvento sugli esseri umani.
Il lavoro che sento più vicino a questo modo di intendere la natura è Banda di fiori (Notturno) che è stato poi acquisito in collezione del castello di Rivoli. È una serie di dipinti nati dal desiderio di immaginare la vita segreta dei fiori durante la notte. Durante il Covid mi piaceva pensare che di notte le piante si bisbigliassero tra di loro e che insieme a loro gli insetti e le micro creature potessero fare dei raduni o dei rave tra i petali e le foglie. Nei dipinti i fiori diventano quasi dei piccoli oracoli: a primo impatto si vedono solofiori ma avvicinandosi compaiono micro storie e dialoghi.
Quindi anche il mondo naturale diventa un luogo di trasmissione di storie. Mi interessa immaginare questi bisbigli come una sorta di pettegolezzo vegetale: una rete invisibile di comunicazioni, scambi e conoscenze che, per fortuna, sfugge alla nostra percezione ma che potrebbe raccontare un altro modo di stare insieme. Il pettegolezzo, inteso non come semplice chiacchiera, ma come pratica di attenzione e forma di conoscenza critica, diventa una lente attraverso cui immaginare anche la vita sociale delle piante: un intreccio di relazioni, linguaggi nascosti e scambi invisibili.
Quando dipingo quindi cerco quindi di dare spazio a ciò che normalmente rimane invisibile. La natura, da bambina, mi ha insegnato che esistono tracce sottili, relazioni segrete e forme di comunicazione misteriose.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Nel mio personalissimo caso l’arte mi fa sentire di essere una piratessa. Posso usare la fantasia e condividerla con le persone che mi circondano.
Ad esempio, recentemente sono stata invitata alla Biennale Walk&Talk nelle Isole Azzorre. Insieme alle mie amiche Julia Coronel e Ilaria Quaglia abbiamo trascorso diverso tempo sull’isola di Saint Miguel facendo ricerca sulla figura di Madre Margarida do Apocalipse, una suora di clausura azzorriana autrice dell'Arcano Místico, un'opera straordinaria composta da oltre diecimila piccole figure realizzate con pane, resina, conchiglie e pigmenti naturali raccolti sull'isola in cui lei ha rappresentato quello che si ricordava essere il mondo esterno al convento di clausura.
È stata una ricerca fatta incrociando gossip e documenti; racconti e lunghe ore in archivio, ma anche di immaginazione condivisa. Mi ha affascinato il modo in cui Madre Margarida, pur dedicando la sua vita a un'opera monumentale di devozione, scegliesse di rappresentarsi come una presenza minuscola all'interno della propria creazione: una firma umile, quasi invisibile di lei inginocchiata, con il suo cuore rosso in mano. Da questa ricerca è nata Arcano Mistico, una performance-installazione di una suora robotica errante. Per me è stato un modo per rendere omaggio a una figura dimenticata e, allo stesso tempo, continuare a interrogare il potere generativo del gossip e della fantasia.
La costruzione di una suora robotica mi ha permesso inoltre di collaborare con il dipartimento di Robotica dell’Università di Lisbona. È stato sorprendente vedere come i codici che configuravano i movimenti del robot vergine, diventassero nuove formule magiche: dispositivi linguistici segreti capaci di trasformare un’idea astratta in un corpo che agisce nello spazio. In questo senso, anche la tecnologia diventa un'altra forma di trasmissione: un linguaggio che, come il pettegolezzo, passa da una persona all’altra e produce nuove possibilità di immaginare il mondo. (https://2025.walktalkazores.org/en/participants/alice-visentin/)
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Lo studio d’artista che desidero ed immagino è un grande edificio dedicato agli studi di molti artisti insieme. E’ quello che ho vissuto a Londra durante la mia residenza presso Gasworks (https://www.gasworks.org.uk/residencies/alice-visentin/) dove spazi e tempi condivisi si incontravano nella cucina comune.
Al momento viaggio molto e le mie produzioni si sviluppano in luoghi diversi, a seconda di dove mi trovo, questa cosa mi piace molto e ogni lavoro attinge dal luogo dove viene sviluppato. E’ per me un modo di fuggire all’algoritmo. Invece, penso al mio studio a Torino con un certo rammarico, perché da alcuni anni, insieme ad altri colleghi e colleghe, stiamo cercando di chiedere che a Torino venga messo a disposizione uno spazio condiviso per tutte noi.
La scena artistica torinese è estremamente viva, ma è un vero peccato il fatto che siamo tutti sparpagliati per la città, frammentati ed isolati. Credo che avere un edificio comune, un luogo in cui incontrarsi, produrre, confrontarsi e condividere risorse, renderebbe la comunità artistica più divertita, molto più forte e, di conseguenza, renderebbe più elettrizzante la scena dell’arte stessa.
Ad ogni modo, avere uno studio ancora mi entusiasma molto, ad esempio uno degli ultimi lavori che ho sviluppato è il video have a good time club coco (Digital video, color, sound, 12’’ looped, 2026). In quel caso lo studio è diventato set e i miei lavori oggetti con cui entrare in relazione. Insieme a degli amici abbiamo giocato con confini sfumati e ambiguità DIY (do it by yourself) mescolando estetiche e sperimentando live. Il montaggio è stato per me un gioco dove mi sono sentita davvero libera, sperimentando con frame-frammento come fossero dei dipinti dove ho potuto mescolare le nostre voci, piccole storie, suoni registrati, ritagli di immagini e filtri colorati. (Have a good time Club Coco)
In che modo riesci a far diventare la pittura qualcosa che sembra trasformarsi continuamente?
Quando dici “trasformarsi continuamente”, mi viene in mente il mio interesse sempre crescente nei confronti delle immagini in movimento. Mi affascina il modo in cui gli strumenti analogici, come gli strumenti ottici e i dispositivi del pre-cinema, riescano a dare movimento ai disegni, per poi mescolarli con strumenti più attuali, come videocamere e proiettori digitali. Quindi partire dal disegno per creare crocevia di riferimenti, trasformazioni e traduzioni.
In fondo, cerco di fare con le immagini quello che il pettegolezzo fa con le storie. Un pettegolezzo non rimane mai identico a sé stesso: passa di persona in persona, cambia, si arricchisce di dettagli, dimentica qualcosa e ne inventa qualcos'altro. Mi interessa che anche le immagini possano comportarsi così. Non siano mai definitive, ma continuino a trasformarsi ogni volta che vengono raccontate, proiettate, ridisegnate o attraversate da luci e proiezioni.
Molte delle storie da cui parto arrivano proprio in questa forma: racconti orali, intuizioni, leggende locali, frammenti di memoria, usanze dimenticate o vite di cui rimangono soltanto poche tracce. Attraverso il disegno e i dispositivi ottici provo a restituire loro una nuova circolazione, trasformandole in immagini che non fissano una verità, ma continuano a generare nuove possibilità narrative. Mi piace pensare che il mio lavoro non illustri una storia, ma ne prolunghi la trasmissione. Questi strumenti mi aiutano ad elevare tutto ciò a favola.
Ultimamente sono stata invitata a curare il Laboratorio di Fantasia Collettiva per bambini presso la Pirelli HangarBicocca a Milano, un progetto che rappresenta un'estensione naturale della mia pratica artistica. Ho immaginato il laboratorio come uno spazio in cui l'immaginazione collettiva diventa uno strumento per generare mondi possibili, mettendo al centro il processo creativo condiviso.
Insieme, abbiamo realizzato un film analogico costruendo disegni, scenografie, personaggi e narrazioni che, intrecciandosi, hanno dato vita a un linguaggio visivo comune. Il laboratorio si è trasformato così in un luogo di sperimentazione e racconto collettivo, dove ogni gesto e ogni contributo sono diventati parte di un'immagine più ampia e in continua trasformazione.
I materiali, le storie e le figure emerse durante gli incontri diventeranno parte di una futura performance fatta di film, proiezioni, immagini e performer.
Com’è organizzata la tua giornata?
Non ho una routine e viaggio così spesso da essere a casa mia a Torino meno di una settimana al mese. Per non dimenticare, sto scrivendo dei racconti che si chiamano Svegliarmi nelle case, in cui scrivo com’è svegliarsi in case diverse.
Appiccico qua un estratto e spero presto di poter pubblicare tutte le mie case.
Svegliarmi nella mia casa in città. Le mattine torinesi sono fatte di orizzonti dal quarto piano, i tetti di case che incorniciano il cielo dal mio appartamento, sono altrettanto felice quando mi sveglio e c’è già il cielo chiaro ma anche quando ancora non è albeggiato. Leggo, ascolto la musica piano, mi faccio il caffè e il suono del bollitore non mi da fastidio. Saluto l’orchidea che mi ha regalato Alex e mi stupisco della sua great shape, sento attorno a me silenzio e qualche volta il tram in lontananza. Sotto casa le strade brulicano di claudicanti, è sporca e sketchy. Ma in casa è tutto bianco e gli specchi riflettono la luce: tutto è pacato, in pace, con i fagioli in ammollo sul tavolo.
Spesso ho sognato le mie case ampliarsi in stanze di cui non avevo mai visto l’accesso: precisamente ricordo la piccola casa a Bologna che di notte i miei sogni l’ampliavano in meravigliosi salotti, altre stanze da letto con specchi, terrazze e balconi.
Svegliarmi nella casa di Stokewell, lì avevo un giardino e una grande vetrata che si apriva con un movimento obliquo. Ho dormito per molti mesi in un letto singolo. Amavo molto i pochi oggetti che avevo con me tra cui un libro di Doris Lessing, un cerchietto, 4 magliette COS tutte uguali, un paio di pantaloni North Face neri e il mio profumo preferito che sa di chiesa. La condividevo con amici artisti da tutto il mondo: Nadia da El Salvador, Odur dall’Uganda, Riar da Indonesia e Kathy dalla Corea. La cucina diventava quel luogo in cui confluivano diverse abitudini ed era quasi sempre tutto ordinato. Era una casa di ringhiera vittoriana, al fondo di una strada chiusa nel quartiere portoghese a sud di Londra. Quello che mi piaceva fare era: farmi le treccine ai lati della faccia prima di uscire di casa, andare la domenica mattina al mercato di Vauxhall, fotografare le magnolie e i ciliegi in fiore quando arrivava la primavera. Ho cucinato molto pane all’uvetta. Organizzavo feste in casa e invitavo tutte le mie amiche e amici a cucinare la pizza con me. Piangevo molto e ho un ricordo agrodolce, la mattina presto frequentavo una classe di yoga e ho conosciuto delle persone belle che mi hanno cambiato la vita.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Quando mi sono trasferita in città dalla campagna facevo le pulizie e mi pagavo l’affitto e gli studi in Accademia di Belle Arti a Torino. Con i miei compagni di classe abbiamo aperto uno spazio per fare mostre e poi sono stata assistente di Anna Boghiguian che mi ha insegnato a cambiare punto di vista sul mondo. Da lì in poi ho preso uno studio che potete vedere in questo video che mi era stato fatto da Elena D’Angelo, Davide Daninos e Jacopo Menzani. (https://www.in-studio.net/alice-visentin).
In seguito ho vissuto in Portogallo a Lisbona nel 2022, poi nel 2023 sono stata fellow all’AAR di Roma (https://www.aarome.org/people/italian-fellows/alice-visentin) poi a Gasworks, qui a Londra nel 2024.
Al momento studio e faccio ricerca presso il Warburg Institute di Londra. Da ottobre avrò un posto da Visiting Research presso la Central Saint Martins per diversi mesi. Mi sento bene e la città mi da molto da fare, non mi fermo un attimo e spero di rimanere il più tempo possibile!
Come cambia il tuo lavoro quando entra in contatto con memorie e vite che non sono le tue?
Negli ultimi anni, anche grazie alla mia ricerca di dottorato, il pettegolezzo è diventato sempre più un metodo di lavoro. Mi interessa non tanto come forma di curiosità maligna, ma come dispositivo di trasmissione: un modo per raccogliere, mettere in circolazione e trasformare le informazioni. In fondo, ogni storia nasce perché qualcuno l'ha raccontata a qualcun altro. La storia è pettegolezzo, e il pettegolezzo è una storia orale che la cultura occidentale ha spesso relegato ai margini, pur essendo uno dei principali strumenti attraverso cui le comunità si sono costruite e autodefinite.
Il pettegolezzo ha una natura profondamente collettiva: passa di bocca in bocca, si modifica, incorpora dettagli, dimentica particolari, ne inventa altri. Non pretende di essere una verità definitiva, ma rende visibili desideri, paure, conflitti e immaginari condivisi. Per questo mi interessa come metodo nella mia pratica artistica. Mi permette di lavorare con ciò che sfugge agli archivi ufficiali, con quelle narrazioni minori che sopravvivono solo perché continuano a essere raccontate. Ogni persona che incontro fa parte di questa catena di trasmissione.
Per questo amo creare gruppi di lavoro temporanei in cui sia possibile sperimentare un'autonomia della collettività, dove ognuno porta la sua specifica e unica esperienza con il resto del gruppo per poter fare un calderone di estetiche e vissuti. Per me è una possibilità postalgoritmica di concedermi l’inaspettato.
Sono diventata più coraggiosa con il tempo, prima avevo paura di uscire fuori da quello che era il mio medium pittorico, il mio formato, la mia tecnica perchè mi era stato insegnato così. Ora sento di poter assimilare mille tecniche nuove da ogni persona che conosco, posso ascoltare le loro storie per mescolarle con la mia.
Ad esempio, con Mattia Splendore ho realizzato They Sang To Teach Us All, un collage sonoro dedicato al folklore italiano nato durante una vacanza insieme a Frassinetto, il progetto è nato dall’entusiasmo sia mio che di Mattia di provenire dalle stesse remote terre canavesane. Mi ricordo quel giorno che abbiamo seguito con un registratore la banda del paese nella processione dei priori e da quelle registrazioni abbiamo messo assieme suoni d’archivio miei e suoi.
Lavorare con Mattia significava anche affidarsi alle reciproche competenze: io non ne sapevo nulla di come lavorare con l’audio e vedere il suono prendere forma mi ha trasmesso molto entusiasmo. In seguito è andato online su Radio Alhara e centinaia di persone ci hanno riscritto per ascoltarlo. (https://soundcloud.com/alicevisentin/they-sang-to-teach-us-all)









