Il quotidiano oltre l'invisibile. Camilla Gurgone usa l'IA per esplorare memoria e fragilità

L'artista lucchese trasforma archivi, algoritmi e materiali effimeri in opere che interrogano percezione, emozioni e nuovi luoghi della ricerca di senso nell'era digitale. "Mi interessa capire come affrontiamo momenti di trasformazione, perdita o vulnerabilità e quali strumenti utilizziamo per attribuire loro un significato"

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Camilla Gurgone

Nome e cognome: Camilla Gurgone
Luogo e anno di nascita: Lucca, 1997
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L'intervista

Intervista realizzata in collaborazione con Giulia Bianchi
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Penso di aver iniziato a fare l'artista quando ho capito che la realtà prende forma attraverso lo sguardo di chi la osserva. Ho sempre dato un'enorme importanza all'altro, al suo pensiero e al suo giudizio e, per molto tempo, l'ho vissuta come una fragilità, perché significava lasciarmi attraversare continuamente da prospettive che mettevano in discussione la mia.
Durante il primo anno di Accademia di Belle Arti ho capito che proprio quella permeabilità poteva diventare il luogo in cui sviluppare la mia ricerca. Lo sguardo dell'altro ha smesso di essere qualcosa da cui difendermi ed è diventato uno strumento di conoscenza, attraverso cui comprendere, mettere in crisi e costruire significato. Da allora cerco di realizzare opere in cui le persone non siano semplici spettatori, ma parte attiva del processo, contribuendo con il proprio sguardo a dare forma al lavoro.
 Che cosa ti interessa cercare in un archivio che non potresti trovare altrove?
Quello che mi interessa di un archivio non è tanto ciò che conserva, quanto ciò che rende visibile. Le scelte che guidano la raccolta, l'organizzazione e la relazione tra i materiali trasformano un insieme di documenti in una determinata lettura della realtà. Più che cercare informazioni, cerco di osservare questi processi, perché è lì che il significato di ciò che viene custodito prende forma. In questo senso, l'archivio non si limita a conservare il passato, ma costruisce narrazioni, attribuisce valore alle cose e orienta il nostro modo di interpretarle. Un insieme di tracce smette così di essere una semplice raccolta di materiali e diventa un racconto capace di modificare il nostro sguardo.
Un esempio che trovo particolarmente significativo, anche se apparentemente fuori contesto, è Il Museo dell'Innocenza di Orhan Pamuk, dove un'opera di finzione prende forma nel mondo reale attraverso un dispositivo museale costruito attorno al romanzo. Non è l'autenticità degli oggetti a renderla credibile, ma il modo in cui vengono raccolti, messi in relazione e inseriti in una narrazione capace di trasformare una storia immaginaria in un'esperienza reale.
 Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Questa è probabilmente la domanda a cui faccio più fatica a rispondere, perché non credo molto nelle liste di riferimenti. Mi sembra che raccontino più la libreria di una persona che il suo punto di vista. Preferisco pensare alle mie influenze come a un raggruppamento di interessi che continuano a dialogare tra loro, seppur appartenendo a mondi inconciliabili.
Mi incuriosisce tutto ciò che prova a spiegare come si formano le nostre percezioni, le emozioni e i comportamenti. Per questo leggo Erving Goffman, Eva Illouz, Bruno Latour e Hartmut Rosa, ma pure autrici come Kate Crawford o studiosi come Lev Manovich, che aiutano a comprendere il rapporto tra esseri umani, tecnologie e sistemi contemporanei. Altrimenti Jorge Luis Borges, Georges Perec, Italo Calvino e Umberto Eco, perché mi hanno insegnato a guardare gli oggetti, gli archivi e le collezioni come strumenti attraverso cui costruiamo immaginari. Nell'arte potrei fare una lista lunghissima di nomi. Quello che accomuna gli artisti a cui torno più spesso sono quelle pratiche che mettono in relazione persone, oggetti, immagini e contesti, spostando l'attenzione dall'opera ai processi che la generano.
Con la stessa curiosità guardo anche fenomeni che normalmente non entrerebbero in una risposta del genere. Posso osservare un video su TikTok con l’identico interesse con cui leggo un saggio di neuroscienze, oppure pensare ai Pokémon come a un sofisticato sistema di classificazione, collezione e costruzione dell'affezione. Ormai trovo sempre meno utile distinguere tra cultura alta e cultura pop: se Antonio Damasio mi offre strumenti per riflettere sul rapporto tra emozione e razionalità, una piattaforma come TikTok mi permette di osservare come quelle emozioni vengano amplificate, condivise e trasformate in comportamenti collettivi. Se Orhan Pamuk mostra come una collezione possa rendere reale una finzione, un algoritmo di raccomandazione rivela come una sequenza di immagini possa modellare gusti, desideri e identità.
 In che modo il quotidiano può diventare inquietante?
Il quotidiano diventa interessante proprio quando smette di essere invisibile. Ci sono gesti, oggetti e comportamenti che ripetiamo ogni giorno senza interrogarli. Quando li osserviamo con un po' più di attenzione, iniziano a rivelare una complessità che normalmente ci sfugge. È in quel momento che può comparire una forma di inquietudine, non perché emerga qualcosa di mostruoso, ma perché ci accorgiamo che ciò che sembrava naturale è in realtà il risultato di una serie di convenzioni, relazioni e sistemi che non avevamo mai notato.
 A che cosa stai lavorando?
In questo momento la mia ricerca si sta concentrando sempre di più sul rapporto tra esperienza emotiva e dispositivi contemporanei di mediazione. Mi interessa capire come affrontiamo momenti di trasformazione, perdita o vulnerabilità e quali strumenti utilizziamo per attribuire loro un significato. Se un tempo erano soprattutto le relazioni più vicine a svolgere questa funzione, oggi sempre più spesso ci rivolgiamo anche a piattaforme digitali, forum o sistemi di intelligenza artificiale.
Sto studiando il modo in cui l’IA non viene utilizzata solo per ottenere informazioni, ma diventa uno spazio in cui formulare domande intime, elaborare un lutto, cercare conforto o dare un ordine ai propri pensieri. Non mi interessa tanto chiedermi se questo sia giusto o sbagliato, quanto capire che cosa racconti del nostro presente e di come stiano cambiando i luoghi a cui affidiamo le nostre domande, le nostre fragilità e la ricerca di senso.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Dal mio punto di vista è uno spazio in cui possiamo osservare la realtà da una prospettiva diversa, sospendendo per un momento ciò che diamo per scontato. Ha la possibilità di rendere visibili relazioni, comportamenti e dinamiche che attraversano la nostra quotidianità ma che spesso rimangono invisibili proprio perché ci siamo abituati alla loro presenza. Come una lente che non aggiunge nulla alla realtà, ma ne amplifica alcuni dettagli, permettendoci di soffermarci su ciò che normalmente attraversiamo senza accorgercene. A volte basta uno spostamento minimo dello sguardo perché qualcosa di familiare riveli una complessità che fino a quel momento ci era sfuggita.
 Cosa cerchi nei materiali fragili o destinati a scomparire?
La riacquisizione del tempo e della premura (: Forse la domanda non è perché scelgo materiali fragili, ma perché facciamo sempre più fatica a prenderci cura di ciò che può rompersi.
 Com’è organizzata la tua giornata?
Non ho una routine particolarmente rigida. Inizio la giornata non facendo colazione, una scelta opinabile, lo so. Durante il tragitto verso la metropolitana mi piace sbirciare gli oggetti lasciati sui cruscotti e sulle cappelliere delle macchine parcheggiate. Poi le mie giornate alternano momenti di ricerca, lettura, scrittura e progettazione a fasi più pratiche di sperimentazione in studio. Cerco di lasciare spazio anche a ciò che accade fuori dal lavoro artistico, perché molte intuizioni nascono osservando situazioni quotidiane, conversazioni o dettagli marginali. È di vitale importanza ricordarmi di completare la lezione giornaliera su Duolingo, per non perdere il mio slancio.
 Che cos’è per te lo studio d’artista?
Lavoro in uno studio condiviso in Porta Romana, chiamato Omuamua, dove a volte organizziamo eventi e mostre con giovani artisti e colleghi. È un luogo che vive anche attraverso le persone che lo abitano e le mostre che organizziamo; quindi, sono abituata a vedere lo studio come uno spazio ibrido tra produzione, dialogo e il divertirsi insieme. A volte i miei compagni di studio dicono che faccio finta di lavorare... e non escludo che abbiano (almeno in parte) ragione.

Le opere

Groupware, 2023.<div data-empty="false">Long Performance, 05 ottobre - 06 Novembre 2023.</div><div data-empty="false">Set da ufficio/studio, laptop, stampe su acetato.</div><div data-empty="false">Platea - Palazzo Galeano, Lodi.</div><div data-empty="true"><br></div>
Groupware, 2023.<div data-empty="false">Long Performance, 05 ottobre - 06 Novembre 2023.</div><div data-empty="false">Set da ufficio/studio, laptop, stampe su acetato.</div><div data-empty="false">Platea - Palazzo Galeano, Lodi.</div><div data-empty="true"><br></div>
Groupware, 2023.<div data-empty="false">Long Performance, 05 ottobre - 06 Novembre 2023.</div><div data-empty="false">Set da ufficio/studio, laptop, stampe su acetato.</div><div data-empty="false">Platea - Palazzo Galeano, Lodi.</div><div data-empty="true"><br></div>
Groupware, 2023.<div data-empty="false">Long Performance, 05 ottobre - 06 Novembre 2023.</div><div data-empty="false">Set da ufficio/studio, laptop, stampe su acetato.</div><div data-empty="false">Platea - Palazzo Galeano, Lodi.</div><div data-empty="true"><br></div>
In Groupware ho trasformato lo spazio espositivo in un ufficio performativo, abitandolo per un mese e dedicandomi a una ricerca sui sistemi contemporanei di sfruttamento e autosfruttamento lavorativo. I materiali prodotti si sono accumulati progressivamente sulla vetrina, dando forma a un archivio in continua espansione capace di rendere visibile la pervasività del tema senza pretendere di esaurirlo.
Oracolo – sensi potenziati, 2025.<div data-empty="false">poster, stampa digitale. 70 x 100.</div><div data-empty="true"><br></div>
Oracolo – sensi potenziati, 2025.<div data-empty="false">poster, stampa digitale. 70 x 100.</div><div data-empty="true"><br></div>
Oracolo - teletrasporto energia/materia, 2026.<div data-empty="false">poster, stampa digitale. 70 x 100.</div><div data-empty="true"><br></div>
Oracolo - teletrasporto energia/materia, 2026.<div data-empty="false">poster, stampa digitale. 70 x 100.</div><div data-empty="true"><br></div>
In questa serie ho sviluppato un dialogo con un'intelligenza artificiale a partire da domande su futuri ancora impossibili da verificare. Le immagini generate non hanno cercato di rappresentare il futuro, ma di rendere visibili le modalità attraverso cui lo immaginiamo, mettendo in relazione ipotesi tecnologiche, desideri, paure e memoria. Il lavoro si è concentrato sullo spazio di negoziazione tra il linguaggio algoritmico e l'interpretazione umana, dove il futuro ha smesso di essere una previsione per diventare un racconto.
Process to shape the imaginary n°8, 2026.<div data-empty="false">Stampa a calore su carta termica, inchiostro. 500 x 140 cm.</div><div data-empty="false">BVLG Arte, Pietrasanta.</div><div data-empty="true"><br></div>
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Process to shape the imaginary n°8, 2026.<div data-empty="false">Stampa a calore su carta termica, inchiostro. 500 x 140 cm.</div><div data-empty="false">BVLG Arte, Pietrasanta.</div><div data-empty="true"><br></div>
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Process to shape the imaginary n°1, 2023.<div data-empty="false">Stampa a calore su carta termica, inchiostro. 100 x 60 x 35 cm.</div><div data-empty="true"><br></div>
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In questo corpus di lavori ho utilizzato una delle prime versioni di DALL·E per ricostruire visivamente sogni e ricordi, miei e altrui, affidando all'intelligenza artificiale il tentativo di tradurre esperienze profondamente soggettive. Le immagini, stampate su carta termica, sono destinate a svanire progressivamente e a modificarsi in relazione all'ambiente, trasformando l'instabilità della memoria in una condizione materiale dell'opera.
Standard cleaning, 2026.<div data-empty="false">Performance, 40min, in collaborazione con Martino Santori.</div><div data-empty="false">Stampa inkjet su fogli di sapone, acqua.</div><div data-empty="false">Viasaterna Arte Contemporanea, Milano.</div><div data-empty="true"><br></div>
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Attraverso una performance costruita in dialogo con Martino Santori, ho esplorato l'immagine come dispositivo temporaneo, capace di coordinare gesti, relazioni e corpi a distanza. Stampati su fogli di sapone, i frame di un'azione domestica sono stati progressivamente dissolti durante il lavaggio del mio corpo, trasformando la cancellazione dell'immagine in un gesto performativo e rendendo visibile una relazione di co-dipendenza costruita attraverso il tempo, la distanza e la ripetizione.
Tachilalia – tambellini, 2024.&nbsp;<div data-empty="false">Ceramica smaltata con decalcomania in fotoceramica. 8 x 24 cm.</div><div data-empty="true"><br></div>
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Tachilalia – to.market, 2024.<div data-empty="false">Ceramica smaltata con decalcomania in fotoceramica. 8 x 18 cm.</div><div data-empty="true"><br></div>
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Con Tachilalia rielaboro scontrini della spesa trasformandoli in ceramiche. Dopo averne scannerizzato il contenuto, ho ricomposto digitalmente le lettere dei prodotti acquistati, dando origine ad anagrammi, testi e brevi poesie. Senza programmare il risultato finale, il lavoro lascia spazio a una scrittura istintiva, in cui il significato emerge attraverso associazioni impreviste. Il titolo richiama l'alterazione del linguaggio da cui prende il nome: un parlare accelerato e frammentato, in cui le parole si deformano, si interrompono e si trasformano.