Arte
intervista •
Lo sguardo che decide. Intervista a Elisa Medde
Dirige "Foto Colectania" a Barcellona dopo tredici anni a Foam Amsterdam. La selezione di scatti e autori, e il baricentro della fotografia che viaggia da Londra e New York al Mediterraneo
22 AGO 26

Helena Almeida, "O perdâo", 1993. Stampa alla gelatina d'argento e pittura acrilica. Collezione Foto Colectania © Helena Almeida
La nomina di Massimiliano Gioni alla direzione del New Museum di New York ha riportato l’attenzione sugli italiani a capo delle grandi istituzioni culturali all’estero. Come nel mazzo di carte con i volti dei super ricercati, distribuito dall’esercito americano durante l’invasione dell’Iraq, Gioni è l’Asso di picche. La Regina di cuori lavora in Francia, il Re di quadri in Germania, il Jack di fiori in Svizzera. Sono i latitanti della cultura italiana, e come i latitanti sopravvivono finché restano fuori. Chi rientra viene catturato dal sistema e lasciato morire tra la burocrazia e le faide politiche.
Ma una carta è rimasta in fondo al mazzo, quella con l’immagine di Elisa Medde, da meno di un anno direttrice della Fondazione Foto Colectania di Barcellona. Unica connazionale a dirigere un’istituzione di fotografia all’estero. Nata a Nuoro, laurea in Storia dell’arte alla Sapienza, è approdata ad Amsterdam prima come caporedattrice e poi come direttrice di Foam Magazine, diventata sotto la sua direzione la rivista più cool d’Europa, ottenendo due volte il Lucie Award come Best Photography Magazine nel 2017 e nel 2019. Nel 2023, l’anno in cui ha lasciato il magazine, la Royal Photographic Society di Londra, la più antica istituzione del settore ancora in attività, le ha assegnato il premio per l’editoria fotografica.
L’importanza della serie rispetto al singolo scatto. “La fotografia, soprattutto a partire dagli anni 50, è un discorso, non una parola”
La dimenticanza non stupisce, in una società dove tutti hanno una macchina fotografica in tasca, ma chi lavora nella fotografia ha la popolarità di un giocatore di curling (ma in fondo è così anche per i poeti: chi sa nominare cinque poeti contemporanei italiani?). Così non è strano che il nome di Foto Colectania non dica nulla. Eppure è una delle realtà più vivaci in questo ambito, non solo in Spagna. Seguire la traiettoria di Medde aiuta a capire non solo che cos’è successo nello scorso decennio nella cultura dell’immagine, ma verso cosa sta andando: chi decide quale fotografia conta, e cosa succede quando quella decisione smette di essere presa a Londra o a New York.
“Per capire qual è il mio ruolo qui a Barcellona, occorre prima capire che cosa sia Foto Colectania”, spiega la direttrice al Foglio. L’istituzione esiste da venticinque anni e colleziona fotografia spagnola e portoghese dal 1950 a oggi. La data non è casuale, e ha qualcosa di personale: il fondatore Mario Rotllant nasce l’anno dopo, nel 1951, come se avesse voluto far partire la storia del suo paese appena prima di sé. Ma il 1950 è anche la soglia della Spagna contemporanea: al potere c’è Franco, ma di lì a poco cominceranno la transizione e la movida, prima a Barcellona poi a Madrid: fotografare quegli anni significa raccontare la mutazione di un paese. Rotllant è un industriale, ai vertici di Cobega, l’azienda di famiglia dietro il maggiore imbottigliatore di Coca-Cola al mondo. Medde lo accosta agli illuminati alla Olivetti. “Un capitano d’impresa vecchia scuola, con una coscienza sociale forte. Ha deciso di creare una fondazione, a cui ha donato la sua collezione, per conservare, divulgare e promuovere linguaggi fotografici per la comunità”. La collezione l’ha costruita insieme a Pepe Font de Mora, direttore fino al dicembre del 2025.
Il modo in cui quella collezione è messa insieme è la sua carta d’identità: non pezzi iconici, ma traiettorie. Oltre 3 mila fotografie per poco più di cento autori, acquisite in serie intere e in più serie lungo l’arco di una vita, in registri lontanissimi: dalle stampe d’autore ai materiali più effimeri e popolari – le fanzine, le fotocopie, le copertine di dischi di un Miguel Trillo. Perché la serie racconta anche come cambia, nel tempo, la vita stessa delle immagini. “Collezionando così segui la carriera di un autore, e vedi non solo come la sua poetica si sviluppa nel tempo, ma anche come il medium evolve. Uno dei desideri iniziali era supportare il settore, i fotografi e le fotografe, creare un sistema che permettesse all’ambiente di andare avanti. E dopo venticinque anni ti ritrovi con materiale che ti permette davvero di fare un excursus nella storia visiva di un paese, cosa che con i pezzi singoli non potresti fare: ti mancherebbe la possibilità di costruire un percorso, una narrativa continua”. E’ il punto in cui la scelta economica – la rinuncia al valore di mercato dello scatto celebre – diventa una scelta di pensiero. “La fotografia, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, è un discorso, non una parola”, dice Medde. “Avere la serie intera, la sequenza, ti permette di comprendere qual è il discorso che si sta facendo, di che cosa si sta parlando e in che modo”.
E come le appare l’Italia? “Manca l’idea di un’istituzione a metà strada tra la grande realtà pubblica e la piccola, senza dipendere da paturnie politiche”
In venticinque anni l’istituzione si è strutturata: otto dipendenti, direttrice compresa, si occupano, oltre che della collezione di fotografie, della collezione di fotolibri che sfiora i 4.500 titoli, della biblioteca aperta al pubblico, di uno spazio espositivo che negli anni ha ospitato tanto la riscoperta di autori spagnoli quasi ignoti fuori dai Pirenei quanto nomi internazionali – Sarah Moon, Mary Ellen Mark, Daido Moriyama, Carrie Mae Weems – e, nel 2017, “Fenómeno Fotolibro”, la più grande mostra mai dedicata in Europa al libro fotografico, con Martin Parr ed Erik Kessels tra i curatori. Ogni due o tre anni viene organizzata una mostra sulla collezione; la prossima, questo autunno, sarà affidata alla cura di Florian Ebner, capo del dipartimento di fotografia del Pompidou. Foto Colectania non è la MAPFRE, la ricca fondazione assicurativa delle mostre blockbuster con sedi espositive a Barcellona e Madrid, e non ha alle spalle i capitali di un MAST o di una Fondazione Prada. “Siamo una non profit indipendente che non ha le spalle dei grandi capitali, ma proprio per questo siamo molto più agili e dinamici di un’istituzione pubblica, che funziona con dinamiche diverse. Siamo un po’ in mezzo”. E il venticinquesimo anniversario si pone come un crinale, da cui provare a vedere il futuro: “Il mio compito è provare a pensare a come un’istituzione che si occupa di fotografia in una maniera così specifica possa avere un ruolo nei prossimi venticinque anni. E come una parte della storia della fotografia europea, quella spagnola e portoghese, così poco conosciuta fuori dal canone ufficiale, possa trovare un suo spazio internazionale”. E, in questo tentativo, Medde è chiamata a metterci del suo: “Uno dei miei interessi più grandi è spostare il discorso sulla fotografia dal ‘che cos’è’ al ‘cosa fa’, o a cosa vogliamo che faccia, o cosa ne facciamo”.
Ma, dicevamo, prima di arrivare a Barcellona Medde ha lavorato per tredici anni a Foam. Che non è appena una riga su un curriculum. Il Fotografiemuseum Amsterdam, negli anni in cui lei arriva, tra il 2010 e il 2011, è l’istituzione più dinamica d’Europa nel suo campo, e sta per esplodere insieme al fenomeno del fotolibro. Il suo slogan era un piccolo manifesto: “Foam non è un museo, né una rivista. Foam ha un museo, Foam ha una rivista”. L’idea era che la fotografia si potesse vivere su più piattaforme contemporaneamente – il museo sul territorio, la fiera, i pop-up in città, perfino un programma radiofonico, e un magazine che funzionava da istituzione portatile e internazionale. Il suo DNA, dice Medde, era “creare una conversazione che facesse da ponte tra modi diversi di vivere la fotografia”: nello stesso numero, e nello stesso momento, nomi storici e autori emergenti, opere note e lavori dimenticati.
“Uno dei miei interessi più grandi è spostare il discorso sulla fotografia dal ‘che cos’è’ al ‘cosa fa’, o a cosa vogliamo che faccia, o cosa ne facciamo”
Dentro quella macchina Medde concepisce il magazine come una mostra collettiva su carta, curata numero per numero. E soprattutto diventa protagonista di Foam Talent Call, il programma che ha finito per identificarla. Funzionava per open call, a cui si partecipava con non uno ma due portfolio, che permetteva di valutare la “solidità di ricerca”. Arrivavano tra i 1.500 e i 2.500 autori l’anno, da novanta paesi; ne venivano scelti al massimo venti. La selezione era interna, per scelta: non una giuria esterna dietro cui ripararsi, ma una presa di responsabilità. “Questo è quello che vediamo noi”, era il senso. Medde guardava ogni anno tutte le candidature, dalla prima all’ultima. Da quella scuola sono passati, tra molti altri giocatori di curling, Sara Cwynar, Silvia Rosi, Sohei Nishino, Lucas Foglia, Aaron Schuman, Davide Monteleone, Alejandro Cartagena. “Il concorso non costruiva carriere da zero, agiva piuttosto da moltiplicatore, dava visibilità a parabole che sarebbero comunque state solide”. Eppure il Talent, che l’ha resa nota, non era il lavoro a cui teneva di più. Quello erano i numeri tematici del magazine, la sua vera pratica da curatrice “in carta e non in parete”: ogni fascicolo un’idea, con maestri ed esordienti nello stesso spazio. Uno di quei numeri, “Trip”, con Ricardo Cases in copertina, è finito perfino dentro una scena di “She’s Gotta Have It” di Spike Lee – i protagonisti sul divano e, in cima alla pila di libri sul tavolino, in bella vista, Foam Magazine.
Il suo metodo, in quegli anni, si chiarisce. Primo: separare il proprio gusto da ciò che si pensa funzioni. Secondo: non avere paura di ciò che non si capisce. Medde ha una formazione classica, storia dell’arte a Roma, iconologia e iconografia, “estremamente eurocentrica”, chiosa. Davanti a un impianto visivo del tutto diverso dal proprio – la fotografia di parti del mondo per cui non si ha un occhio – la reazione non è la diffidenza ma la curiosità. Terzo: chiedersi se e quanto chi si ha di fronte abbia qualcosa da dire, e come usi il medium per dirlo. Molto, ammette, “va di pancia”: se un’immagine si conficca nella retina e continua a tornare per giorni, vuol dire qualcosa. Mal sopporta gli statement dei fotografi: “A me non me ne frega niente” – un’esagerazione, ammette subito, ma il senso è che per lei le immagini vengono prima. “Ho bisogno dell’inquietudine delle immagini, della loro indeterminazione, di vedere qualcosa che mi mette in una posizione non di disagio, ma che mi muova”. Il contesto, la teoria, l’architettura sociologica dietro un lavoro arrivano dopo. Prima deve esserci l’urto. Le piace guardare le immagini con uno “spirito fanciullesco di scoperta”: non avere idea di cosa siano, e proprio per questo esserne sorpresa.
Il metodo: separare il proprio gusto da ciò che si pensa funzioni. E non avere paura di ciò che non si capisce. Molto, ammette, “va di pancia”
È questo approccio che cercavano a Barcellona, più che una lussuosa rubrica di contatti. “E’ un modo di guardare le cose. Puoi guardare così una fotografia che viene dall’altro lato del pianeta o quella del tuo pianerottolo”. Il punto, per una fondazione che colleziona un secolo di fotografia iberica, è che quello sguardo è esattamente ciò che serve. La storia della fotografia che abbiamo ereditato, osserva Medde, è “altamente bianca, anglosassone, maschile”; l’area mediterranea, di qua e di là dal mare, ha molto altro da offrire e quasi mai lo fa uscire, né dal versante storico né da quello contemporaneo. La Spagna è codificata attorno a pochi nomi – Ramón Masats, Joan Colom, Cristina García Rodero, e più di recente Joan Fontcuberta o Cristina De Middel – ma sotto quel canone ristretto c’è un continente. Medde fa un esempio: Carlos Pérez Siquier, che fotografava “alla maniera di Martin Parr prima di Martin Parr”, scoperto dallo stesso Parr durante una visita a Barcellona. O Virxilio Vieitez, autore in bianco e nero degli anni Cinquanta e Sessanta di cui lei stessa si è “innamorata follemente” mesi fa, ignorando fino a poco prima che esistesse: un fotografo che richiama a tratti August Sander, a tratti Diane Arbus, eppure spagnolissimo, amato perfino da Henri Cartier-Bresson, che lo aveva incluso nel suo “museo immaginario”, la mostra con cui inaugurava la fondazione che porta il suo nome. E non soltanto uomini, né soltanto spagnoli. Accanto a una riscoperta come Pilar Aymerich – la fotografa della Transizione e dei movimenti femministi catalani, celebrata in patria e quasi ignota fuori – la collezione custodisce una figura pienamente canonica come la portoghese Helena Almeida, passata dalla Biennale di Venezia e dal Jeu de Paume.
Attivare queste connessioni, riportare a galla ciò che il canone ufficiale ha lasciato fuori, è il cuore del mandato di Medde. Resta la questione più delicata, l’equilibrio tra internazionale e locale. Foto Colectania è radicatissima in un territorio, eppure Medde ci arriva dall’Olanda sapendone pochissimo, e fa di quell’ignoranza una risorsa: le permette di guardare “libera dai pregiudizi di una visione nazionale”. E il territorio, del resto, non è più quello del 1950. “La demografia del Mediterraneo è profondamente cambiata negli ultimi cinquant’anni”, spiega, “e i linguaggi sono più ibridi, le storie più complesse, i punti di vista nuovi. Prestare attenzione a tutte queste voci è un’altra parte del mio ruolo qui”. Il pubblico, in tutto questo, non è un dato ma una costruzione: lo si educa come ad Amsterdam, mettendogli davanti nello stesso spazio il maestro e l’esordiente, il noto e il dimenticato.
E come appare l’Italia da chi la guarda da anni passati in Olanda e, ora, dalla Spagna? “Si sono fatti enormi passi avanti, rispetto a vent’anni fa. Ma mi piacerebbe che ci fossero istituzioni come Foto Colectania. Da noi manca l’idea di un’istituzione a metà strada tra la grande realtà pubblica e la piccola, magari artist run, che si occupi di fotografia senza dipendere dalle paturnie politiche del momento o dalle necessità di intrattenimento. Sono convinta che quello di Barcellona sia un modello esportabile, sarebbe bello che anche da noi nascessero, si consolidassero e durassero nel tempo realtà capaci della stessa ambizione internazionale, della stessa continuità, della stessa libertà”.