L’estate del divin pastello. Francesca Dimina si racconta

L’artista del wrap di questo mese in parole sue. Che non potrebbero essere più efficaci

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L'esposizione The Others Art Fair a Torino, uno dei primi eventi a cui Dimina ha partecipato (foto ANSA)

Ho ventisei anni e sono cresciuta a Torino. Sono entrata in contatto con l’arte e la creazione artistica fin dalla prima infanzia, grazie alla professione di mia madre, che è consulente presso Christie’s. Dovunque andassi con lei, visitavo mostre, musei e gallerie. Prendere in mano pennelli e pastelli, insomma, è stato naturale: disegno e dipingo da quando ho memoria di me stessa. Solo negli anni dell’università – sono laureata in economia e hospitality – gli studi hanno un po’ allentato la mia spinta creativa, ma appena terminati gli studi ho sentito nuovamente, ancora più forte, il bisogno di creare. Per il mio compleanno, un anno fa, mi sono fatta regalare dei colori acrilici; però, leggendo libri, studiando tecniche diverse e praticando tanto – non avendo frequentato l’accademia mi devo applicare molto – ho scoperto i pastelli a olio, che mi hanno affascinata. Credo di possedere una grande sensibilità nei confronti dei colori e i pigmenti dei pastelli a olio, così saturi e forti, con quello spessore materico che steso sulla tela aggiunge profondità al quadro ed è al tempo stesso delicato come una pelle, mi hanno completamente catturata. Sono anche facili da trasportare, dunque li posso tenere sempre con me in borsa e disegnare ovunque mi venga l’ispirazione, un po’ come un fotografo con la sua macchina. Nei miei quadri vedo delle tracce di Espressionismo, di certo dei colori Fauves, a volte della Pop Art, per esempio quando mi accorgo di essermi messa a ricreare un sacchetto di patatine o una scatola di biscotti. Però cerco di non imitare e di non seguire correnti precise; in realtà, credo di aver seguito il processo opposto: praticando molto, ho trovato uno stile mio, riconoscibile, che mi piaceva, e ho iniziato a confrontarlo con quanto vedevo sui libri e nei musei. Creo opere usando colori che non rappresentano per forza quelli reali, al contrario sono quasi sempre alterati, perché cerco di aggiungere un filtro emotivo alla mia percezione. Per ora, le mie opere sono state esposte a The Others Art Fair, dove ho ottenuto un successo - anche di vendita - che mi ha molto lusingata, e ho partecipato a due mostre, a Torino, presso HR L@B  e Siteroom a Milano, dove ho venduto un dittico: parlo dei miei risultati commerciali e dei miei studi economici con orgoglio, perché credo che essere un artista, oggi come un tempo, equivalga a portare avanti un’azienda da solo. Bisogna creare arte, naturalmente, ma anche crearsi relazioni significative, farsi conoscere attraverso tutti i canali disponibili e coltivare il proprio nome in modo efficace: almeno la metà della mia attività è destinata alla promozione del mio “brand”.