Monet, il giardino e la Disneyland dell'impressionismo

Nel centenario della morte la Francia celebra il padre dell’impressionismo tra mostre, immersive experience e merchandising. Ma la sua vera opera d’arte era il giardino di Giverny, da guardare senza iPhone e senza bisogno di un visore
29 AGO 26
Immagine di Monet, il giardino e la Disneyland dell'impressionismo

Claude Monet -foto via Getty Images

Così come JL Borges diceva che voleva esser ricordato per i libri che aveva letto e non per quelli che aveva scritto, Claude Monet diceva che la sua “grande opera d’arte” non erano le sue tele, ma il suo giardino. Nel 1883 si trasferisce a Giverny, a 70 chilometri da Parigi, sulla Senna. Finanziariamente più stabile, sette anni dopo compra la proprietà, ci porta le sue stampe giapponesi che tanto lo ispirano, e con la sua barbona che cade sulla pancia, il suo gilet e il suo cappello a falde larghe, dedica il suo tempo a guardare i fiori. Crea un luogo dedicato alla sua ossessione per il colore, “gioia e tormento”. Certo, viaggia – Bordighera, l’Olanda, Londra, Antibes… – ma per oltre quarant’anni, fino alla morte, starà lì il più possibile a migliorare la sua casetta e il suo terreno, a piantare e potare, immerso in quel caleidoscopio naturale a osservare come la luce gioca con l’acqua del suo laghetto, come le ninfee cambiano colore con le stagioni, come le sterpaglie possano apparire così diverse a ogni ora del giorno, ancor più della cattedrale di Rouen.
Parigi, cioè la Francia, si prepara a celebrare il padre dell’impressionismo per il centenario dalla morte, il 5 dicembre di quest’anno. A settembre partono le mostre nei vari templi dell’arte moderna. E ci si chiede, quale sia il modo migliore per ricordare la morte di questo Walden della pittura (che però non può esser ridotto ai fiorellini). Ci sarà una mostra proustiana, sul tempo, all’Orangerie e poi ovviamente eventi al Marmottan, che custodisce la più ampia collezione del pittore tra cui il quadro che diede nome al movimento, Impressions du soleil levant. E poi cose sparse in giro, per capitalizzare il più possibile sul più prolifico e riconoscibile della gang della plein air. Gli impressionisti, e quindi Monet come capostipite, come padre nobile, sono diventati pop, sono diventati merce attrattiva. Ci si dimentica del suo rapporto con la guerra, della sua amicizia col primo ministro Clemenceau, di quando da ragazzo vendeva caricature al carboncino per pochi spicci, a Le Havre. Il romanziere Julian Barnes dice che il motivo del suo successo così ampio è che Monet è “cheerful”, gioioso, ma per gli americani è diventato ancora più mainstream quando Leonardo di Caprio in Titanic ne mostra la qualità dell’uso del colore a Kate Winslet. Per accorgersi del suo trionfo nell’epoca della riproducibilità tecnica, basta vedere le borse Vuitton con scritto Monet in oro, o le decine di mostre e mostrucole che si sono fatte in Italia, soprattutto in provincia, negli ultimi anni. Mostre usa e getta, riproducibili e trasportabili, semplicemente perché gli impressionisti hanno prodotto tanto, e perché impressionismo vuol dire ormai tutto e nulla. Padova, Genova, Bologna, Napoli, Firenze… Musei minori e scatoloni espositivi. Parole come “capolavori” e “modernità”. E anche a Roma e Milano immersive experience o experience digitale, dove bastano dei proiettori e delle foto in HD delle ninfee da guardare con visori in “virtual reality” perché il popolo possa aver fatto “esperienza dell’arte”.
Ma se vogliamo usare questa ottusa terminologia, cosa c’è di più “immersivo” di un giardino, dove tutti i sensi vengono attivati da foglie, pistilli, pettirossi, petali e palette? Per il centenario forse si dovrebbero mollare i musei e andare in un giardino a fissare per mezzora di seguito, con l’iPhone spento, la luce che cambia sui petali di un agapanto. E non certo a Giverny, trasformata in una piccola Disneyland per americane col cappellino di paglia, con i mariti che fanno foto con l’Ipad e le influencer i selfie sul ponticello giapponese. E poi la coda al gift-shop per le calamite per portare quelle che Adorno chiamava “ferite della natura” sul frigo di un trilocale.