L’assurdo e il sogno che capovolgono la realtà in Costa Azzurra

Arne Quinze e Joana Vasconcelos trasformano il paesaggio di Villefranche-sur-Mer in un territorio sospeso tra materia, memoria e visione

26 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 15:51
Immagine di L’assurdo e il sogno che capovolgono la realtà in Costa Azzurra

Parte delle opere realizzate dai due artisti

Villefranche-sur-Mer - Si intitola The Absurd and the Dreamlike il progetto che fino al 31 ottobre riunisce in questo storico villaggio francese gli artisti Arne Quinze e Joana Vasconcelos. Una mostra che sceglie il poetico, il surreale e l’inaspettato come strumenti per cambiare la percezione di uno spazio. Sculture monumentali, installazioni immersive, dipinti, video e opere sonore attraversano gli ambienti de La Citadelle (la fortezza cinquecentesca che domina il villaggio), dall’aperto agli interni, costruendo un itinerario dove la materia sembra continuamente sul punto di cambiare natura. A suggerire la chiave d’accesso è Jean Cocteau, presenza quasi naturale in questa parte della Riviera. A Villefranche-sur-Mer il poeta, regista e disegnatore lasciò infatti una traccia indelebile: frequentò il porto, lavorò nella vicina cappella di Saint-Pierre e trasformò il Mediterraneo in uno dei paesaggi privilegiati della propria immaginazione. Il suo cinema, soprattutto Il testamento di Orfeo, sembra ancora oggi fornire una grammatica a questo luogo con porte che conducono altrove, con figure che attraversano il tempo ed apparizioni che non chiedono di essere spiegate.
Accanto a Cocteau viene spontaneo evocare anche Salvador Dalí, altro grande architetto dell’inquietudine onirica del Novecento, ma se lui fece del sogno una vertigine della mente, deformando orologi, corpi e paesaggi fino a renderli instabili, Quinze e Vasconcelos portano il perturbante dentro la materia quotidiana e dentro il paesaggio. Non hanno bisogno di dissolvere la realtà, ma la alterano con una scala inattesa, un oggetto domestico sottratto alla sua funzione, un groviglio di forme vegetali e una superficie che riflette la luce in modo imprevedibile.
La Citadelle non è solo un semplice contenitore espositivo, ma diventa parte dell’opera con le pietre antiche, il ferro, il verde dei giardini, l’orizzonte marino e la geometria severa dell’architettura militare che entrano in rapporto con le forme organiche e febbrili di Quinze. L’artista belga lavora su strutture che sembrano proliferare come organismi vegetali con metalli, colori e linee che si intrecciano in una sorta di botanica impossibile, dove la scultura conserva qualcosa della crescita spontanea della natura. Vasconcelos - che abbiamo incontrato di recente a Roma, protagonista della mostra Venus da PM23 in piazza Mignanelli - introduce invece un altro ordine di perturbazione. Il suo universo nasce spesso dall’incontro fra l’alto artigianato e gli oggetti più comuni, fra la memoria domestica e la scala monumentale. Un utensile, un tessuto, una decorazione o un elemento riconoscibile della vita quotidiana cambiano statuto quando da lei vengono ingigantiti, ricomposti o sottratti alla loro funzione originaria. Nel dialogo tra i due artisti, l’oggetto perde dunque la propria innocenza e non è più soltanto ciò che sembra. Le nuove collaborazioni realizzate per la mostra accentuano proprio questo cortocircuito con materiali differenti, tecniche artigianali e linguaggi contemporanei che si incontrano in forme che sembrano appartenere contemporaneamente alla scultura, all’architettura e al sogno. Il risultato è un continuo slittamento percettivo.
Visitando questa mostra - curata da Selcan Atilgan (fondatrice di ARTSA Consultancy) sotto la direzione di Camille Frasca (direttrice de La Citadelle) e Clare Lilley - attraversiamo la fortezza e notiamo che ciò che apparteneva all’architettura diventa scenografia, ciò che sembrava scultura appare come vegetazione e ciò che apparteneva alla casa assume dimensioni da paesaggio, avendo la prova che "L’assurdo non coincide con il caos, ma una diversa disposizione delle cose”, come ci ricorda Vasconcelos. Alla fine resta l’impressione di avere visto Villefranche cambiare per qualche ora grazie proprio all’arte che riesce a intervenire sul paesaggio senza cancellarlo. Per un istante, il Mediterraneo torna ad avere quella qualità indecifrabile che appartiene ai sogni prima ancora che alle immagini.