Arte
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Giovanna Silva e l'arte di rendere visibile l’invisibile
"Tra il mio lavoro d’artista e quello in casa editrice c’è un rapporto di continuo stimolo reciproco. Ho cominciato prima a lavorare ai miei libri, e solo poi a quelli degli altri – ma con la stessa attitudine". Intervista
25 LUG 26

Nome e cognome: Giovanna Silva
Luogo e anno di nascita: Milano, 1980
Gallerie di riferimento e contatti social: instagram giovannamuzzisilva
Che cos’è per te lo studio d’artista?
È un posto dove riflettere e sistemare il lavoro, dove lavorare alle mie mappe mentali e fisiche, dove fare ricerca. Ho sempre immaginato lo studio d’artista come un luogo disordinato e pieno di oggetti ricchi di storia. Ecco, il mio invece è ordinatissimo e quasi vuoto – forse per compensare la mia compulsione – ed è proprio il vuoto che mi permette di rilassarmi e pensare. Lo studio (che oggi è anche la redazione di Humboldt Books, la casa editrice che dirigo) è uno spazio fatto di ricordi: era la casa di mia nonna materna, che ho ereditato e ho deciso di lasciare così com’era – ho tenuto l’arredo e le sue pellicce. Mia nonna è stata una figura fondamentale, la componente della famiglia che ha alimentato in me un po’ del narcisismo che spetta a ogni artista. È stata lei a regalarmi la mia prima Polaroid. Quindi il mio studio è anche un omaggio a lei, senza la quale forse avrei ripiegato su lavori più concreti. Inoltre, l’arredo anni Cinquanta diventa spesso uno sfondo per i miei still life. Perché poi il vero studio è la città: l’esplorazione, le camminate infinite, lo sguardo sempre vigile.
A che cosa stai lavorando?
Al momento ho due libri in lavorazione, che spero riuscirò a chiudere dopo la pausa estiva. Un progetto con i grafici inglesi OK-RM, per la loro casa editrice InOtherWords, sui display delle merci nei mercati: l’affastellarsi assurdo di oggetti vibranti di colori in uno spazio ristretto, ordinati in un disordine controllato. Ho collezionato queste foto negli anni, durante i miei viaggi in diverse città, tra cui Bangkok, Città del Messico e Il Cairo. Ogni luogo ha una specificità propria con dei pattern ricorrenti, uno strutturalismo geografico insito nell’idea stessa di commercio. È un lavoro che unisce il design inconsapevole alla ricerca antropologica, e soprattutto è un progetto sulla compulsione e l’accumulo, non solo nei display ma anche nel mio lavoro.
Poi sto editando con Mousse Publishing un libro di fotografie delle impalcature edili in bambù a Hong Kong. Queste incredibili strutture primitive in un tessuto urbano così moderno sono un sovrapporsi di linee nello spazio, sono il lascito di una tradizione basata su principi pratici che la modernizzazione sta cercando di cancellare.
In che modo il viaggio può diventare una forma di archivio?
Nei miei viaggi ho accumulato immagini reali e alcune mitopoietiche. Quando cammino in una città a me sconosciuta, apro i miei archivi mentali di esperienze precedenti e cerco di leggere collegamenti e assonanze – a metà strada tra Matrix e Aby Warburg. Le fotografie cristallizzano dei momenti, talvolta rubati ad altri sensi. L’immagine di un viaggio fa risalire il ricordo di un luogo, di un odore, di uno specifico stato d’animo. Solo attraverso questi archivi il viaggio ha senso, non nella sua singolarità ma nell’insieme delle esperienze: il viaggio è un archivio di storie, le mie e quelle universali. Nella raccolta e nell’archiviazione i viaggi hanno un valore soprattutto nell’attualità della vita di tutti i giorni.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Devo dire che conosco più il cinema che la fotografia, forse per il suo valore fortemente narrativo – che poi è quello che cerco di ricreare nella mia produzione editoriale; a volte guardo e riguardo un film solo per la fotografia. Anche se ovviamente non posso paragonare il mio lavoro con quello di un regista come Wong Kar-wai, amo l’uso della luce per descrivere i luoghi e le atmosfere. Per diversi motivi ho una predilezione per Chris Marker, mio mentore inconsapevole – le sue guide Petite Planète sono state una fonte d’ispirazione per Humboldt Books. Invece Alberto Savinio – nella sua capacità di spaziare tra scenografia e scrittura, un uomo poliedrico e mai banale – è stato il nume tutelare dei miei racconti di città: sia il libro su Roma che quello su Milano devono a lui il titolo.
Dirigere una casa editrice è per te un’attività separata dal lavoro fotografico o è un altro modo di costruire immagini, viaggi e racconti?
Tra il mio lavoro d’artista e quello in casa editrice c’è un rapporto di continuo stimolo reciproco. Ho cominciato prima a lavorare ai miei libri, e solo poi a quelli degli altri – ma con la stessa attitudine. Credo che i libri di Humboldt Books abbiano una forte impronta editoriale: c’è un pezzo di me in ogni nostra pubblicazione; e allo stesso tempo il mio lavoro personale si arricchisce grazie alle collaborazioni con gli artisti con cui collaboriamo in casa editrice.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
Anche se suona un po’ naïve, perché spesso rappresenta un mero investimento commerciale, io credo che l’arte possa ancora farci viaggiare con la mente e aprire mondi irreali; o rendere visibile l’invisibile. L’arte dovrebbe avere il potere di farci sentire vivi, di rendere sopportabile il presente storico. Non so quanto possa avere un impatto sulla società, ma sicuramente può sollevare degli interrogativi e contribuire ad accendere un dibattito.
Com’è organizzata la tua giornata?
Quando sono a Milano, ovvero molto raramente, mi sveglio prestissimo – ma vado a letto ancora più presto – e mi concentro sulla colazione, l’unico pasto irrinunciabile della giornata. Dopo di che ‘faccio cose, vedo gente’ ma soprattutto sto seduta davanti al computer oppure insegno. È in viaggio che la mia giornata è costantemente in movimento. Dopo colazione inizio a percorrere ossessivamente la città, seguo itinerari per poi perdermi, ritorno negli stessi posti in condizioni di luce differenti. Rientro in albergo dopo una quantità di passi superiore alla media e mi ritrovo, prima di addormentarmi, a sognare la mappa della città in cui sono. Sono ossessionata dal ritrarre le città, ma credo che questa sia la cosa migliore che mi sia capitata.
Nei tuoi libri fotografici il montaggio sembra importante quanto lo scatto: quando capisci che due immagini devono stare insieme?
Per me l’editing, la costruzione di una narrazione e la giustapposizione di immagini sono importanti quanto la fotografia stessa. Sicuramente mi diverto di più a consumarmi le ginocchia camminando con la macchina fotografica per le città, ma poi il vero lavoro – il momento in cui il progetto acquista un senso – è quando le immagini si compongono nel montaggio. A volte riesco a percepire alcuni accostamenti nell’istante stesso dello scatto, ma la verità è che produco infinite prove per decidere quale suona meglio. Ci deve essere sempre una storia, un racconto, dietro l’immagine; per me la fotografia è funzionale a una tesi: può succedere che, in un libro, magari gli scatti più belli vengano accantonati per il bene della narrazione. Quando funziona tutto, so che posso fermarmi.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Volevo viaggiare. Ho studiato prima architettura e poi antropologia, nella speranza che mi avrebbero in qualche modo portato a vedere il mondo. Poi, per caso, ho iniziato a lavorare come assistente fotografa; altrettanto per caso ho iniziato a lavorare per Domus; e ancora per caso ho iniziato a fare di questa passione il mio lavoro. Non lo avevo pianificato, ci sono arrivata per vie impreviste. Ancora oggi però se mi chiedono cosa faccio rispondo impulsivamente: l’architetto! – un lavoro che praticamente non ho mai fatto.
Questa fotografia sembra essere la mia prima – nessun famigliare se lo ricorda con certezza, ma negli album di famiglia non si trovano altre testimonianze a smentirlo. Qui mi trovo a sei anni a riprendere mio padre (in una versione rothiana) su uno sfondo newyorkese in cui si intravedono ancora le Torri Gemelle: è il 1986, io ho sei anni e mio padre mi ha portato per la prima volta in America. Ricordo che in aereo si poteva ancora fumare.
Dopo otto anni come fotografa per riviste di architettura – in cui la regola non scritta ma universale era fotografie pulite, grandangolari e perfette nella loro restituzione – non so se sia successo per reazione, ma ho iniziato a lavorare nei paesi in guerra, e a rappresentare l’architettura dopo la sua distruzione. Qui in particolare mi trovo nel salotto della residenza di Gheddafi a Bab al-Aziziya, la sua fortezza a Tripoli. Ho dedicato a Gheddafi e alla creazione del suo immaginario (oltre che alla sua sconfitta) uno dei libri cui tengo di più.
Dopo cinque anni in paesi in guerra – Afghanistan, Iraq, Libia e un arresto in Egitto – ho deciso di tornare alla mia prima passione: l’architettura. Declinata però questa volta come tramite per il racconto della storia. Nella foto, lo Stadio Olimpico di Phnom Penh disegnato dall’architetto cambogiano Vann Molyvann. Era l’architetto dell’ultimo re Sihanouk, scacciato nel 1975 dall’arrivo dei Khmer Rossi guidati da Pol Pot. Il racconto usa l’architettura come espediente narrativo per parlare di qualcosa di più grande.
Ho dedicato alla città di Milano, la mia città, i miei ultimi lavori. Per anni l’avevo data per scontata, ed esplorarla per immagini è stato un procedimento terapeutico per riavvicinarmi a lei. Lo stadio di San Siro è una cattedrale che presto, pare, non ci sarà più. Questa non è una fotografia politica o sentimentale, ma un’immagine che cerca di restituire all’edificio simbolo una bellezza non banale, nella sua plasticità.
È il mio edificio preferito della città, per la sua architettura e la sua storia. Il complesso Monte Amiata è un progetto di micro-città nell’area Gallaratese di Milano, disegnato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi negli anni Ottanta. Aldilà delle premesse teoriche, il corpo rosso di Aymonino è un piacere da fotografare, con quei piani colorati che intersecandosi si fanno astratti.
Ho imparato a conoscere Roma quando sono stata borsista all’American Academy. Il primo giorno di residenza ho appeso una mappa al muro del mio studio, l’ho suddivisa in quadranti e ho iniziato a percorrere la città ogni giorno, con costanza. Illeggibile nella sua stratificazione, Roma può essere vissuta solo come un dato di fatto. Più di tutto mi interessava il rapporto tra la storia che emana dai tanti siti archeologici e la vita quotidiana moderna che va avanti, nonostante tutto.
New York è stata la prima città che ho percorso dopo la pausa forzata della pandemia che mi ha ‘costretto’ a esplorare l’Italia. A New York ho realizzato il mio obbiettivo, in senso letterale. New York è un’esplosione di scritte, segnali, colori e stimoli. Ed è qui che ho capito che uno zoom fotografico, un obbiettivo assolutamente non architettonico, mi era necessario per ‘schiacciare insieme’ tutti i piani, in un risultato astratto di profondità urbana.
Ho iniziato a fotografare i display dei mercati per interesse personale, per studiarne la strategia e applicarla ai miei allestimenti casalinghi. Ho poi prestato sempre più attenzione a queste opere di design involontario, questo affastellamento di oggetti che superano i confini nazionali del singolo mercato per restituire una complessità più generica e uniforme.
A Hong Kong ho mappato tutti o quasi gli edifici rivestiti con impalcature di bambù. È un uso diffuso grazie alla forte presenza della pianta e alla resistenza sismica del tronco. A seguito di un incendio il 27 novembre 2025, si è a lungo discusso se sostituirle con le più comuni strutture in acciaio. Prima che questa caratteristica architettonica – così affascinante e ancestrale in una capitale moderna – scompaia ho cercato quanto possibile di registrarne la presenza, trasformandola in opere d’arte.
Non so ancora a cosa mi porteranno tutte queste fotografie di Tokyo. Ma sono affascinata da questo insieme di linee, colori e segni indecifrabili.












