Arte
Fauna d'arte •
L'ascolto e l'attesa. L'arte di andare fuori tempo secondo Francesco Pedrini
"Ascoltare è fermarsi, aprire i canali percettivi, tendere l'orecchio verso qualcosa e attendere l'accadimento. È la miccia del desiderio e l'attesa è il suo fuoco"
11 LUG 26

Il titolo "Fauna d’arte" si ispira a una sezione di Weekend Postmoderno (1990), il romanzo critico con cui Pier Vittorio Tondelli ha documentato un decennio di cultura e società italiana. A differenza del giornalismo e della saggistica di settore, grazie a “Fauna d’arte” Tondelli proponeva uno sguardo sull’arte contemporanea accessibile e aperto, interessato a raccontare non solo le opere ma anche le persone, il loro modo di vivere dentro l’arte.
Oggi questo approccio ci permette ancora di parlare degli artisti, ma in futuro anche delle altre figure professionali come critici e curatori, galleristi e collezionisti, con lo scopo di restituire la complessità di un sistema attraverso frammenti di realtà individuali.
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Nome e cognome: Francesco Pedrini
Luogo e anno di nascita: Bergamo 1973
Gallerie di riferimento e contatti social:
L'intervista
A che cosa stai lavorando?
È mia abitudine, e forse anche la mia dannazione, sovrapporre ricerche, pratica e ambiti diversi. In questo periodo mi trovo immerso in tre progetti apparentemente lontani tra loro, ma che in realtà condividono la stessa origine.
In studio sto cercando di dare forma pittorica ad alcuni ricordi d'infanzia, spesso molto surreali, che ho scoperto essere, almeno in parte, dei falsi ricordi. Mi interessa quel territorio ambiguo in cui memoria personale, racconti di famiglia, fotografie e immaginazione finiscono per costruire qualcosa che percepiamo come vero, anche quando probabilmente non lo è. Sto provando a trasformare questi aneddoti in una nuova serie di dipinti.
Proprio oggi leggerò questo articolo a bordo del Nobel, la barca che ospiterà la residenza artistica Vedere il vento. Esercizi sull'invisibile. In questa esperienza il vento diventa un modo per osservare il paesaggio e per trasformare il nostro sguardo e il nostro udito in strumenti capaci di rilevarne le intensità. Lavoreremo sull'idea che il vento non si vede mai direttamente, ma si riconosce attraverso gli effetti che produce: un po' come accade con molte delle esperienze che attraversano la nostra vita.
Infine, insieme a Nicola Ricciardi e Viviana Bertanzetti, stiamo dando forma ad Afterclass, una scuola indipendente nata a Bergamo per accompagnare una nuova generazione di artisti oltre l'Accademia. Più che insegnare una professione, vorremmo costruire un luogo di ricerca, confronto critico e crescita condivisa. Si parla spesso del sistema dell'arte con toni disillusi o critici. Forse è arrivato il momento di smettere di descriverlo e iniziare a immaginarne uno diverso, costruendolo concretamente, a partire dalle opere e dalle persone.
In che modo l’ascolto e l’attesa possono diventare forme di resistenza?
Innanzitutto – e lo ripeto spesso – fare arte è già un atto di resistenza. L'ascolto e l'attesa sono due posture, sono strumenti magnifici per andare fuori tempo. Ascoltare è fermarsi, aprire i canali percettivi, tendere l'orecchio verso qualcosa e attendere l'accadimento. Ascoltare è la miccia del desiderio e l'attesa è il suo fuoco. In un tempo che ci chiede di essere sempre veloci, reattivi e produttivi, scegliere di andare fuori tempo diventa un gesto profondamente sovversivo. Forse è proprio lì che nasce ogni atto creativo.
Com’è organizzata la tua giornata?
Comincio ogni giornata con la sfida più grande: svegliare, sfamare e accompagnare un preadolescente fino al cancello della scuola. Da lì in poi è tutta discesa. Quando non ho lezione all'Accademia di Belle Arti di Bergamo, dove insegno Disegno e Pittura, mi rifugio in studio o nel bosco che, a pensarci bene, sono più o meno la stessa cosa. Cerco sempre di dare una priorità agli impegni e ai progetti più imminenti, ma è un continuo autosabotaggio. Negli anni, però, ho imparato a far convivere due personaggi: il me bacchettone, che prova a tenere tutto in ordine, e il pirata, che ogni tanto prende il timone e mi porta in esplorazioni impreviste. Per fortuna, ogni tanto vince il pirata.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Qui ti darò probabilmente la risposta più scontata del secolo, ma ho un alibi. Michelangelo. E, più precisamente, la Pietà del Vaticano. Non la Bandini, né la Rondanini: proprio quella più famosa.
Ricordo perfettamente il momento in cui l'ho vista. Ero al secondo anno di liceo artistico – scelto, tra l'altro, solo perché il mio migliore amico Matteo era già li – ed eravamo in gita ai Musei Vaticani. Un po' stordito dalle classiche nottate delle gite scolastiche, mi sono trovato davanti alla Pietà e lì ho avuto una specie di rivelazione. Ho capito che era possibile raccontare l'abisso del dolore attraverso la grazia.
Quell'abbraccio impossibile di una donna esile e gigantesca insieme, che sostiene il corpo di un figlio trentenne diventato improvvisamente piccolo, mi ha mostrato qualcosa che fino a quel momento non avevo mai immaginato. Dentro quei due metri quadrati di marmo c’era la storia della mia famiglia, c’erano insieme invenzione tecnica, pensiero, poesia, composizione e umanità. Credo di essere uscito da quella sala con le lacrime e una convinzione che non mi ha più abbandonato: una grande opera non si limita a rappresentare qualcosa, ma genera un pensiero che prima non esisteva. E, in un certo senso, quel giorno sono rimasto gravido di quella possibilità.
Poi, naturalmente, ci sono stati molti altri incontri. In momenti diversi della vita mi sono innamorato del lavoro di André Cadere, Bas Jan Ader, John Cage, Pierre Huyghe, Olafur Eliasson e molti altri. Ho letto con passione Gilles Clément, Jean-Marc Besse, Bernard Moitessier, Yi-Fu Tuan… libri che, più che fornirmi delle risposte, hanno continuato ad alimentare le mie domande.
Ma, se devo essere sincero, una parte importante della mia formazione la devo anche alle persone che ho avuto la fortuna di incontrare. Artisti come Ernesto Coter, Adrian Paci e Antoni Muntadas, ma anche amici come Giovanni De Lazzari ed Emma Ciceri, mi hanno insegnato che la ricerca non passa solo attraverso le opere, ma anche attraverso il modo in cui si sta al mondo. E questa, probabilmente, è la lezione più preziosa.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
La mia speranza è che l'arte di oggi abbia una funzione nel domani. Credo che immaginare il futuro sia già un atto di resistenza. Forse il compito degli artisti non è solo raccontare il presente, ma contribuire a costruire ciò che ancora non esiste. Ogni atto creativo nasce da un'immaginazione, ma trova il suo senso solo quando prova a misurarsi con la realtà. Creare significa assumersi la responsabilità di dare forma a un futuro possibile.
Perché molte tue opere nascono da fenomeni enormi, quasi inafferrabili, ma passano attraverso gesti minimi?
Il mio problema è sempre lo stesso: tradurre un'esperienza senza raccontarla. Cerco di arrivare all'essenza di un fenomeno eliminando tutto ciò che è superfluo. Vorrei che fosse l'opera a far vivere quell'esperienza, non la sua spiegazione.
La serie Tornadi, per esempio, è realizzata esclusivamente con pigmento in polvere e un pennello morbido. I tornado che ho osservato nei deserti erano fatti di aria e polvere e, quando sono lontani, si muovono in un silenzio quasi irreale. Mi sembrava naturale usare gli stessi materiali del fenomeno.
In fondo succede la stessa cosa quando ci si ferma davanti alla Zattera della Medusa: nessuno di noi ha vissuto quel dramma, eppure, per qualche minuto, lo attraversa, ma al sicuro nell’isola museo. Ecco... il paragone è decisamente ambizioso. Il principio, almeno nella mia testa, è lo stesso. La differenza è che lui era Géricault.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Dopo il liceo artistico ho fatto molti lavori, anche piuttosto spericolati per un ventenne, lontani dal mondo dell'arte. Intorno ai trent'anni, per una serie di circostanze, ho capito che dovevo concedermi quella possibilità che per anni mi ero negato. Mi sono iscritto in Accademia di belle arti e poi allo Iuav dove ho incontrato tutte le persone che ho citato prima, Da allora ho sempre avuto la sensazione di essere portato, e non intendo dire di essere particolarmente bravo. Mi riferisco piuttosto al fatto che alcune situazioni sembrano accadere con una naturalezza sorprendente, come se qualcuno mi portasse… Lo so, detta così ha un vago odore di fricchettone... ma è davvero la sensazione che provo. Comunque si ho iniziato dipingendo questa urgenza viscerale che avevo trattenuto e poi riprendendo il ritmo, tornando a camminare, viaggiando, studiando, guardando il cielo, disegnando sono arrivate le prime occasioni, ma forse è iniziato tutto di fronte dalla pietà del Michelangelo…
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Non ho mai avuto un rapporto romantico con lo studio. Ne ho cambiati molti e non mi sono mai affezionato a nessuno. Per me è semplicemente il luogo dove si fanno le opere: potrei lavorare quasi ovunque.
Quello in cui credo davvero, invece, è la possibilità di costruire piccole comunità di ricerca. Lavorare insieme, mantenendo ciascuno la propria individualità, ma condividendo tempo, dubbi e confronti. Lo ripeto spesso ai miei studenti ed è proprio da questa convinzione che, insieme a Nicola Ricciardi e Viviana Bertazetti, è nata Afterclass: dalla consapevolezza che molti giovani artisti di grande qualità hanno bisogno di un luogo in cui ricerca e pratica si misurano costantemente con il mondo esterno, grazie a un network attivo di artisti, curatori e operatori del settore.
Ti interessa di più costruire strumenti per conoscere il mondo o per ricordarci quanto resta impossibile conoscerlo del tutto?
Mi piace costruire strumenti e forse tutte le opere sono strumenti…È il principio che attraversa le opere come i vari Tornado, Cosa resta dell’infinito? ma anche Magnitudo: mettere il corpo umano in relazione con scale che lo superano – le stelle, il tempo, il paesaggio, il vento – non per dominarle, ma per prenderne misura. Non misura in senso quantitativo, naturalmente, ma esistenziale.
Mi piace confrontarmi con l'infinito sapendo di fallire. Anzi, credo che il fallimento faccia parte dell'opera. È un esercizio di ampiezza: non per contenere l'immensità, ma per allargare, anche solo di poco, la nostra capacità di abitarla.
Le opere
Il video è stato realizzato nel Parco Nazionale del Pollino e racconta il viaggio di un'orchestra che attraversa paesi, boschi e pendii trasportando i propri strumenti fino a una sommità. Una volta raggiunta la meta, gli orchestrali non suonano: utilizzano i loro strumenti per ascoltare il silenzio, che poco a poco si trasforma in un frastuono. Il lavoro riflette sul desiderio umano di confrontarsi con l'infinito e sulla possibilità che, nel momento di massimo ascolto, il silenzio riveli una presenza inattesa.
Li immagino come strumenti per ascoltare il cielo. Nascono da macchine realmente utilizzate durante la Prima guerra mondiale per individuare gli aerei prima dell'invenzione del radar, ma qui perdono ogni funzione militare. Diventano dispositivi poetici, costruiti per fare qualcosa che oggi sembra quasi impossibile: fermarsi ad ascoltare il silenzio.
Ho costruito una famiglia di strumenti, dai piccoli cornetti ai grandi susafoni, tutti inutilmente perfetti: servono soltanto ad amplificare il silenzio.
Polaris è una delle tre installazioni permanenti di Magnitudo, realizzate nel bosco di Roncobello per il progetto Pensare come una montagna di GAMeC. Un tronco di larice punta con precisione la Stella Polare, antico riferimento per navigatori ed esploratori. L'opera trasforma il bosco in un osservatorio del cielo e, come molti dei miei lavori, funziona più come uno strumento che come una scultura: un invito a prendere nuovamente le misure del nostro rapporto con l'universo.
La serie Tornadi è composta da disegni realizzati esclusivamente con pigmento in polvere. Attraverso un linguaggio ridotto all'essenziale provo a dare forma a un fenomeno che unisce cielo e terra, sospeso tra meraviglia e distruzione. È un work in progress iniziato nel 2012.
Questi disegni nascono da immagini della NASA di cui ho invertito i colori. La luce delle stelle diventa materia nera e il cosmo uno spazio bianco da ridisegnare. Attraverso grafite e carbone — minerali che appartengono anche all'universo — provo a trattenere forme esistite milioni di anni fa per un solo istante.
In occasione della mostra Oracle alla Fondazione Galleria Milano.
Ho chiesto a un'amica d'infanzia, Antonella, suora di clausura, compositrice e non vedente dalla nascita, come si abita il cielo. A un certo punto mi ha fatto una domanda che è diventata il cuore dell'opera: «Dove comincia il cielo? Dove permetti al cielo di cominciare?». Mi ha colpito perché chi non ha mai visto il cielo riusciva a descriverlo come una presenza quasi fisica.
Nell'installazione una serie di trombe acustiche è disposta a terra come un'orchestra silenziosa. Al loro interno una voce legge le parole di Antonella, accompagnando il visitatore in una riflessione che non riguarda più il cielo come spazio fisico, ma come esperienza insieme interiore e fisica.
Concludo con uno dei miei primi lavori. Per dodici ore ho camminato con un solo scatto fotografico a disposizione. Ogni passo era una negoziazione tra fermare quell'istante o confidare in quello successivo. Da quella tensione è nata questa immagine essenziale, che ancora oggi considero una sorta di origine del mio lavoro. Continuo, in fondo, a fare i conti con quel vortice.









